Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
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Riflessioni sulla crisi dell'unione europea

Michele Amicucci * - 05.06.2019
Ivan Krastev - Gli ultimi giorni dell’Unione

L’Europa in quanto unione entra nella sua lunga crisi odierna quando al compromesso sociale e all’intervento pubblico dell’età dell’oro va a sostituirsi il credo culturale del “Nuovo consenso” e la pratica neoliberista che assegna supremazia ai mercati sulla politica. Questo è il presupposto sul quale rintracciare le ragioni di disgregazione dell’Unione, ritratte nel disincantato e brillante saggio di Ivan Krastev, Gli ultimi giorni dell’Unione. Sulla disintegrazione europea (LUISS University Press, Roma, 2019). L’autore, sensibile per esperienza diretta alla natura contingente delle disintegrazioni di strutture politiche sovranazionali, pone in rilievo gli errori di traiettoria europei e le loro conseguenze politiche. L’andamento intravisto nella storia del mondo e posto acriticamente da Bruxelles e dalle sue élite plutocratiche (sofferenti di “disturbo autistico”) alla politica europea post 1989, con il corollario della riduzione della sovranità statale nella definizione delle “politiche” economiche, ha chiamato a farsi nuovamente sotto il fattore nazionale. Nell’odierno trionfo dei sovranismi, che riguardano maggiormente le periferie europee – non essendo estranei al centro –, vi è la fine dell’universalismo liberale europeo coi derivati rischi di disgregazione definitiva. La stessa crisi dei migranti, considerata dall’autore “rivoluzione” da nuovo millennio, ha cambiato drasticamente la natura delle politiche democratiche a livello nazionale, ribadendo l’attualità della rivincita dei nazionalismi. La correlazione tra cosmopolitismo elitista e “rivoluzione” migratoria è espressa dall’ansia delle maggioranze, che guardano alla crisi odierna come frutto di una “cospirazione” ordita ai danni della cittadinanza europea. Nella sua lucida analisi interpretativa, Krastev approfondisce le ragioni per le quali la crisi dei migranti ha mutato la società europea e quelle che invece danno i motivi del risentimento dei cittadini nei riguardi delle élite meritocratiche.

Proprio in relazione alla questione dei migranti, giudicata il banco di prova decisivo per la sopravvivenza dell’Ue, l’autore specifica come sia mutato l’Occidente stesso negli ultimi decenni. In controtendenza rispetto alla “fine della storia”, la globalizzazione di idee e principi democratici ha prodotto un drastico ripensamento all’interno delle stesse società che ne erano depositarie. La generalizzazione della democrazia liberale, a fronte di un “ordine” composto sulle disuguaglianze economiche e sociali, ha riportato in auge valori identitari, religiosi, etnici coagulatisi attorno ad un’ira diffusa. Tale risentimento sta ridefinendo dalle fondamenta il panorama politico europeo, con l’evidenza di come élite ed assetti istituzionali occidentali del periodo di Guerra fredda non siano più adeguati ad affrontare le esigenze odierne. Sulla rinascita del sentimento nazionale si contestualizza un populismo “nuovo”, più reazionario che conservatore, adatto a società in cui “i cittadini sono soprattutto consumatori”. La proposta dei diversi leader “nativisti”, in una situazione di migrazioni che svela la contraddizione tra natura universale dei diritti ed applicazione in senso nazionale, è riuscita a raggiungere gran parte delle classi impiegatizie, legando la questione della sicurezza dei confini ad una critica ai valori democratici di tolleranza e civiltà. Il tema dei migranti secondo l’autore ha inoltre riproposto una divisione dell’Europa in un senso Est-Ovest. Nel contesto comunista e poi post-comunista, nel quale lo stesso Krastev ha vissuto e ancora vive, il panico demografico è un elemento centrale dell’instabilità delle società e della conseguente affermazione delle note formazioni sovraniste. Qui, in più, la memoria dell’internazionalismo comunista nell’odierna situazione di crisi dà ancor più slancio all’esigenza di difesa delle diverse comunità nazionali, che si colgono profondamente aliene anche rispetto all’identità euro-occidentale.

Krastev coglie ed approfondisce il senso di disillusione generale nei confronti della democrazia, ben espresso dal distacco percepito dalla maggioranza nei riguardi delle cosiddette élites di Bruxelles, le quali hanno dogmaticamente definito l’insieme delle “politiche” economiche che delineano i connotati dell’odierna Ue. Tale insoddisfazione è osservata nelle forme specifiche di risentimento ed euroscetticismo. Nell’Europa centrale la svolta populista ungherese e polacca è frutto di una scelta illiberale presa con consapevolezza, riflesso della crescente insofferenza di maggioranze nazionali. Nell’Europa occidentale invece, la mancanza di un argine pro-Europa alle formazioni politiche reazionarie è attribuita all’incapacità di definire movimenti coerenti, non negativi, soprattutto a livello di media elettronici. Il rapporto internet-azione collettiva dà dunque luogo a movimenti non pienamente formati, come dimostrato dai recenti Indignatos o Occupy Wall Street. Ciò che secondo Krastev è maggiormente significativo nella disillusione politica della cittadinanza europea è la crisi di una visione meritocratica della società. Il risentimento nei confronti di Bruxelles è anche un “voto di sfiducia” a tale visione. Le élite meritocratiche, oggi che l’economia rallenta, finiscono per esser rappresentazione di un’“arroganza mercenaria”, di un gruppo senza lealtà, anche se non è in dubbio la validità delle sue credenziali accademiche. Nelle aree sconfitte della globalizzazione, più che competenza viene richiesta “appartenenza”. Proprio nella crisi della semantica di leadership europea e nell’esigenza di una rappresentanza più “prossima” al cittadino si colloca l’impiego ultimo dei referendum. L’autore, osservando le consultazioni popolari del 2016 indette da Renzi in vista di riforme istituzionali necessarie, in Olanda sul Trattato di associazione dell’Ucraina all’Ue, da Orban sulla linea politica europea sui rifugiati, dimostra che sebbene motivati da ragioni antitetiche tra loro, i referendum hanno agito come fattore di disgregazione europea. Ribadendo come la fine dell’Unione possa avvenire per “incidenti stradali”, Krastev si appella alla necessità per l’Europa di sopravvivere.

Nonostante l’Unione europea, in quanto casa comune di libertà ed inclusione, oggi sembri al capolinea, l’autore auspica maggiore flessibilità nelle sue strutture e nelle sue scelte concrete. Piuttosto che accrescere la sua legittimità, l’Ue potrebbe sopravvivere mediante compromesso. Il sentiero di speranza aperto dal saggio è quello garantito dalla cooperazione internazionale e se in un senso sistemico appare agli occhi dei più necessario, a fronte della disgregazione generata dall’odierna finanza globale, ritrovare la “politica” nel suo ruolo regolatore e di tutela sociale, questo può e deve avvenire solo a livello continentale, pena un’autarchica miseria ed una continua disgregazione. Solo così, sembra suggerire Krastev in ognuna delle pagine del suo testo, l’Europa ha una ragione per il futuro.

 

 

 

 

* Laureato in Scienze Storiche e orientalistiche (LM) – Università di Bologna