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L'analisi del sabato. Guida al voto regionale del 31 maggio

Luca Tentoni * - 23.05.2015
Elezioni regionali 31/05/15

I poli "polverizzati"

 

Com'è ormai abituale, i quotidiani del primo giugno usciranno con titoli dedicati a vincitori s sconfitti delle elezioni regionali. La chiave di lettura più semplice sarà quella delle "bandierine" (alle quali abbiamo fatto cenno nello scorso intervento su Mentepolitica). In base a questa logica elementare, dovremmo considerare una vittoria del centrosinistra la conquista di una o due delle regioni che attualmente non governa (Campania, Veneto) mantenendo tutte le attuali: dal 5-2 del 2010 i risultati utili sono dunque un 6-1 o addirittura un 7-0. Per il centrodestra mantenere Campania e Veneto e strappare una regione al centrosinistra (per esempio Liguria o Marche) sarebbe un risultato importante. Può infine darsi che il rapporto di forza (5-2) resti lo stesso ma con uno "scambio" di regioni: in tal caso, potrà dirsi vincitore (sul piano mediatico, non certo su quello numerico) chi, nel passaggio, strapperà all'avversario la più popolosa. Le riflessioni sui dati di lista verranno invece dopo, per non parlare di quelli sulle coalizioni. Nelle sette regioni, infatti, l'unica costante è la presenza di un candidato del M5S (in questo caso, voti di lista e voti all'aspirante presidente di regione si potranno facilmente raffrontare con i dati di politiche 2013 ed europee 2014 più che con quelli - molto bassi - delle regionali 2010). Per il resto, le combinazioni sono svariate: il Pd è con Sel in Veneto ("Veneto nuovo" riunisce Sel, Verdi e Sinistra veneta), Umbria e Puglia ("Noi a sinistra per la Puglia" del governatore uscente Vendola); la sinistra "corre" invece da sola in Liguria (dove sarà interessante vedere l'esito della prova del candidato Pastorino), Toscana, Marche e Campania (in questa ultima regione, si vedrà se i voti al candidato di Sel Vozza saranno o meno decisivi nell’influenzare l’esito della gara fra Caldoro e De Luca). Nel centrodestra ogni regione è un caso a parte. In Veneto ci sono addirittura due leghisti in lizza: il sindaco di Verona Tosi (espulso dal Carroccio) che si presenta con centristi e civiche) e il presidente uscente Zaia (FI-Lega-FdI e lista Zaia). Il partito di Salvini, che pure aveva deciso di non presentarsi alleato con i centristi, è in coalizione con loro (e con tutto il centrodestra) in Liguria e Umbria, mentre il Carroccio presenta propri candidati in Toscana e Marche (con FdI). In Puglia, i fittiani di Forza Italia (con i centristi) sostengono Schittulli, mentre il partito di Berlusconi propone la Poli Bortone (con la Lega-"Noi con Salvini"). Così come in Veneto (due leghisti) e in Puglia (FI divisa) anche nelle Marche due candidati provengono dallo stesso partito, il Pd: Ceriscioli (che rappresenta i Democratici e altre due liste) e il presidente uscente Spacca (il quale si presenta con una lista "Marche 2020" con centristi e Forza Italia). Le tre regioni adriatiche e la Liguria, insomma, vivranno altrettante sfide alla "Kramer contro Kramer". I centristi, infine, hanno adottato scelte diverse da regione a regione: in Veneto sono con Tosi, in Liguria col centrodestra di Toti, in Toscana da soli con Lamioni, in Umbria col centrodestra di Ricci, nelle Marche con Forza Italia, in Puglia con il fittiano Schittulli, mentre in Campania Udc e demitiani sono col Pd De Luca mentre Ncd è col centrodestra di Caldoro. I "governatori" uscenti ricandidati sono cinque (in Veneto, Toscana, Umbria, Campania e Marche, anche se in quest'ultimo caso con una coalizione diversa da quella con la quale Spacca ha vinto nelle due precedenti occasioni, nel 2005 e nel 2010).

