Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
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L'arcobaleno euroscettico

Luca Tentoni - 05.06.2019
Muzzi - Euroscettici

I protagonisti principali della campagna elettorale per le europee sono stati gli "euroscettici". Temuti, amati, odiati, forse un po' sopravvalutati (nei grandi paesi hanno vinto solo in Italia e Gran Bretagna, mentre in Francia la Le Pen ha ottenuto il primo posto ma con una percentuale minore rispetto al 2014). Gli euroscettici e gli eurocritici si sono comunque ritagliati uno spazio, anche se non governeranno le istituzioni dell'Ue per i prossimi cinque anni. Molti di questi partiti sono populisti, "perché tutti i populisti sono euroscettici, ma non tutti gli euroscettici sono populisti". Ce lo ricorda Carlo Muzzi, autore di un recentissimo volume per Le Monnier ("Euroscettici - Quali sono e cosa vogliono i movimenti contrari all'Unione europea"). Il libro, che si apre con la prefazione di Cas Mudde, non vuole cercare di offrire una definizione del fenomeno populista (anche se delinea in qualche modo il campo ed offre strumenti interpretativi) ma ha l'obiettivo di dare la parola ad alcuni esponenti dei partiti che - con sfumature e obiettivi diversissimi fra loro - sono critici o molto critici con l'Ue. Muzzi ha incontrato e intervistato nove leader, fra i quali il britannico Nigel Farage, la greca Afroditi Theopeftatou (Syriza), il francese lepenista Louis Aliot ed esponenti di partiti belgi, olandesi, norvegesi, ungheresi, finlandesi, spagnoli. Il suo è un caleidoscopio, perché le posizioni dei partiti populisti sono di destra o di sinistra, del Sud o del Nord Europa, con tutte le sfumature possibili. Molti di questi partiti non sono alleati nel Parlamento europeo, anzi perseguono interessi nazionali quasi impossibili - talvolta - da conciliare. Tuttavia, anche se - come pare evidente - resteranno all'opposizione della maggioranza che governerà l'Ue (popolari, socialisti, liberali e forse verdi) avranno un peso sul dibattito politico, soprattutto su temi come l'immigrazione, l'economia, l'Euro, l'integrazione europea, la riforma delle istituzioni comunitarie. Si tratta di forze, come spiega Muzzi, "che seppur non al potere sono riuscite a influenzare il dibattito interno e l'agenda politica di ogni Stato. Forze populiste che hanno storicamente nel mirino l'Europa come un concentrato di tutto ciò che non è nell'interesse del popolo di cui si definiscono rappresentanti autentici". L'autore non nasconde lo scopo del libro, che è quello di "fornire strumenti interpretativi a coloro che considerano l'Europa ancora l'unica soluzione per tenere al riparo gli Stati e i cittadini europei dalla violenza della politica internazionale", tuttavia, pur avendo una posizione ben precisa, dialoga serenamente con i propri interlocutori, cercando di porre in luce gli aspetti programmatici e le differenti sfumature ideologiche. Riprendendo la definizione di Mudde del populismo come "ideologia leggera" e agile, Muzzi ci spiega come questi partiti sono riusciti a far breccia nei rispettivi elettorati (alcuni esistono, con alterne fortune elettorali, da decenni) proprio grazie alla grande adattabilità alla scena politica e fissa un punto ben preciso. Quello di andare "oltre l'impasse o l'ambiguità di quell'idea secondo cui il populismo non è né di destra né di sinistra; se una differenza deve essere individuata, si deve ragionare in termini di esclusione/inclusione. Il populismo di destra", prosegue Muzzi, "si muove in una dimensione di esclusività: la protezione del popolo e dei suoi valori da ciò che è altro (le élites, i migranti ad esempio)", mentre quello di sinistra "segue un concetto di inclusione, per favorire l'accesso alla politica a chi generalmente è escluso o non ha mai avuto benefici dall'economia ultraliberista". Il francese Aliot, per esempio, afferma che "si deve fermare questa Unione europea per costruire un'altra organizzazione, l'Unione delle Nazioni, su base confederale, in modo che ogni nazione possa conservare la propria indipendenza, la propria sovranità, il proprio sistema giuridico e sociale e la specificità culturale, ma partecipando a progetto allo sviluppo economico, al progresso, senza ficcare il naso in questioni di cui non deve occuparsi". Un giudizio che esclude la possibilità di realizzare un progetto del genere con una riforma dall'interno delle istituzioni Ue e che è evidentemente volto a scardinarle e distruggerle. Ci sono poi posizioni come quella del PVV olandese, basate sul "contrasto alla nascita dell'Eurabia, la valorizzazione dell'uomo comune, patriottismo e maggiore sicurezza, col blocco completo dei flussi migratori". Anche qui, la posizione è di estrema destra, così come quella dei belgi del Vlaams belang, secondo la quale "l'integrazione europea provoca problemi che vengono risolti con maggiore integrazione, mentre l'Eurozona è troppo eterogenea per funzionare". Molto diversa - e di sinistra - è la posizione di Podemos, che critica la "neoliberalizzazione" dell'Europa, riconoscendo però che "la rabbia nei confronti dell'Ue ha un risvolto pericoloso, perchè in fondo il problema non è l'Europa, è la gestione che alcune élites hanno fatto di qualcosa che è essenziale per la vita europea che è l'Unione". La distinzione fra gli euroscettici o eurocritici è dunque notevole. Da sinistra (Syriza) si attribuiscono le colpe della crisi dell'Ue anche ai partiti socialisti, "che non hanno risposto in tempo alle domande della nuova era, venute avanti a livello internazionale dalla fine del socialismo sovietico". Il problema, secondo Theopeftatou, "è cominciato quando la socialdemocrazia ha deciso di collaborare con le forze conservatrici e di seguire delle politiche neoliberali; tutto ciò ha penalizzato le forze socialdemocratiche e quelle di sinistra, rinforzando, nello stesso tempo, l'estrema destra, la quale al momento è il pericolo principale". L'ascesa delle destre sarebbe dunque la concausa delle politiche di austerità: "perché sfrutta l'instabilità creata da queste politiche". Forse basta questa brevissima rassegna di frasi per rendere l'idea dell'impossibilità di ricondurre ad unione le posizioni dei vari eurocritici e euroscettici. Da un punto di vista pratico, questo aspetto può essere vantaggioso per gli europeisti, che hanno avversari divisi, ma alla lunga non è escluso che la spinta contro l'assetto esistente provochi una convergenza degli opposti, con effetti sul medio-lungo periodo. Anche se l'assalto populista è stato contenuto alle elezioni del 2019 (tranne che in Italia), è evidente che chi ha a cuore il destino comune dell'Unione deve valutare la situazione e - anziché subire l'offensiva o addirittura assecondarla - reagire con un'intensa opera di riforma, che renda le istituzioni sempre più partecipi dei problemi concreti dei cittadini europei. Solo aprendosi, offrendo più democrazia, ma soprattutto più risposte alle crisi economiche e sociali e alle sperequazioni che alimentano i consensi a sovranisti e populisti, l'Ue potrà avere un futuro. Leggendo il libro di Muzzi nessuno potrà avere l'alibi di non aver ben compreso cosa vogliono gli "euroscettici" e cosa sono disposti a fare per attuare i loro programmi.