Ultimo Aggiornamento:
27 luglio 2022
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L'elettorato è mobile

Paolo Pombeni - 29.06.2022
Marco Bucci

L’elettorato non sarà mobile come suppone l’arietta d’opera delle donne (con tipico pregiudizio antifemminista), cioè come una piuma al vento, ma certamente continua a mostrarsi relativamente imprevedibile. Questo è ciò che è apparso a tutti con la recente tornata di amministrative in cui si dava per vincente il centrodestra, mentre invece il centrosinistra ha portato a casa un ottimo risultato. Si può cavarsela dicendo che è dipeso dagli errori di una destra molto meno unita di quel che si dava per scontato, ma non ci sembra una spiegazione sufficiente.

Pare a noi che una volta di più la mobilità dell’elettorato non si sia espressa prevalentemente in uno spostamento di consensi fra i partiti delle due coalizioni contrapposte, quanto piuttosto nel transito di molti votanti nell’area dell’astensione, ancora una volta in crescita e per di più in un contesto come quello “cittadino” dove si supponeva che i partiti avessero maggiori capacità di coinvolgimento dei cittadini. In realtà gli appelli più o meno convinti dei leader nazionali non sono stati capaci di mobilitare là dove i candidati non convincevano, né a destra né a sinistra. Lo si era già visto nelle amministrative a Roma dove la cosa era stata molto evidente, ma il fenomeno si può ritrovare in altri casi.

Le ideologie non muovono più il sentimento popolare e questo si sapeva da tempo, ma non lo muove più neppure il populismo, che in definitiva è il surrogato bastardo delle vecchie ideologie. La gente vuole atteggiamenti costruttivi e degli slogan comincia a non fidarsi più. Lo si è visto benissimo nel caso delle elezioni a Verona, dove Damiano Tommasi ha vinto senza far lui appello ai mantra della sinistra ideologica e sconfiggendo un avversario che al contrario aveva mobilitato tutti quelli della destra, sostenuto in ciò persino da un vescovo che deve aver perso il contatto col tempo presente.

L’elettorato tende ad uscire dai vecchi schemi, come dimostra Parma, dove un buon sindaco è stato in grado di passare la sua eredità. Peraltro questo non vale solo per la concentrazione di centrosinistra, perché a Genova per esempio ha giocato a favore di un bravo sindaco come Bucci. Ovviamente non tutto ripete lo stesso modello, ma ci sembra di individuare un trend di cambiamento interessante.

Detto questo ci parrebbe sbagliato trarre dall’andamento delle amministrative un oroscopo per la scadenza delle prossime elezioni nazionali. Non soltanto perché nei mesi che ci separano da esse possono accadere molte cose che incideranno sul sentire della pubblica opinione, ma perché inevitabilmente in quel caso peseranno di più gli orientamenti nazionali.

Con la legge elettorale vigente, che non sembra verrà cambiata, i collegi uninominali sono molto ampi e la possibilità di mettere in campo candidati che facciano perno sui rapporti di prossimità, sullo stesso civismo, ci sembrano molto ridotte. Tornerà dunque ad essere importante un poco di discorsi di prospettiva, temiamo anche un po’ (e forse anche non poca) demagogia, e soprattutto la mobilitazione fatta con i vari media sociali. Teniamo anche presente che la figura del candidato al parlamento conta meno nelle elezioni nazionali, perché la gente non vi vede, tranne casi limitati, una figura in grado di imporsi, come invece avviene per il candidato sindaco. Per queste e per altre ragioni mettiamo in guardia dal trarre facili pronostici da quel che si è registrato nelle amministrative.

Questo però non vuol dire una rinuncia a cogliere la domanda di novità che in termini di scelta della classe politica emerge da quanto accaduto nelle urne di giugno. La gente vuole un ricambio che vada al di là del professionismo dei partiti e dei loro ceti. Non si tratta di negare che la competenza sia importante e che un sano professionismo politico possa essere una risorsa, ma solo di non ridurre la competenza politica alla partecipazione ai giochi e giochetti che appassionano una parte non modesta dei vertici politici. Bisogna piuttosto tornare a valutare le molte risorse che si possono trarre dalla società civile: senza mitizzare, ma imparando a guardare la società nelle sue pieghe profonde.