Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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Vent'anni di Putin: 1) la politica interna

Francesco Cannatà * - 25.01.2020
Vladimir Putin

Russia o la necessità della politica interna. Quello che sembrava uno slogan pubblicistico è rapidamente diventato una necessità. Il paese, alla soglia del terzo decennio di potere di Vladimir Putin, si caratterizza infatti per la strutturale incapacità del sistema a riformarsi, la crescente richiesta sociale di cambiamento e l’emergere del nervosismo delle elite. Nel 2019 infatti tra Cremlino e cittadini si è creato un solco profondo e duraturo. Ambiente, inquinamento, diritti elettorali e democratici, corruzione, repressione, richieste economiche e sociali, questi i temi che dallo scorso anno guidano il disagio popolare. Maggio: manifestazioni a Jekaterinburg contro un progetto di discarica. Giugno: Mosca si ribella contro l’arresto di un giornalista investigativo. Aprile-settembre: proteste ad Archangelsk contro la costruzione in un parco pubblico di una cattedrale ortodossa. Nell’estate 2019 i vari fronti della la questione sociale sono tornati a scuotere la Russia.
 
Quando arriverà davvero il giorno? Con questo titolo nel 1860 il poeta Aleksandr Dobroljubov recensiva il romanzo Alla vigilia di Ivan Turgenev. Un anno dopo, liberando i servi della gleba, Alessandro II si schiererà a fianco di chi riteneva quell’atto indispensabile alla modernizzazione zarista.
Ad oltre un secolo e mezzo da quell’evento le elite russe attendono febbrilmente un'altra vigilia: il 2024. Come mantenere Putin al potere quando terminerà il suo quarto mandato presidenziale? Visto che la Costituzione non permette più di due mandati presidenziali di seguito, come rispettare la norma evitando discontinuità nelle strutture statali? Come cambiare presidente lasciando il potere reale nelle sue mani? Ripetere quanto già fatto è impossibile. Nel 2008 la soluzione era arrivata dalla rokirovka, lo scambio dei ruoli tra Medvedev e Putin. Il primo ministro al Cremlino, Putin alla guida del governo. Quattro dopo anni i due hanno percorso il cammino inverso. Perché questo bizantinismo? Una seconda presidenza Medvedev sarebbe stata destabilizzante, oppure tutto era già deciso dall’inizio come ha detto Putin nell’ottobre 2011? Difficile saperlo. Sta di fatto che l’escamotage ha funzionato solo in parte. Se Putin ha consolidato il proprio potere, i ceti urbani, con le proteste del 2011/2012, hanno fatto capire di non gradire.
 
Dinamismo sociale, espansione economica, rinnovamento istituzionale. Segnati da congiuntura positiva i due primi mandati di Putin hanno permesso il patto informale lealtà in cambio di relativa autonomia con cui potere e ceti progressisti si assicuravano sostegno reciproco. Compromesso simbolizzato dalle riforme fiscale e societaria, ma messo in crisi dalla recessione del 2008. Col venir meno delle risorse, aumentano le richieste di lotta alla corruzione. Pretese cui il governo risponderà aumentando controlli burocratici e centralizzazione sociale, minando cosi le basi della precedente intesa. Questo, più l’esasperazione per il ritorno di Putin, spingeva, nell’inverno 2011, la Russia urbana alla protesta. Lo spauracchio rivoluzionario obbligava le istituzioni a cedere al presidente parte dei propri poteri. La guida manuale dello Stato, uno dei concetti preferiti di Putin, funziona però solo se il vertice ha il sostegno del popolo e delle elite. Indebolendosi questi legami l’apparato statale russo, di per se non perfettamente stabile, diventa turbolento.
Gli ultimi due mandati di Putin, soprattutto quello iniziato nel 2018, si sono rivelati impervi. La nascita del governo Medvedev avviene all’insegna di immobilismo e conservazione. I progetti nazionali di Putin mancano di strategia e i loro effetti sulla crescita saranno minimi: +0,1% nel 2020; +0,2-0,3% nel 2021. Un avvio stentato aggravato nel 2019 dalla crescita dell’età pensionabile – da 60 a 65 anni entro il 2028 per gli uomini, da 55 a 63 anni entro il 2034 per le donne – e dall’aumento dell’Iva dal 18 al 20%:  misura i cui ricavi, circa 600 mrd. di rubli, serviranno a finanziare proprio i progetti presidenziali. Questi i motivi per cui lo scorso anno in Russia la questione sociale ha rialzato la testa. Rispetto al 2011 la novità non sta tanto nella contestazione, quanto nelle reazioni: solidarietà da gruppi diversi, attenzione da parte dei media locali, passi indietro dal potere.

