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18 settembre 2021
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Autocrazie militari dei Paesi islamici e stabilità: un ruolo perduto

Ciro Sbailò * - 30.07.2016
Diritti femminili e donne turche

Quando sono arrivate le prime notizie sul “golpe” ai danni di Erdogan, in molti, in Occidente, hanno tirato un sospiro di sollievo e qualcuno ha anche brindato: «Stop al progetto panislamico» s’è detto. Se consideriamo la storia dell’Islam contemporaneo, ci rendiamo conto che queste posizioni erano meno incaute e avventate di quel che a prima vista potrebbe pensare.

È già accaduto, infatti, che le elite militari abbiano fermato i partiti islamici. In Algeria, all’inizio degli anni Novanta, il partito islamico vinse le elezioni amministrative e poi quelle politiche e cominciava a reclamare un ruolo di primo piano nella politica nazionale. L’elite politico-militare algerina (il pouvoir, come veniva definita la triade Esercito-Partito-Presidente) disconobbe quei risultati. Ne scaturì una sanguinosa guerra civile, che produsse decine di migliaia di morti tra gli insorti, la popolazione civile e tra i militari (cogliamo l’occasione per invitare a rivedere Des hommes et des dieux di Xavier Beauvois, anche in memoriam di padre Jacques Hamel). L’attuale presidente algerino avviò una politica di pacificazione fondata su quattro pilastri: repressione durissima del radicalismo, amnistie e condoni per quanti non si erano macchiati di reati di sangue, rafforzamento dello stato sociale, rafforzamento del ruolo dell’Islam nella vita pubblica. Altro esempio classico è l’Egitto. Nasser era alleato della Fratellanza musulmana negli anni Cinquanta, poi cominciò a perseguitarla con durezza. Sadat avviò un processo di pacificazione, che tuttavia durò poco e la sua morte, nell’attentato del 1980, è in parte riconducibile a quel fallimento. Mubarak scelse la via della repressione senza se e senza ma, fino agli anni Novanta. Con la fine della “pressione da Est”, gli USA e le istituzioni di Bretton Woods gli chiesero di rendere meno imbarazzante la situazione dei diritti umani in Egitto. Il rais si adeguò e la Fratellanza riprese a espandersi nella società egiziana. Ma dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l’elite militare egiziana riavviò con forza la repressione contro tutte le opposizioni, a cominciare dall’Islam popolare.

Veniamo così ai giorni nostri. Nell’Egitto post-Mubarak, si tengono le prime elezioni libere della storia del Paese. Vincono i Fratelli musulmani e al vertice dell’Esecutivo arriva un loro esponente di spicco, Morsi, il primo civile alla presidenza dell’Egitto contemporaneo. Dura poco. I militari tornano al potere con al-Sisi grazie ad un colpo di Stato e anche in questo caso l’Occidente tira un sospiro di sollievo.

Certo, può sembrare paradossale che l’Occidente faccia il tifo per i militari, contro i musulmani democraticamente eletti. Tuttavia, le elite autocratiche dei paesi islamici hanno rappresentato per decenni una garanzia di ordine e stabilità agli occhi dell’Occidente. Sarebbe ingeneroso, però, dire che è solo questione di Realpolitik. È ancora convinzione diffusa, in Occidente, che la secolarizzazione dello spazio pubblico sia condizione necessaria e sufficiente per l’avvio di ogni processo di democratizzazione. Questo sembrerebbe insegnare, infatti, la storia europea. Peccato che la storia islamica dica cose alquanto diverse (già al tempo degli abbasidi, i califfi meno “religiosi” erano anche i più autoritari). Non solo, ma la giustificazione occidentale delle autocrazie islamiche presuppone un ordine globale abbastanza definito, fondato su un sistema super-stato nazionale onnicomprensivo e stabile, per quanto sottoposto a forti scosse, come il sistema della Guerra fredda. Il problema è che quell’ordine, ormai, è una stella morta, che emana luce, benché spenta. Almeno così sembra pensarla Henry Kissinger che, nel suo fortunato (ma, sospettiamo, poco letto, anche dall’intellighenzia della destra italiana), volume The World Order canta il requiem per il cosiddetto modello “vestfaliano” (Pace in Vestfalia, 1648: convenzionalmente indicata come la nascita del modello statuale europeo, considerato la base dello stesso sistema bipolare della Guerra fredda). Sono anni – è vero – che in dottrina si parla di quel declino: ma questa volta la fonte non è la storiografia, bensì chi la storia l’ha fatta. Oggi, dunque, ai conflitti tra gli stati e sistemi interstatuali si vanno rapidamente sostituendo conflitti tra entità asimmetriche e a volte intersecantesi, come popoli, culture, gruppi religiosi ed etnie, o gruppi di interesse. In questo contesto, le elite militari dei Paesi islamici vedono fortemente contrarsi il loro ruolo di garanti della stabilità regionale, perché le dinamiche geopolitiche non sono più riconducibili entro logiche rigidamente statuali e territoriali.

