Ultimo Aggiornamento:
28 gennaio 2023
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L'incognita del Presidenzialismo

Paolo Pombeni - 04.01.2023
Meloni discorso fine anno

Nella conferenza stampa di fine anno la premier Meloni è tornata sul tema della riforma costituzionale che introdurrà un qualche forma di presidenzialismo (lei ha specificato di preferire il semipresidenzialismo modello francese) e di seguito l’on. Casellati, ministro delle riforme istituzionali, ha fatto alcuni interventi sul tema e soprattutto sulle modalità con cui si potrebbe procedere.

Dire che tutto è molto confuso è un eufemismo. Dal punto di vista contenutistico si oscilla sempre fra un generico rinvio alla necessità di stabilizzare i governi a favore di una continuità della loro azione e un confuso appello alla superiorità di legittimazione che avrebbe un vertice scelto direttamente dal voto popolare. Fra i due aspetti si fa una notevole confusione e non sembra opportuno inoltrarsi su un terreno così delicato senza avere chiari i termini della questione.

Diciamo subito che per quanto riguarda il vertice del potere esecutivo la pura e semplice esaltazione dei poteri legittimanti del voto popolare evoca lo spettro del plebiscitarismo che è sempre stato una malattia mortale dei sistemi politici. Il voto è sempre frutto di molte contingenze che possono essere manipolate in vario modo, come la storia, ma anche l’esperienza recente dimostra senza difficoltà. Nel caso della investitura del vertice del potere esecutivo un risultato che possa essere lasciato senza correttivi in mano alle “passioni” dominanti nel momento elettorale è un fatto più che pericoloso.

Si tratterebbe innanzitutto di stabilire poi dove si voglia far risiedere quel vertice: nel presidente della repubblica o nel premier? Non si tratta di scelte equivalenti. Tutti ammettono che comunque si tratterebbe di contornare l’investitura forte del vertice eletto con altri poteri che possano impedire tentazioni assolutistiche per non dire dittatoriali. Facile a dirsi, molto complesso a farsi, perché se quei poteri avessero anch’essi una legittimazione popolare diretta si configurerebbe una concorrenzialità, se avessero un’altra origine ci sarebbe l’eterna diatriba se il potere sovrano del popolo possa essere subordinato a poteri, almeno apparentemente, di altra origine.

Sarebbe prudente partire in ogni caso dal considerare che una riforma costituzionale di questa portata deve essere prodotta avendo cura di non mettere a rischio la tenuta del sistema complessivo. É banale far notare che non avrebbe senso voler stabilizzare il potere di governo introducendo fratture e lotte intestine all’interno del paese, come succederebbe facilmente se si finisse nell’ottica plebiscitaria di imporre il capo di una fazione, anche se momentaneamente maggioritaria, contro il resto del paese. Il rischio è, per usare i termini appropriati, di ritornare nell’ottica nefasta del totalitarismo, che è appunto ciò che suppone che una parte se risulta maggioranza possa arrogarsi la rappresentanza totale e dunque il governo senza dialettica della nazione.

Va poi preso atto che in un sistema democratico-costituzionale è saggio prevedere che accanto ad un “potere di governo” che deriva dalla competizione elettorale regolarmente usata ci sia un “potere di arbitrato” in grado di esercitare una funzione di compattamento del consenso politico nazionale al di là delle contrapposizioni che si susseguono fra le parti. Per quanto ciò sia poco considerato, l’esperienza italiana con l’evoluzione nel corso del tempo dell’istituto della presidenza della repubblica ha mostrato risorse che non sono presenti né nel modello americano (e si ricordi cosa ha significato la presidenza Trump), né in quello francese. Non significa che la designazione dell’inquilino del Quirinale vada tenuta ferma nella modalità attuale, vista la caduta di autorevolezza del parlamento, ma più semplicemente che sia opportuno riflettere se non convenga trovare nuove modalità di designazione per rafforzarne le specificità “arbitrali” e di rappresentanza del sentimento comunitario della nazione senza coinvolgerlo nell’azione propriamente di governo.

La stabilizzazione del ruolo del premier, ruolo che andrebbe formalizzato perché attualmente il termine è impiegato abusivamente, può ben essere un obiettivo utile e condiviso. Non dovrebbe trattarsi però di conferirgli un potere “indiscutibile”, ma di non lasciarlo in mano alle manovre di forze che agiscano a livello di puri giochi parlamentari e non solo. Misure come la possibilità del premier sfiduciato di chiedere lo scioglimento della legislatura e il ritorno davanti agli elettori he giudicheranno della sua azione, la previsione della sfiducia costruttiva e altri meccanismi come questi sono presenti in sistemi politici diversi dal nostro e possono essere valutate opportunamente.

Si pone però qui il problema da chi debba essere istruito e costruito il nuovo sistema. Ciò che a chi scrive sembra importante è che l’ultimo giudizio sulla riforma che verrà proposta sia dato in mano al popolo: cioè che ci sia un referendum sul testo, unica via per legittimare davvero un nuovo assetto costituzionale. Per arrivare allla stesura del progetto non è dirimente affidarsi ad una commissione bicamerale o ad un comitato di esperti: ci sono pro o contro in ciascuna di queste opzioni e molto dipende da come saranno costruite (bicamerali con deputati e senatori scelti per dar loro un palcoscenico, o selezionate fra personalità di peso; commissioni di esperti pletoriche e rispondenti alla distribuzione fra partiti e lobby, o gruppi ristretti che diano garanzia di lavorare per il bene de paese).

Temiamo che anche questa volta si rischi di finire nel classico molto rumore per nulla. Comunque si proceda ci vorrà tempo e le parti in campo, tutte purtroppo, hanno in mente fra loro più il giochetto del ruba-bandiera politico che non la creazione di un sistema che unendo bene rappresentatività e potere decisionale sarebbe nell’interesse generale in un quadro di evoluzione del consenso politico come quello che dobbiamo attenderci nei prossimi anni.