Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Lincoln: i dilemmi di una leadership

Paolo Pombeni - 20.02.2016
Tiziano Bonazzi - Abraham Lincoln

Per tutti gli appassionati storia e di politica il volume che Tiziano Bonazzi ha dedicato al presidente della guerra civile americana è una lettura da non perdere (T. Bonazzi,  Abraham Lincoln. Un dramma americano, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 306, € 22). Prima di tutto perché è un libro scritto in maniera splendida, il che purtroppo sta diventando raro. L’autore crea un gioco di sfondi e di primi piani sul suo eroe che non solo è molto godibile, ma che ci porta davvero “dentro” una storia tutt’altro che semplice da dipanare.

Bonazzi è un grande specialista di storia americana, ma è uno di quegli specialisti che comprendono come i lettori non lo siano e quindi come abbiano bisogno di essere introdotti in un mondo che non è il loro: non solo perché si parla di un altro continente e di un’altra cultura, ma perché si parla di un’altra epoca, che va dagli inizi dell’Ottocento sino al 1865. Non è uno spazio di tempo breve come sembra, perché in quel lasso temporale cambia il mondo: gli Stati Uniti passano dall’universo della colonizzazione britannica con i suoi retaggi culturali, alla fase del grande stato che deve costruirsi come “nazione” inglobando la “frontiera” e il sistema economico di piantagione, l’industrializzazione e il commercio su larga scala, la religione del puritanesimo cristiano e quella del risveglio evangelico. E’ un quadro molto mosso che viene ricostruito in maniera davvero magistrale, con una conoscenza delle fonti tanto sicura che rende leggera e piacevole una lettura che deve spiegare fenomeni estremamente complessi.

Lincoln è il prodotto e l’attore di questa trasformazione. E’ un uomo che si è fatto da sé scalando i gradi sociali da una posizione di contadino povero a quella di importante avvocato e poi di politico di rilievo. Ma è al tempo stesso uno spirito tormentato, afflitto da crisi depressive e costantemente sfidato dal suo rapportarsi con un duplice orizzonte: una razionalità che lo porta a “dimensionare” la politica pur senza banalizzarla; un tormentato rapporto con la sfera del religioso, che costringe lui, sostanzialmente distante dal cristianesimo come pratica sociale e culturale, ad interrogarsi continuamente sul ruolo dell’Ente che se non governa il mondo almeno costringe gli uomini a chiedersi se alla fine non lo faccia davvero.

La vicenda di Lincoln si snoda su questo sfondo e dà forma al suo ruolo di leader costretto a misurarsi con il passaggio più difficile da immaginare: la sfida che punta alla dissoluzione dell’unità americana. Per un uomo come lui, nutrito della religione dei padri fondatori e del mito della costruzione americana come legata sia alla dichiarazione d’indipendenza che alla costituzione, è impossibile accettare che la federazione eterna che deve trasformarsi in “nazione” possa essere messa in questione da chi ritiene che invece esista solo una confederazione di stati che hanno conservato un diritto di opting-out. Ciò è in contrasto col fatto che per tutta una cultura gli USA non sono il frutto di un negoziato fra soggetti politici, ma sono la realizzazione di un fenomeno nuovo che deve essere di esempio e di insegnamento al mondo.

Bonazzi ha pagine molto acute nello spiegare questa traslazione fra l’immagine del popolo eletto della Bibbia e il nuovo popolo americano. Lincoln non si capisce se non in questo contesto, soprattutto nel momento in cui è messo di fronte alla secessione del Sud e alla guerra civile. «Il fallimento della costruzione nazionale non poteva, di conseguenza, non assillarlo, perché in quel progetto egli vedeva il manifestarsi della scintilla divina di libertà e, al tempo stesso, vi scorgeva il suo sogno whig di ordinato progresso civile e materiale. Lo schiavismo e la cospirazione degli schiavisti contro l’Unione e contro la stessa popolazione sudista avevano a suo avviso portato ad una guerra il cui esito andava al di là della mera sopravvivenza degli Stati Uniti; ma questo non voleva dire lasciar cadere le istituzioni americano» (p. 221).

Lincoln non è affatto un “redentore” degli schiavi né per filantropia né per progressismo estremo. La sua visione della questione è complessa: i neri non possono essere retrocessi al rango di animali su cui esercitare la potestà perché sono creature umane, ma al tempo stesso non per questo sono automaticamente eguali ai bianchi. In estrema sintesi è questo l’approdo finale di una riflessione sulla questione della schiavitù che è piuttosto tortuosa e complessa, ma soprattutto che vuole sempre essere realista, perché per Lincoln a dominare è la theory of necessity, un approccio che allontana qualsiasi trasporto verso l’utopia.

Sarà nella gestione complicata di una lunga guerra, in cui il presidente non vuole arrivare all’annientamento dei secessionisti, ma piuttosto al loro recupero nel quadro costituzionale da cui si sono allontanati per seguire delle cattive guide, che si compirà il tentativo di sintesi finale: trasformare una guerra civile in un’opera di costruzione della identità piena della nazione americana cosciente della missione che la storia le ha assegnato a beneficio di tutte le genti.

Davvero la figura tragica e fisicamente sgraziata di questo eroe americano (eroe costruito per la verità a posteriori dall’interpretazione che ne daranno i posteri) rivive con una forza al tempo stesso narrativa e scientificamente analitica in pagine di notevole potenza. Un’impresa che poteva essere fatta solo da chi va definito a buon diritto uno storico di razza.