Ultimo Aggiornamento:
27 luglio 2022
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I nodi della riforma elettorale

Luca Tentoni - 13.07.2022
Tajani, Salvini e Meloni

Se la legislatura proseguirà almeno fino all'approvazione della legge di bilancio si porrà il problema di capire se le forze politiche hanno voglia e numeri per cambiare la legge elettorale. Premesso che ad avviso di chi scrive la soluzione preferibile per una democrazia matura e moderna è l'uninominale "alla francese" con eventuale doppio turno (aperto ai candidati che al primo hanno superato una certa soglia di consensi), bisogna misurarsi con quel che offre la situazione, cioè davvero poco. L'alternativa è fra tenersi l'attuale sistema (ampiamente censurabile sotto diversi aspetti) o approdare ad una sua variante, solo vagamente rassomigliante al sistema per i consigli comunali (assegnerebbe - in turno unico - il 55% dei seggi alla coalizione in grado di raggiungere il 40 o il 45% dei voti). Scomparirebbero i collegi e - di fatto - il risultato potrebbe essere sostanzialmente proporzionale. Ecco perché: se ci fossero partiti sopra la soglia di sbarramento che raccogliessero il 94% dei voti, la coalizione probabilmente vincitrice (il destracentro) avrebbe comunque già per conto proprio (col 49% dei voti) il 52% dei seggi, ai quali si aggiungerebbe un premietto del 3%. Gli altri partiti, con complessivamente l'altro 45% dei suffragi, avrebbero il 45% dei seggi. Dunque, tanto rumore per nulla? Niente affatto. La differenza fondamentale sta nel fatto che le attuali coalizioni hanno liste apparentate e distinte ma un terzo abbondante di seggi da conquistare in collegi uninominali con candidature comuni, mentre con la riforma ci sarebbero solo le liste di partito e ognuno prenderebbe in proporzione ai seggi spettanti alla coalizione. In sintesi, col nuovo meccanismo il Pd non dovrebbe votare Toninelli nel collegio uninominale (rischiando che gli elettori del partito di Letta vadano altrove, magari da Calenda) e i pentastellati non dovrebbero votare uno di Base riformista (diversamente, potrebbero rifugiarsi nell'astensione); a destra, un leghista anti-euro e magari filorusso piazzato in un collegio uninominale provocherebbe la fuga dei centristi, così come avverrebbe per un centrista non tollerato dagli elettori più di destra (succedeva spesso, ai tempi del Mattarellum: il centrosinistra se ne avvantaggiava sempre). Non solo: se ci sono i collegi uninominali si deve aprire una trattativa nei poli per spartirsi i posti, cosa difficile nel centrosinistra (se largo; in quello piccolo basterebbe dare un contentino ai partitini) ma forse impossibile nel centrodestra. Infatti, il destracentro divide i suoi collegi tenendo conto del risultato delle precedenti politiche (quando FdI valeva il 4,3% e FI il 14%), quello dei sondaggi attuali e altri parametri. In sintesi, la Meloni si troverebbe ad avere meno collegi uninominali rispetto al suo peso reale, mentre Salvini (soprattutto) e Berlusconi ci guadagnerebbero. Se i collegi non ci fossero, invece, la coalizione servirebbe solo per conquistare il premio (che peraltro, come abbiamo visto, potrebbe verosimilmente essere vinto solo dal destracentro e varrebbe pochi posti) ma permetterebbe ai componenti di fare campagna elettorale facendosi sostanzialmente concorrenza fra loro, al fine di massimizzare il risultato di lista. Con la riforma, il Pd potrebbe anche decidere di non apparentarsi con il M5s per non perdere voti preziosi verso il centro, così come i pentastellati non avrebbero alcuna convenienza a mettersi con Letta (altrimenti, come recupererebbero i voti di protesta finiti nell'astensione?). A destra, la Meloni potrebbe arrivare prima in voti e in seggi, mentre con il Rosatellum potrebbe avere qualche brutta sorpresa in termini di rappresentanza parlamentare: siccome la leader della destra neomissina si gioca Palazzo Chigi, non può sbagliare la scelta del meccanismo di voto. Allo stesso modo, a Salvini potrebbe andar male col Rosatellum (scavalcato da FdI e costretto a fare da paggio alla Meloni presidentessa del Consiglio) oppure potrebbe andar bene con la riforma, perché avrebbe la possibilità - pur di non finire a fare il numero due del governo insieme a Tajani - di agire come nel 2018, scompaginando la sua alleanza e - nel 2023 - dar vita con Pd, FI e centristi ad un Draghi bis o una cosa simile. Per non parlare dei centristi, che senza collegi uninominali potrebbero avere più spazio in un Parlamento i cui seggi sono stati già brutalmente tagliati da una sciocca riforma costituzionale. In sintesi, ognuno può avere convenienza a cambiare la legge elettorale, ma nessuno si fida, perché basta un comma scritto in un certo modo per cambiare il meccanismo di trasformazione dei voti in seggi. Un po' non ci si fida di alleati e avversari, un po' si nutrono dubbi sugli effettivi vantaggi del cambiamento. Inoltre, manca poco alla fine della legislatura. Ecco perché tutto è in alto mare.