Prima vittima politica di quest’umore è stato il partito del potere Russia Unita (RU) che alle amministrative del 2019 ha perso il 16% dei voti. Ora la conservazione della maggioranza costituzionale alla Duma a RU è l’architrave strategico del potere russo. Come ha ribadito il 23 novembre Putin, RU deve essere “forza dominante” in grado di controllare la realizzazione dei progetti nazionali e partito maggioritario nella società.
 
Cambiando improvvisamente posizione il 15 gennaio, affermando la necessità di una nuova Costituzione, il Cremlino ritiene la questione 2024 irrisolvibile nell’attuale ordinamento. La repubblica superpresidenziale russa, nata nel 1993 con la vittoria della presidenza El’cin sul Soviet Supremo, finirà nel 2020? E in questo caso come sostituirla? Con una forma di governo più equilibrata in vista del 2024? O al contrario affievolendo i diritti fondamentali?
I media russi avevano annunciato che il messaggio presidenziale si sarebbe concentrato sulle difficoltà del paese: dal calo dei redditi, alle nuove forme povertà, al crollo demografico del 2019. Citando le crescenti richieste di cambiamento Putin non ha nascosto i problemi sociali. Ma il nucleo dell’intervento è andato alla necessità di nuova Costituzione: l’emendamento di 22 articoli appartenenti facenti capo ai paragrafi 3-8 della Carta, allo scopo di ripartire diversamente le competenze tra gli organi dello Stato, più la resurrezione del Consiglio di Stato.
La conferma del divieto di un terzo mandato e la volontà di indebolire la funzione presidenziale non chiariscono il ruolo futuro di Putin: nuovo primo ministro, responsabile del Consiglio di Stato, oppure alla guida di entrambe le cariche? Inoltre, quali saranno i rapporti tra le nuove istituzioni, le personalità chiamate a dirigerle e i siloviki, le strutture militari federali? Come coprire i costi, 450 mrd. di rubli, dei provvedimenti sociali annunciati da Putin? Poche le certezze. Tra queste quella che il 15 gennaio il governo Medvedv si è dimesso in blocco e il giorno dopo Michail Mishustin è stato nominato nuovo premier. Sicuro è poi che entro il 2021 verrà eletto un nuovo Parlamento e nel 2024 la Russia avrà un nuovo presidente. La nuova Costituzione non sarà più vincolata dalle norme internazionali come ora prevede l’art.15/4. Per cambiare la norma, giuridicamente solo un Assemblea Costituente può farlo, il Cremlino ha in mente un metodo originale. Mantenere l’art. 15, modificando, in senso opposto a questo, l’art. 79. Identico il procedimento studiato per le autonomie locali. Le garanzie fissate dai primi articoli della Carta non verranno toccate. Il limite ai poteri locali verrà da due nuove norme.
Il percorso della nuova Carta sarà rapido. Il 23 gennaio la Duma l’ha approvata in prima lettura all’unanimità. La seconda lettura avverrà entro febbraio. La terza arriverà poco dopo insieme al consenso della Camera alta. Il 12 aprile ne è prevista l’approvazione con un plebiscito pan russo. Non si parla, formalmente, di referendum per evitare lo scoglio della partecipazione minima. Il 9 maggio, anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale, la Russia festeggerà la nuova Costituzione. Costi quel che costi.

 

 

 

 

* Dottore di ricerca in Storia dell’Europa orientale e autore di Nel Cuore d’Europa, Textus 2019.