Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Le posizioni del governo sulla disciplina del lobbying

Maria Cristina Antonucci* - 24.11.2018
Ministero Funzione Pubblica

L’evocazione delle “lobby” contro l’azione politica del governo giallo-verde è stata frequentemente impiegata da esponenti di vertice del Movimento 5 Stelle e della Lega. Solo per fare riferimento alla comunicazione politica dei leader di Lega e M5S, Salvini ha espresso in più occasioni la sua posizione contro le “lobby finanziarie a Bruxelles”, mentre Di Maio ha sostenuto che il Decreto Dignità avesse contro “lobby di tutti i tipi”.

Non si tratta di una novità: il termine lobby, inteso con il significato dispregiativo di ristretto e dovizioso gruppo di interesse, connesso in modo ideale, quando non impersonificato, con il sistema dei “poteri forti” ha costituito uno degli archetipi più frequenti della comunicazione elettorale delle politiche del 4 marzo 2018. Non sorprende che ora il lemma continui ad essere protagonista della comunicazione politica di questa campagna elettorale permanente.

Tuttavia, se si passa dal piano comunicativo alla dimensione dell’azione politica, cosa sta facendo il Governo Lega – Movimento 5 Stelle sul tema della disciplina del lobbying? La domanda non è retorica: se si ritiene che il fenomeno dell’influenza di alcuni portatori di interessi particolari possa ostacolare l’azione politica del governo del cambiamento sarebbe prioritario intervenire con adeguati strumenti di disciplina delle attività di relazione tra mondo degli interessi particolari e rappresentanti della politica e delle istituzioni, chiamati ad intervenire a difesa dell’interesse collettivo.

In realtà, una analisi delle iniziative e dei provvedimenti posti in campo da parte di esponenti delle due forze politiche di maggioranza restituisce elementi contrastanti.
In assenza di una legge sul lobbying, nessun esponente parlamentare di Lega o Movimento 5 Stelle ha finora presentato una proposta di legge alla Camera o al Senato, lasciando il compito, finora, ad esponenti del PD e del gruppo misto (rispettivamente Fregolent, Misiani, Verducci, Valente e Nencini).

Correttamente, nel testo del Decreto Anticorruzione, in questi giorni agli onori della cronaca per una serie di controversie in merito ad alcuni provvedimenti non pienamente condivisi, tanto da non essere votati in aula da esponenti della maggioranza, non si fa menzione al tema del lobbying. La circostanza di non confondere il lobbying – assente nel Decreto Anticorruzione - e corruzione evidenzia una corretta comprensione del fenomeno della rappresentanza di interessi presso soggetti politici e istituzionali, che riguarda molto di più questioni di equità nell’accesso e nell’ascolto, da parte dei decisori, dei rappresentanti di interessi, piuttosto che manifestazioni di corruzione.

Invece, in termini di regolazione ministeriale del lobbying, si possono registrare delle innovazioni.

Nel periodo 2015-2017, era stata avviata l’esperienza di tre registri ministeriali dei rappresentanti di interessi particolari, presso il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (2015), presso il Ministero dello Sviluppo Economico (2016) e presso il Ministero della Semplificazione e Pubblica Amministrazione (2017).

L’esperienza del Registro della trasparenza del Ministero per la Pubblica Amministrazione è stata conclusa da parte della Ministra Giulia Bongiorno: il sito www.registrotrasparenza.funzionepubblica.gov.it , avviato nel 2017 e basato sul modello del Registro del MISE del 2016, risulta attualmente inattivo. Allo stesso modo, non è più possibile consultare l’agenda pubblica degli incontri del Ministro e dei vertici ministeriali con i gruppi di interesse registrati; tale parte della disciplina, posta dalla Ministra Madia, si qualificava come elemento di trasparenza del processo decisionale, consentendo un controllo diffuso sui gruppi, sulle date e sui temi degli incontri dei portatori di interesse con il Ministro.

Al contrario, il Ministro Luigi Di Maio, che aveva trovato al MISE un ben avviato registro della trasparenza (con oltre 1200 iscrizioni in poco più di un anno e mezzo) ha ritenuto che tale strumento fosse un utile supporto per garantire la trasparenza dell’azione del proprio Ministero e ha previsto, con una direttiva di fine settembre 2018, l’ampliamento del meccanismo di registrazione anche per il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Il meccanismo messo a punto dalla precedente gestione ministeriale, mutuato dal modello della UE di Registro della trasparenza di Commissione e Parlamento, appariva fondato su regolazione per incentivi selettivi. Esso è stato rafforzato dall’intervento di Di Maio, prevedendo una integrazione dei dati dei registri dei due Dicasteri.  Viene inoltre ribadita la circostanza che le informazioni fornite dai gruppi di interesse vengano rese pubbliche mediante la libera accessibilità della maggior parte dei dati forniti in sede di registrazione grazie al sito web del registro. Al tempo stesso la trasparenza dell’azione di vertici politici e amministrativi viene garantita grazie alla presentazione di una agenda bimestrale degli incontri avuti c dal Ministro e dagli organi di indirizzo politico-amministrativo on i portatori di interessi.

La mancata individuazione di una linea comune sul tema della disciplina del lobbying nel governo giallo-verde emerge con chiarezza alla luce delle scelte operate, nelle stesse settimane, da parte dei Ministri Bongiorno da un lato e Di Maio dall’altro. A parità di modello di disciplina presente nei due Ministeri, la prima, esponente della Lega, sceglie di porre fine all’esperienza del registro della trasparenza, il secondo, leder del M5S, ne rilancia lo schema, ampliandone l’applicazione anche al Ministero del Lavoro. Questa distanza nelle posizioni dei due partiti di maggioranza sembra una ulteriore testimonianza del fatto che se un tema non è stato individuato nel contratto di governo non sia possibile individuare una posizione comune. Nel caso specifico, la distanza delle due posizioni, oltre ad essere un segnale della divisione politica tra i due partiti in una pluralità di ambiti, si qualifica come un potenziale blocco all’avanzamento ulteriore della disciplina del lobbying. Infatti, con un provvedimento volto ad ampliare l’applicazione del modello “Sviluppo economico” agli altri dicasteri, sarebbe stato possibile giungere in pochi passaggi e tempi rapidi ad un registro della trasparenza dei rappresentanti di interessi presso l’esecutivo, lasciando ai lavori parlamentari un analogo processo di unificazione della disciplina della Camera dei Deputati anche presso il Senato. Una soluzione regolativa semplice e volta a massimizzare l’efficacia delle norme esistenti, a fronte della complessità che pone l’individuazione di un modello complessivo di riferimento e l’individuazione di percorsi normativi di carattere generale. Ma il cambiamento del governo non sembra passare da questo tipo di strategie di medio raggio e la disciplina del lobbying in Italia sembra allontanarsi nel tempo.

 

 

 

 

Ricercatrice in Scienze Sociali CNR – docente di Comunicazione e politica presso Sapienza Università di Roma