Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

L'Italia e il caos libico: intervento diretto o guerra per procura?

Massimo Bucarelli * - 24.02.2015
Congresso nazionale libico

La Libia, dopo la caduta del regime di Gheddafi, favorita soprattutto dall'intervento internazionale a sostegno delle rivolte interne, è ancora oggi, a quattro anni da quegli avvenimenti, un paese in preda all'anarchia politica e istituzionale. La fine del governo dittatoriale libico non è stata seguita dall'avvento del pluralismo politico e da pratiche di governo democratiche, ma ha determinato un vuoto di potere, in cui varie fazioni continuano ad affrontarsi. Al governo insediato a Tobruk e composto da forze politiche laiciste, unico attore in campo riconosciuto dalla comunità internazionale, si contrappongono il Congresso nazionale libico di Tripoli, a maggioranza islamista ma vicino ai Fratelli Mussulmani e non allo Stato islamico del Califfo Al Baghdadi, e altre forze fondamentaliste, jihadiste e salafite, affiliatesi all’Isis ed entrate in possesso della città di Sirte, nei cui pressi è avvenuta la drammatica esecuzione dei 21 egiziani copti, ripresa e diffusa dai siti internet e dalle televisioni di tutto il mondo.

Il risultato è una guerra di tutti contro tutti, che fa della Libia non solo un paese profondamente lacerato, teatro di violenze quotidiane, ma anche la principale fonte di instabilità e insicurezza per tutti i vicini, nordafricani, mediterranei ed europei. Tra i paesi minacciati, a vario titolo e a vario livello, l'Italia è senz’altro in prima fila, data la prossimità geografica e considerata la passata esperienza coloniale, cui hanno fatto seguito i rapporti complicati e controversi, ma innegabilmente stretti e convenienti, stabiliti con il regime di Gheddafi. È dalle coste libiche che provengono i maggiori flussi migratori diretti dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Italia e l’Europa, con conseguenze drammatiche non solo per la sopravvivenza dei migranti, oggetto di traffici e costretti ad attraversare il Mediterraneo in condizioni di assoluta precarietà, ma anche per la gestione da parte delle autorità locali italiane di quelle che è ormai una vera e propria emergenza umanitaria, a causa dell’elevato numero di sbarchi (più di 160 mila nel 2014). È dalle forniture libiche di idrocarburi, che fino alla vigilia della caduta di Gheddafi è dipeso quasi il 30% dell’approvvigionamento energetico nazionale. È dalle centrali libiche del fondamentalismo islamico anti-occidentale, a soli 350 km dai confini italiani, che eventuali attentatori potrebbero più facilmente infiltrarsi nelle nostre città.

Il combinato disposto delle criticità determinate dal caos libico, aggravatesi nelle ultime settimane per la presenza sempre più minacciosa di gruppi vicini all’Isis, ha indotto la politica, la stampa e l’opinione pubblica italiane, a confrontarsi con questioni di politica estera, tema spesso negletto nel dibattito pubblico nazionale. La risposta di una parte del mondo politico, compresi quanti, come il ministro degli Esteri Gentiloni e il ministro della Difesa Pinotti, ricoprono incarichi di governo, è stata inizialmente assai dura e determinata, paventando interventi militari, in coalizioni guidate dall’Italia. Di tenore simile anche i commenti di numerosi opinionisti, che dalle pagine dei maggiori quotidiani nazionali, hanno invocato esplicitamente l’uso della forza e non della diplomazia, chiedendo in alcuni casi l’intervento unilaterale della NATO, strumento ritenuto più efficace delle operazioni guidate dall’ONU. Con il passare dei giorni, però, soprattutto dopo l’intervento del presidente del Consiglio, Renzi, che ha invitato tutti a evitare reazioni impulsive, senza, per questo, sottovalutare la pericolosità della situazione libica, la posizione italiana si è allineata a quella di gran parte della comunità internazionale, favorevole a una "soluzione politica" del problema libico: vale a dire creare un governo di unità nazionale formato dalle varie forze politiche e militari libiche disposte a lottare, con gli aiuti internazionali, contro le milizie jihadiste e salafite affiliatesi all'Isis. In breve, si tratterebbe di una guerra per procura contro lo Stato islamico e le sue diramazioni, che è lo stesso schema applicato in Iraq e in Siria, dove a combattere sul campo contro le truppe del Califfato sono i curdi, gli iracheni e i siriani contrari a cadere sotto il dominio delle forze integraliste, affiancati da giordani e da alcuni paesi del Golfo (come gli Emirati Arabi Uniti) preoccupati per l'estensione del contagio islamista anche all'interno dei loro confini.

La guerra per procura non vuol dire inazione, ma intervento con un diverso ruolo di sostegno, fiancheggiamento, pattugliamento, contenimento; una soluzione che forse meglio si adatta alla delicata posizione di ex potenza coloniale dell'Italia e che tiene conto delle debolezze interne del nostro paese. La classe politica e l’opinione pubblica, infatti, potrebbero essere impreparati e quindi dividersi profondamente davanti a eventuali ritorsioni terroristiche sul suolo nazionale, a eventuali perdite di vite umane di connazionali e soprattutto davanti alle immagini di propri soldati catturati dagli uomini dell’Isis.

Levando lo sguardo al di sopra delle considerazioni di politica interna italiana, l'idea della guerra per procura condotta dalla comunità internazionale (e quindi anche dall’Italia e dai paesi occidentali) contro l'Isis si basa sulla presa d'atto che si è in presenza di una guerra civile tutta interna al mondo arabo-islamico: non una lotta contro l’Occidente e contro la civiltà giudaico-cristiana, ma piuttosto - come hanno dimostrato di aver prontamente colto i governanti egiziani, giordani e degli altri paesi arabi schieratisi contro l'Isis – una guerra per la conquista dell'egemonia nel mondo arabo e mussulmano e per la revisione degli assetti politici, territoriali ed economici imposti dalle potenze europee nel corso del Novecento. In questa prospettiva, l'Occidente, la cui presenza diretta e indiretta - secondo il disegno dell'Isis - va eliminata dal Medio Oriente e dal Maghreb, rappresenta un bersaglio strumentale e collaterale, dato che l'avversario reale è quella parte del mondo arabo e musulmano che non si piega alla volontà di dominio del fondamentalismo islamico e la cui sopravvivenza, grazie al sostegno del resto della comunità internazionale e al di là del tasso di liberalismo e democraticità, potrebbe essere la risposta più efficace all'avanzata dell'Isis.

 

 

 

 

* Docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento