Ultimo Aggiornamento:
14 dicembre 2019
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Ma chi sa se sarà davvero una svolta …

Paolo Pombeni - 04.09.2019
Votazione sul nuovo governo

Dunque Rousseau (nel senso della piattaforma di M5S) ha parlato ed ha dato il responso che ci si attendeva: 79,3% di voti per approvare la scelta dei gruppi dirigenti di varare una coalizione col PD diretta da Giuseppe Conte. La controllabilità tanto del numero di votanti (dicono: circa 80mila) quanto delle percentuali dei sì non esiste, perché tutto è gestito da una società privata (neppure dal MoVimento in quanto tale) che però si vanta di stare indicando al mondo la nuova via della democrazia digitale. Peraltro deve trattarsi di un popolo un po’ ondivago, visto che in un passato non molto lontano ha votato per l’accordo con Salvini e per il diniego dell’autorizzazione a procedere contro il leader della Lega: sarà mica perché allora i gruppi dirigenti desideravano quella pronuncia?

Comunque sia, ora con una certa arroganza Di Maio annuncia che parte un governo che presenta due caratteristiche: accoglie in pieno tutto quello che hanno proposto i Cinque Stelle e continua l’opera che questi hanno svolto nel governo precedente. Contraddittorio? No, perché, spiega il capo politico di M5S, non esistono cose di destra o di sinistra, ma solo cose giuste. Il discorso è qualunquistico, letteralmente perché ricorda il modo di ragionare del fondatore dell’Uomo Qualunque nell’immediato dopoguerra Guglielmo Giannini (di Pozzuoli, area simile a quella di Di Maio). Poco importa in questo momento in cui tutti tifavano solo per evitare la prova rischiosa di elezioni anticipate, bastava un’occhiata all’andamento iperfavorevole dello spread (influenzato peraltro anche dai timori sulla recessione tedesca).

La svolta, se così vogliamo chiamarla, è dunque approdata al suo primo giro di boa: mercoledì Conte salirà al Quirinale e varerà il suo governo. Quando avremo la composizione completa della squadra (che non è nota nel momento in cui scriviamo) saremo in grado di capire qualcosa di più, ma non ancora tutto. Inevitabilmente la scelta dei ministri e dei sottosegretari deve tenere conto degli equilibri interni delle forze della coalizione. I Cinque Stelle reclamano di essere il partito di maggioranza relativa, ma non basta perché hanno bisogno del supporto dei loro alleati, dunque se ne dovrà tenere conto. Poi c’è l’incognita di quelli che potremmo chiamare i “voti di complemento” cioè le formazioni più piccole come LeU e altre, essenziali però per raggiungere il quorum. E’ vero che sono tra quelli che hanno più paura delle elezioni anticipate, sbocco inevitabile se salta il Conte bis, ma un contentino bisognerà darlo anche a loro.

Il problema più grosso è però la sensibilità di Mattarella, ma per altri versi anche di Conte, per la delicatezza di alcuni ministeri chiave. Il Presidente della Repubblica sa bene che su certe materie è opportuno tenere la barra dritta: nel passato governo si era puntato più che altro sull’economia, ma dopo l’esperienza di Salvini al Viminale si è visto che i ruoli dove si possono far danni sono più d’uno. Per converso pensiamo che abbia perso importanza il ministero degli Esteri, per la semplice ragione che di fatto i contatti veramente importanti in quel settore li tiene direttamente Conte, che fra il resto ha preso gusto a stare nei salotti che contano della politica internazionale.

Naturalmente si possono far danni ovunque se non si hanno competenze e si pretende di averle. Il recente caso dell’olivicoltura in Puglia, dove una sgangherata alleanza populista, dentro cui stavano anche M5S e PD locale, pretendendo di saperne di più dei tecnici in materia di xylella hanno portato al diffondersi dell’epidemia e alla strage degli ulivi (hanno dato una mano anche alcuni magistrati, va ricordato). Tuttavia è inevitabile che si facciano delle graduatorie di rischiosità per quanto riguarda la nomina di ministri e sottosegretari.

La prova più attesa è quella di Conte nella sua nuova versione: riuscirà ad imporsi sulla sua compagine ministeriale ed a dirigere realmente la politica dell’esecutivo di cui è a capo? A questo fine, per esempio, per lui non sarà indifferente chi verrà designato come commissario italiano a Bruxelles: visto che lì sta un nodo non semplice da sciogliere, poter contare su qualcuno con cui giocare di sponda non è certo indifferente.

Le scadenze peraltro non mancano di sicuro. La prima è, come si è continuamente ripetuto, quella della legge di bilancio. Non dovrebbero esserci troppe difficoltà perché la maggior spinta alle spese in deficit veniva dalla Lega, ma poi quando si andrà a ragionare nel concreto non mancheranno i punti dolenti: si pensi per esempio al problema della riduzione del cuneo fiscale o a quella delle tasse almeno per i ceti meno fortunati, misure per finanziare le quali bisogna trovare risorse, il che significa sottrarle ad altri. Poi, in parte quasi in contemporanea, in parte subito dopo, arriveranno le elezioni in alcune regioni, ed altre ne avremo lungo il 2020. Qui Salvini giocherà il suo tentativo di rivincita e si vedrà se M5S è disponibile a replicare l’alleanza col PD e la sinistra. Se lo farà, potremo dire che il MoVimento ha subito una discreta mutazione genetica (quantomeno che è uscito dall’adolescenza), altrimenti la stessa tenuta del governo nazionale sarà a rischio.