Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Obama, Trump e il reality show

Donatella Campus * - 14.05.2016
President Obama White House 6-05-16

Alcuni giorni fa Obama ha ammonito Donald Trump avvertendo che la presidenza non è un reality show bensì una carica che richiede serietà. Inoltre si è detto preoccupato della troppa enfasi data dall’informazione agli aspetti spettacolari (https://www.washingtonpost.com/news/post-politics/wp/2016/05/06/obama-on-trump-this-is-not-entertainment-this-is-not-a-reality-show/). Certamente è vero che Trump rappresenta un caso estremo di spettacolarizzazione della politica. Tuttavia, se oggi egli risulta credibile agli occhi di molti americani che lo hanno votato alle primarie, forse è anche perché la politica cosiddetta pop ha già invaso da tempo l’immaginario dei cittadini e ha in qualche modo preparato il terreno. Innanzitutto, Trump non è la prima celebrità che arriva alla politica dal mondo dello spettacolo (ricordiamo, infatti, che è noto al grande pubblico non solo per i suoi affari e la sua ricchezza, ma anche perché è stato conduttore di un reality show di successo, The Apprentice). Ma, soprattutto, il punto da sottolineare è che da qualche tempo la comunicazione politica in generale è pervasa dalle commistioni tra politica e intrattenimento: candidati come Hillary Clinton e perfino Bernie Sanders si sono prestati a recitare in programmi satirici; lo stesso Obama si è fatto protagonista di un video come quello presentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca in cui ironizza sul suo futuro post-presidenziale (https://www.youtube.com/watch?v=l-5vD5YVLv8&feature=youtu.be). Ovviamente va osservato che Obama ha diversi registri comunicativi e quello pop è riservato solo ad alcune occasioni. Tuttavia, se la comunicazione politica nel suo complesso fa un uso del genere pop via via crescente è difficile evitare che si crei una certa confusione e che la linea di divisione non venga oltrepassata.

Il parallelo tra politica e fiction

Di sicuro già qualche sovrapposizione tra la politica narrata dalle serie televisive e quella reale si sta producendo: pensiamo al successo di House of Cards e al fatto che, ad esempio, Hillary Clinton abbia girato un video insieme all’attore che recita la parte del Presidente Underwood. Ma anche fuori dall’America politica e fiction si incontrano: Pablo Iglesias ha scritto un libro in cui si interpreta la politica spagnola alla luce della trama di Trono di Spade. Insomma, possiamo davvero meravigliarci se poi accade quel che si ipotizza su Variety, celebre magazine sul mondo dello spettacolo (http://variety.com/2015/voices/columns/donald-trump-media-campaign-reality-tv-1201603398/), ovvero che forse alcuni degli elettori di Trump lo vedono come un leader efficace e assertivo perché questo era il suo ruolo nel reality show che conduceva? Ovviamente il successo di Trump deriva da molte altre ragioni, radicate nella profonda insoddisfazione di alcune parti dell’elettorato americano, ma l’impatto della sua immagine potrebbe in effetti dipendere anche da questi fattori più estemporanei.

 

Il pop dilaga, ma comunicare efficacemente è sempre più difficile


Sappiamo che il primo scopo della politica pop è umanizzare il politico, ovvero renderlo più simpatico e gradevole. A suo favore si è anche detto che potesse rendere la politica più accessibile per coloro che non sarebbero altrimenti esposti all’informazione. Di fronte, però, alla massiccia presenza del pop in politica forse ci si deve chiedere se invece ormai non si limiti più che altro ad aumentare il rumore di fondo di un ambiente informativo già di per sé caratterizzato da accelerazione, frenesia e, almeno nel caso americano, da tratti di forte polarizzazione. E’ significativo che proprio Obama, un presidente dotato di notevoli risorse comunicative, abbia osservato che il fatto che l’opinione pubblica americana non sia consapevole della portata dei risultati ottenuti dalla sua amministrazione potrebbe essere dovuto a un problema di comunicazione http://www.nytimes.com/2016/05/01/magazine/president-obama-weighs-his-economic-legacy.html?smid=tw-nytmag&smtyp=cur&_r=0.  Evidentemente Obama ritiene che la sua narrazione della ripresa economica non sia risultata abbastanza convincente, contrastata dalle mille altre narrazioni alternative e contronarrazioni (interessante a questo proposito l’analisi apparsa sul Politico Magazine http://www.politico.com/magazine/story/2016/04/narrative-message-media-president-barack-obama-administration-communications-213830). D’altronde, siamo nell’era dei social media, della frammentazione e della polarizzazione, della disintermediazione e della reintermediazione. Un ambiente complesso nel quale, come suggerisce Cristian Salmon in La politica nell’era dello storytelling, il potere non ha più il monopolio della narrazione. Durante una campagna elettorale un leader, soprattutto se emergente, può spiccare, soprattutto se riesce a catturare l’attenzione dei media e a suscitare entusiasmo nella fase della competizione. Tuttavia, nel medio-lungo periodo, anche un capo dell’esecutivo influente come il presidente americano può avere difficoltà a far sentire forte e chiara la propria voce.

 

 

 

 

* Docente di Comunicazione politica all’Università di Bologna