 

Ieri e oggi

 

Date le premesse, è evidente che i nostri tentativi di delineare i punti di partenza dei principali candidati (prendendo per base i risultati delle regionali 2010, delle politiche 2013 e delle europee 2014) non vanno intesi quali semplici esercizi di stile ma nemmeno come raffronti che hanno pretesa di stretta omogeneità. Si tratta, piuttosto, di delineare le "famiglie politiche" preesistenti delle quali, forse, i diversi candidati in lizza si divideranno il patrimonio elettorale. Per iniziare, tuttavia, puntiamo su qualcosa di più concreto, cioè sul voto di lista dei partiti che si presentano col proprio simbolo (con piccole varianti o anche, eventualmente, con liste di sostegno che promanano dal partito) quasi dappertutto: Pd, Forza Italia, Lega (tranne la Campania; in Puglia c'è, invece, "Noi con Salvini", assimilabile al Carroccio), Sel (con varie denominazioni e articolazioni), M5S. Più difficile ricomporre la galassia centrista che nel 2014 si era presentata come Ncd-Udc alle europee. Iniziamo dai dati complessivi dei partiti:

1) Pd - nelle sette regioni al voto ottiene risultati quasi sempre coincidenti con la media nazionale. È tradizionalmente più forte nei capoluoghi di regione e di provincia. Parte dal 41,5% delle europee e dal 25,7% delle politiche. Alle scorse regionali (liste dei presidenti Pd compresi) ha avuto il 27,1%.

2) Sel - ha avuto il 4% alle europee, il 3,6% alle politiche, il 6% alle regionali (considerando la lista per Vendola in Puglia). Anche in questo caso il dato delle sette regioni si avvicina a quello nazionale, di solito.

3) Forza Italia - in queste regioni ottiene sovente percentuali di voto leggermente superiori alla media nazionale, grazie soprattutto al Sud. Parte dal 17,4% delle europee, dal 25,8% delle politiche (Pdl) e dal 34,4% (liste dei presidenti comprese) delle ormai lontane regionali 2010.

4) Lega Nord - costantemente sottorappresentata nel complesso di queste regioni, ha però la roccaforte veneta dove raccoglie quasi 7 voti su 10 di quelli conseguiti in totale. La scommessa di Salvini è di confermare Zaia e guadagnare voti nel resto del Paese. I precedenti: 5% alle europee; 2,9% alle politiche; 9,9% alle regionali 2010.

5) M5S - Un raffronto con le precedenti regionali (0,9%) è improponibile. più significativi il 25,7% delle politiche e il 21,5% delle europee (lievemente superiori rispetto alla media nazionale). Le regioni dove il movimento di Grillo ha ottenuto percentuali di voto maggiori sono la Liguria (2014: 26%; 2013: 32,1%) e le Marche (2014: 24,5; 2013: 32,1%).

6) I centristi - Udc e Ncd hanno avuto il 4,3% dei voti alle europee; alle politiche, rispetto al 2% dell'Udc e allo 0,5% del Fli, spiccava l'8% di Scelta civica (2014: 0,7%); alle regionali 2010, varie liste centriste avevano raccolto il 10,7% (6,4% l'Udc, che veniva dal 7% delle europee 2009 e dal 5,8% delle politiche 2008).

 

Il partito del non voto

 

È possibile che si riveli, ancora una volta, il principale protagonista. Nelle sette regioni chiamate alle urne il 31 maggio il "non voto" (nelle sue tre componenti) è stato maggiore, nel 2014, rispetto alla media nazionale: 44,1% (41,1% astenuti; 1,2% schede bianche; 1,8% nulle) contro il 41,3% complessivo del Paese. Tuttavia, il dato è rimasto in linea con quello globale nel 2013 (27,8% astenuti, bianche e nulle nelle sette regioni, contro il 27,5% nazionale). L'astensione è più forte nei comuni maggiori, dove però si riduce il numero di schede bianche o nulle (più alto nei centri minori). Il "partito del non voto" non riscuote "consensi" omogenei nelle regioni chiamate alle urne: nel 2014 era al 41,9% (39,3% astenuti) in Liguria, al 38,9% in Veneto (36,1% ast.), al 35,8% in Toscana (33,3% ast.), al 32% in Umbria (29,5% ast.), al 37,8% nelle Marche (34,4%), salendo però al sud, in Campania, al 52,2% (48,9% ast.) e al 52,1% in Puglia (48,5% ast.). Abbiamo evidenziato il dato delle europee non perchè è il più recente, ma perchè è più simile a quello delle regionali 2010 (39,6% di cui 36,7% astenuti) che a quello delle politiche 2013 (27,8%, ast. 25,2%). Del resto, la differente affluenza alle urne è frutto della diversa natura della competizione: nelle sette regioni, in particolare, alle europee si è avuto un tasso di "non voto" (astenuti, bianche, nulle) variabile fra il 35,5% del 2009 e il 44,1% del 2014; alle regionali fra il 33,5% (2005) e il 39,6% (2010); alle politiche, fra il 22,7% (2008) e il 27,8% (2013. In media, perciò, abbiamo una disaffezione maggiore alle europee (media 39,8%, di cui astensione 36,7%), leggermente minore alle regionali (media 36,5%, ast. 33,1%) e decisamente più bassa alle politiche (25,2%, ast. 22,5%). Il "partito del non voto" vincerà le elezioni se andrà oltre il 41% (astensioni) delle europee. Va segnalato che tutte le competizioni recenti hanno visto aumentare l'astensione. Considerando due elezioni consecutive, l'incremento della percentuale di chi non si è recato al seggio è stato del 5,4% alle politiche (2013-2008), del 7,1% alle regionali (2010-2005) e del 10,5% alle europee (2014-2009). In teoria, aggiungendo un 7,1% al 36,7% delle scorse regionali, dovremmo avere un’affluenza alle urne del 56,2%, ma è solo un’ipotesi senza valore scientifico.

 

Il voto ai presidenti

 

Una caratteristica delle elezioni regionali è di poter votare anche solo per il presidente. Nel 2010, nelle sette regioni ora al voto ben 1.018.000 elettori (il 5,4% sul totale degli aventi diritto, cioè il 10,7% sui voti validamente espressi) decisero di scegliere soltanto il candidato "governatore". Nel 2005 erano stati 1.264.000 (6,8% sull'elettorato, 10,1% sui voti validi). Non si tratta di un dato omogeneo: nel 2010, il voto ai soli candidati presidenti ha coinvolto, in Liguria, il 4,8% degli aventi diritto (8,2% sui voti validi), in Veneto il 7,5% (11,7%), in Toscana l'8,2% (14%), in Umbria il 5,2% (8,2%), nelle Marche il 3,7% (6,2%), in Campania il 3,4% (5,7%), in Puglia il 4,3% (7%). In altre parole, nel centronord si tende ad esprimere meno volentieri un voto di lista, privilegiando il candidato presidente, mentre nel centrosud i partiti hanno più peso, probabilmente, nella scelta. Ad ogni buon conto, poichè quella che conta è la percentuale dei candidati presidenti, si dovrà considerare che alcuni hanno abbastanza seguito per "trainare" le proprie liste, ottenendo in proporzione più voti, mentre altri "zavorrano" la loro coalizione. Non basta un buon rendimento dei partiti: ci vuole anche il candidato giusto.

 

Le "gare" regionali

 

Questo passaggio del nostro percorso nei sistemi partitici delle sette regioni chiamate al voto non va assolutamente inteso come una previsione, ma soltanto come una ricognizione. Passeremo in rassegna, regione per regione, le aree politiche corrispondenti ai candidati che vengono accreditati dalla stampa come i più probabili concorrenti alla vittoria finale.

1) - Liguria - Trattandosi di una regione nella quale l'amministrazione uscente è di centrosinistra, iniziamo da questa "famiglia politica", che stavolta è divisa fra due candidati: Raffaella Paita (Pd, liste civiche) e l'ex pd Luca Pastorino (Rete a sinistra, lista Pastorino). L'intero centrosinistra ha conseguito, fra il 2008 e il 2014 (escluse le politiche 2013: 33,2%) percentuali fra il 47 e il 49% dei voti. Il Pd, che è il punto di riferimento per il dato della Paita, si è attestato fra il 28 e il 33% nei cinque anni precedenti le scorse europee, quando è salito al 41,7%. La sinistra "radicale" (Sel, ecologisti, altri) ha invece oscillato fra il 4,5 e il 6,5% dei voti. Poichè Pastorino è stato fino a poco fa un esponente del Pd, sarà interessante osservare il suo risultato e (forse, per contro) quello della sua ex collega di partito Paita. Il dato di quest'ultima interessa molto il candidato del centrodestra Giovanni Toti: la sua area politica (che qui comprende anche i centristi) ha avuto nell'ultimo biennio il 24,5-25,5% dei voti (nel trennio 2008-2010, invece, raccoglieva complessivamente intorno al 50%). Va anche segnalata la candidata del Movimento 5 Stelle Alice Salvatore: il suo gruppo ha ottenuto il 26% alle europee e il 32,1% alle politiche.

2) Veneto - Come in Liguria, dove il centrosinistra è più forte, anche in Veneto (dove domina il centrodestra) è in corso un duello fra candidati che fino a poco tempo fa militavano nello stesso partito. Un ex leghista (il sindaco di Verona Flavio Tosi) e il presidente uscente Luca Zaia si sfidano per contendersi il "granaio verde-azzurro" che fra il 2008 e il 2010 raggruppava fra il 56 e il 61% dei voti validamente espressi e che, nel biennio 2013-2014, si è ridotto al 32-33%. Dalla sua, Zaia ha i voti di Forza Italia e altri di destra (18% nel 2014, 21% nel 2013, 26-29% nel 2008-2010) mentre Tosi parte dal 4-6% dei consensi ottenuti dai centristi nell'ultimo quinquennio. Saranno decisivi, per attribuire il primato fra i "duellanti" e concorrere alla presidenza della regione, i voti del Carroccio (15% alle europee, 10,5% alle politiche, ma fra il 27 e il 35% negli anni precedenti). La scelta degli elettori leghisti sarà determinante. Dal canto suo, invece, la candidata del centrosinistra Alessandra Moretti può contare su tutti i soggetti politici della sua area, che nel periodo 2008-2010 hanno ottenuto fra il 29 e il 34% dei voti, scendendo sotto il 25% alle politiche 2013 ma salendo oltre il 40% (41,8%) alle europee. Il candidato del M5S Jacopo Berti parte invece dal 26,3% delle politiche e dal 19,9% delle europee.

3) Toscana - Qui il vincitore deve ottenere almeno il 40% dei voti per non finire al ballottaggio (come per l'Italicum). Enrico Rossi, presidente uscente, si presenta col Pd e civica: il suo partito non ha praticamente mai ottenuto meno del 37% (37,5% alle politiche 2013, ma 56,4% alle europee). Il candidato della sinistra Tommaso Fattori parte dal 6-9% dei risultati ottenuti dalle varie liste di area negli ultimi sette anni. A destra, invece, Stefano Mugnai conta sui voti di Forza Italia (11,7% nel 2014, 19,4% nel 2013, 27% nel 2010), mentre i partiti (Lega e FdI) che sostengono Claudio Borghi hanno ottenuto fra il 2008 e il 2014 il 4-6% dei voti (2013 escluso: 1,3%). Sono in lizza, inoltre, Giovanni Lamioni, sostenuto dai centristi (fra il 2 e il 5% negli ultimi 7 anni) e il candidato del M5S Giacomo Giannarelli che parte dal 16,7% delle europee e dal 24% delle politiche.