 

La riespansione del principio ordinatore islamico

 

Anche le vicende turche e la stessa storia della Turchia andrebbero, pertanto, inquadrate in una chiave “post-vestfaliana”. Nel mondo vestfaliano, si poteva presumere che la laicizzazione dello Stato e della legislazione fossero sufficienti a fare della Turchia un paese post-islamico. Oggi viene alla luce il fatto che le società islamiche sono caratterizzate non tanto dallo scontro tra “laici” e “clericali”, ma tra chi vuole islamizzare la società e chi, invece, punta alla statalizzazione dell’Islam. L’Impero ottomano, tra il XIX e il XX secolo, ha conosciuto molte fasi di riforma in vari campi: dal diritto penale al sistema educativo, dalla pubblica amministrazione all’economia. Queste riforme spesso erano realizzate “dall’alto”, su iniziativa del califfo, che entrava in conflitto con l’autorità religiosa, non in nome della “laicità” contro l’oscurantismo clericale, ma in nome della sua responsabilità (il califfato è un “contratto”) nei confronti della Umma islamica. Il nucleo della rivoluzione di Kemal – il “padre” della Turchia contemporanea – è nel superamento di questo schema in favore di una definitiva collocazione dell’islam dentro il dominio statuale.

Tuttavia, la rivoluzione kemalista non diede vita a una situazione stabile. Benché fosse stato eliminato ogni riferimento all’Islam quale religione di Stato, nel 1928 e la visione secolarista dello Stato fosse stata riaffermata con le riforme costituzionali del 1937, l’elite militare turca, dopo l’instaurazione del pluripartitismo, dovette confrontarsi con l’«Islam popolare» (noi preferiamo chiamarlo così: non è né radicalismo islamico, né islam moderato), nel 1946. Il Partito democratico vinse le elezioni del 1950 e favorì il ritorno dell’Islam popolare nella vita pubblica della Turchia. Quella stagione si chiuse con il colpo di Stato del 1960, da cui nel 1961 nacque il Consiglio Nazionale di Sicurezza della Turchia (Milli Güvenlik Kurulu, MGK). I successivi colpi di Stato del 1971 e 1980 portarono al rafforzamento dell’MGK, il cui ruolo si consolidava giuridicamente con la Costituzione del 1982, che comportò anche significative restrizioni alle libertà civili in nome della sicurezza nazionale.

Dopo la fine della guerra fredda anche in Turchia si allenta la morsa repressiva, come in tutti i regimi militari islamici. Necmettin Erbakan, leader del partito islamico-popolare (il partito del Benessere, nel quale già militava Erdogan), fu primo ministro dal 1996 al 1997. Fu costrettoalle dimissioni dal MGK, sulla base di norme emergenzialistiche varate ad hoc. Ricominciò, dunque, per un breve periodo, la repressione dell’Islam popolare.

Nel frattempo, come si diceva, il mondo è cambiato e tra le novità c’è quel complesso fenomeno che abbiamo altrove definito «riespansione del principio ordinatore islamico». Per capire di cosa stiamo parlando, partiamo da un dato demografico: secondo un rapporto del Pew Research Center, il numero delle persone che si autodefiniscono “musulmani”, nei prossimi 35 anni, crescerà a un tasso del 73%. L’espansione demografica islamica è dovuta, essenzialmente, alla combinazione di tre fattori: la decrescita demografica dell’Occidente, la crescita demografica delle popolazioni islamiche, la crescita del numero degli atei o degli agnostici nella popolazione occidentale. Nel contempo s’assiste, sia nell’Islam tradizionale sia nell’Islam d’Occidente, ad una Islamic-Renaissance culturale e scientifica: sono sempre di più gli studiosi, anche giovanissimi e cosmopolitici, impegnati nella legittimazione di una “via islamica” al costituzionalismo, in alternativa al modello occidentale considerato in irreversibile declino sotto più profili, da quello geopolitico e culturale a quello etico. Per chi volesse avere un’idea di cosa stiamo parlando, suggeriamo di leggere il testo della Costituzione egiziana del 2012, quella cosiddetta “islamista”, dove c’è un vero e proprio programma culturale, soprattutto nella prima parte. A chi avesse più tempo e un particolare interesse, suggerirei la lettura della tesi di dottorato di Ahmet Davutoglu, già primo ministro e ministro degli Esteri di Erdogan: Alternative Paradigms. The Impact of Islamic and Western Weltanschauungs on Political Theory (University Press of America, 1994). Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (in turco: Adalet ve Kalkınma Partisi - AKP), nato nel 2001 e guidato da Erdogan, si presenta, per l’appunto, come la sintesi politica della Islamic-Renaissance.

