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18 settembre 2019
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Le comunali "arcobaleno"

Luca Tentoni - 14.05.2016
Elezioni amministrative 2016

Sebbene ci siano alcuni precedenti importanti, come il voto a Parma nel 2012 e le politiche del 2013 (così come, in parte, le scorse regionali, nelle quale il M5S talvolta non è stato molto competitivo), le elezioni amministrative del 2016 sono la prima grande competizione multipolare della Seconda Repubblica. In tutti i sette capoluoghi di regione dove si vota nessun candidato e nessuno schieramento sono accreditati del 50% più uno dei consensi: i ballottaggi sono dati per scontati. Non è una novità: anche quando si confrontavano Unione e Cdl c'erano parecchi casi nei quali si ricorreva al secondo turno. Il sistema per l'elezione dei sindaci, inoltre, favorisce una competizione a due perchè permette al secondo arrivato, sia pure se svantaggiato di parecchie lunghezze al primo turno, di giocarsi tutto al ballottaggio. Per venti anni, però, la dinamica politica è stata piuttosto semplice. C'erano tre risultati possibili: la conferma della maggioranza (o anche del sindaco) uscente, la vittoria della coalizione avversaria o un secondo turno con in lizza i rappresentanti di Unione e Cdl. Le rare eccezioni confermavano la regola. Ora non è più così. Stavolta non sarà tanto importante aggiudicarsi il comune al primo turno (sebbene ci siano una o due città dove teoricamente, guardando i risultati di un tempo, potrebbe essere un’ipotesi da valutare, sia pure come remota) ma arrivare al ballottaggio. In alcune situazioni, come quella di Roma e Napoli, le combinazioni possibili sono numerose: fra Raggi (M5S), Giachetti (Pd), Meloni (FdI-Lega) e Marchini (centristi-FI) tutti appaiono potenzialmente in grado di approdare al turno successivo. Così a Napoli, dove il sindaco uscente De Magistris competerà con gli esponenti di Pd, centrodestra e M5S per dar vita ad una gara che si preannuncia interessante al pari di quella romana. Anzichè riproporre i confronti della Seconda Repubblica (centrodestra contro centrosinistra) potremmo avere perciò un arcobaleno di combinazioni diverse, il che porterà come conseguenza l'esclusione di candidati e partiti rappresentativi di porzioni rilevanti dell'elettorato. In certi casi, potrebbe bastare un 22-25% dei suffragi per arrivare al ballottaggio: la somma dei primi due ammessi potrebbe non superare il 50% dei voti espressi al primo turno. In un quadro di così marcata frammentazione si inserisce l'astensione, che verosimilmente non sarà inferiore al 40% degli aventi diritto, come ormai accade di solito (nelle sette città il non voto è stato pari al 38% alle scorse regionali, al 45,9% alle europee del 2014, al 40,4% alle precedenti comunali). Nelle elezioni amministrative della Seconda Repubblica, normalmente, l'astensione riusciva a giocare un ruolo rilevante soprattutto al secondo turno, spesso favorendo il centrosinistra (gli elettori di centrodestra erano considerati un po' più "pigri" e meno propensi a votare due volte in quindici giorni). Stavolta, invece, la mancata partecipazione al voto potrebbe manifestarsi già al primo turno e avere un peso ben più rilevante: la minore mobilitazione o la maggior disaffezione rispetto ad un candidato, un partito o uno schieramento potrebbe precludere a qualcuno l'accesso al ballottaggio. Data l'elevata competitività di questa tornata elettorale, ogni aspirante sindaco dovrà cercare di motivare il più possibile i suoi sostenitori, perchè può essere sufficiente perdere il 2-3% dei voti rispetto al proprio risultato atteso o prevedibile per trovarsi fuori dal secondo turno. Inoltre, per venti anni la battaglia si è svolta sul terreno più ristretto dell'elettorato "di frontiera" fra un polo e l'altro. Oggi, invece, le dimensioni del conflitto sono più numerose e i fronti sui quali combattere possono essere anche tre o quattro. Nel centrodestra in particolar modo, avrà luogo anche una battaglia per il predominio fra la destra antieuro e il centro moderato il quale - come abbiamo accennato nel nostro precedente intervento su Mentepolitica - si rifà invece al Partito popolare europeo. Essendo possibili molte combinazioni (fra tutte: Pd-M5S, Pd-Centrodestra, Lega-destra, Lega-M5S) sarà complesso fare previsioni sull'esito delle diverse competizioni comunali. In ciascuna, infatti, non ci sono soltanto le tradizionali dinamiche locali che possono agevolare la prevalenza in ballottaggio di un candidato sull'altro, ma anche i flussi provenienti dagli elettori dei candidati esclusi. In presenza di un 30-40% di voti "orfani" (cioè di una percentuale che raramente si osservava alle elezioni comunali della Seconda Repubblica) la vera competizione per la vittoria finale si giocherà non tanto sulle "prossimità" ideologiche e programmatiche ma, più semplicemente, sulla scelta del "minor male". C'è infine da ricordare che l'elettorato di alcuni partiti (soprattutto quello del M5S) proviene da precedenti esperienze di voto non omogenee (molti "cinquestelle" sono ex di centrodestra, così come molti sono ex di centrosinistra). La scomposizione e ricomposizione (non completata) del sistema dei partiti a livello locale avviata con le elezioni politiche del 2013 non ha interessato i poli tradizionali in egual misura in tutto il territorio nazionale: la diaspora degli ex di Unione e Cdl si è diretta in particolare verso l'astensione, ma in misura molto variabile da zona a zona verso le forze politiche come il M5S. La pluralità dei soggetti (la sinistra, il centrosinistra imperniato sul Pd, il M5S, il centro neodc e governativo, il centro "azzurro", la destra leghista e "lepenista") ha trasformato in una sorta di Palio di Siena quello che per circa venti anni è stato solo un duello. In questo nuovo contesto, ciascuno (o quasi) può vincere e non è chiaro se è opportuno temere più l'avversario o l'amico. Il passaggio elettorale delle comunali 2016 sarà utile per esaminare alcune delle dinamiche di voto, tenendo però presente che - sia sul lato dell'offerta politica, sia su quello della domanda - la situazione è destinata ad evolversi. La crisi del 2012-2013 non sembra completamente superata e potrebbe non esserlo neppure per le prossime elezioni parlamentari, le quali, tuttavia, potrebbero costituire il punto di avvio per una "terza fase" del sistema partitico italiano.