4) Umbria - Come in Veneto, in Umbria il centrosinistra si presenta unito, qui a sostegno della presidentessa uscente Catiuscia Marini. La coalizione ha sempre superato il 50%, tranne che alle politiche (38,8%). I concorrenti della Marini sono il forzista Claudio Ricci (qui con l'intero centrodestra: l'Umbria è l'unica regione dove i poli della Seconda Repubblica resistono uniti) che parte - voti dei centristi compresi - dal 26% di politiche ed europee (a fronte del 41-45% conseguito nel periodo 2008-2010) e l'esponente del M5S Andrea Liberati (europee 19,5%, politiche 27,2%).

5) Marche - Come in Liguria, si sfidano due esponenti del centrosinistra: il presidente uscente Gian Mario Spacca (Marche 2020-centristi Ap-Forza Italia) e l'esponente del Pd Luca Ceriscioli (Pd, civiche e Udc). Il Pd ha due punti di riferimento: il 28-35% del periodo 2009-2013 e il 45,5% delle scorse europee (difficile da distribuire fra i candidati, inoltre, quella quota fra il 4 e l'8% dei voti che di solito va ai centristi). Forza Italia, invece, è scesa al 13,2% nel 2014 dopo aver ottenuto circa il 20% alle politiche e il 33-35% nel periodo 2008-2010. A destra si presenta un candidato di Lega e FdI, Francesco Acquaroli (il due partiti hanno un peso elettorale che, fatta eccezione per il pessimo risultato del 2013, è stato in altre occasioni intorno al 6-7%), mentre a sinistra del Pd c'è Edoardo Mentrasti (i gruppi politici di riferimento hanno avuto il 5-8% nel periodo 2008-2014). Completa il quadro il candidato del M5S Giovanni Maggi: il movimento di Grillo ha ottenuto ottimi risultati nella regione (24,5% alle europee, 32,1% alle politiche).

6) Campania - È una delle competizioni più serrate. I candidati più quotati sono il presidente uscente Stefano Caldoro (centrodestra più Ncd) e il sindaco di Salerno Vincenzo de Luca (centrosinistra senza Sel ma con l'Udc). Si ripropone la sfida del 2010, vinta da Caldoro col 54,3% contro il 43% di De Luca (liste: 58,6% a 38,5%): allora l'Udc (9,4%) era col centrodestra. I partiti dell'attuale coalizione di Caldoro avevano il 35,6% alle politiche, contro circa il 33% di Pd e centristi, mentre alle europee erano scesi al 29,1% (più una parte del 5,4% di Ncd-Udc) contro il 37% del centrosinistra. A sinistra, De Luca ha la concorrenza dell'esponente di Sel Salvatore Vozza (la cui area di riferimento ha oscillato negli ultimi anni fra il 4 e l'8% dei voti). Il M5S, infine, che parte dal 22-23% di politiche ed europee, candida Valeria Ciarambino.

7) Puglia - Mentre il centrosinistra si presenta unito candidando Michele Emiliano, il centrodestra si divide fra Adriana Poli Bortone (Forza Italia, civiche, "Noi con Salvini") e Francesco Schittulli (centristi, "area Fitto" di Forza Italia, FdI). La coalizione di Emiliano ha avuto circa il 40% dei voti alle europee, il 30% circa alle politiche e il 40-46% nelle elezioni fra il 2008 e il 2010 (fra le quali quest'ultima, che vide la vittoria di Vendola, il presidente uscente che sostiene Emiliano). La Poli Bertone parte da un teorico 24% delle europee e dal 32% delle politiche (2008-2010: 44-48%) mentre Schittulli avrebbe, sempre in teoria, una base di circa il 10-11% dei voti (i centristi). Tuttavia, come per Tosi e Zaia in Veneto, la primazia in Puglia fra i candidati del centrodestra sarà decisa dalla distribuzione fra i "duellanti" dei consensi degli elettori di un partito: in questo caso, Forza Italia. Il M5S parte invece dal 24,5-25,5% di europee e politiche e presenta la candidatura di Antonella Laricchia.

 

 

 

 

* Analista politico e studioso di sistemi elettorali