 

La partita del Sultano


La rappresentazione di un Islam culturalmente e biologicamente vigoroso, che assedia un Occidente sterile ed edonista, pur se suggestiva, non serve, tuttavia, a comprendere la riespansione islamica. Essa, infatti, non spiega la virulenza ideologica che accompagna questa riespansione né la crescente conflittualità interna allo stesso mondo islamico, visto che gran parte delle vittime dell’islam radicale sono, per l’appunto, musulmani. Per comprendere la crescente inquietudine interna all’Islam in espansione, bisogna tenere conto del fatto che l’Islam cresce, ma anche le donne musulmane – come le donne d’Occidente – fanno meno figli rispetto al passato (in alcuni casi si va dagli oltre sei figli a testa, del 1960, ai due del 2010). Erdogan e i suoi consiglieri conoscono bene il problema e in più di occasione il premier turco è intervenuto contro le femministe e contro l’intellighenzia laica, colpevoli di favorire individualismo ed edonismo e di indebolire, per questa via, la Nazione e l’Islam stesso: l’occidentalizzazione della popolazione rappresenta una seria minaccia al progetto di fare della Turchia il polo d’attrazione e il centro geopolitico della riespansione islamica, in una chiave agonistica (non necessariamente antagonistica) con l’Occidente.

Questo progetto è sicuramente minacciato dalla secolarizzazione e dall’occidentalizzazione della società islamica. Ma l’altro grande nemico di Erdogan è il radicalismo islamico, stile Isis. Finora il presidente turco a detta dei principali analisti, non ha partecipato con eccessiva convinzione alla mobilitazione internazionale contro il califfato nero. Secondo alcuni, ciò si spiega con l’intento di indebolire l’intera area sciita, verso la quale sono dirette le attenzioni della Russia, già storico rivale dell’Impero Ottomano. Secondo altri, la Turchia gioca col fuoco, per tenere sotto scacco l’Occidente, così come starebbe facendo anche sulla questione dei migranti-richiedenti asilo. Di certo la strategia geopolitica del presidente turco rischia di naufragare se l’espansione islamica viene monopolizzata dallo Stato islamico e dall’insorgenza islamica diffusa e nichilistica. Oltre un certo limite l’insorgenza islamista radicale cessa di creare crisi e confusione in Occidente e diventa un serio ostacolo per i progetti panislamici. I tagliagole, alla lunga, gettano discredito su tutto l’Islam, anche tra i musulmani. Per questo riteniamo che, una volta consolidata propria posizione geopolitica anche attraverso una nuova intesa con la Russia, la Turchia di Erdogan potrebbe puntare a promuovere un definitivo regolamento di conti interno all’Islam (la base giuridica, dal punto di vista del diritto islamico, è giù pronta: ci hanno lavorato diversi scholars sunniti, a cominciare dagli oltre 120 che firmarono la condanna del califfo nero nel settembre del 2014), con una sorta di epurazione (fenomeno non nuovo nell’Islam) degli “estremisti” e degli “esaltati”, colpevoli di creare “discordia”. Anche a questo fine è indirizzata l’imminente riforma costituzionale turca, che punta a un deciso rafforzamento dell’Esecutivo, pur in un quadro di pluralismo politico. In questo senso Erdogan si pone in perfetta continuità con il riformismo autoritario di Kemal. Inoltre, è proprio in questa chiave di “garante” rispetto ai rischi dell’insorgenza jihadista diffusa, che potrebbe cercare un nuovo rapporto con l’Europa. Il fallito golpe – che è sembrato a chi scrive una sorta di contropiede conseguente a un “catenaccio italiano” – ha rafforzato di molto il presidente turco, ma lo ha anche paradossalmente reso più vulnerabile: ora, o il suo progetto panislamico va avanti, oppure la sua carriera politica rischia interrompersi bruscamente.





*Professore di Diritto pubblico comparato, Unikore - Enna