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27 ottobre 2021
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L'analisi del sabato. Centro-periferia: un doppio sistema partitico?

Luca Tentoni * - 18.04.2015
Luca Zaia
Le elezioni regionali, nella Prima Repubblica, avevano anche un valore nazionale. Non solo perché si votava contemporaneamente in tutte le 15 regioni a statuto ordinario, ma anche perché l'elettorato italiano aveva - come sottolineato anni prima da Giorgio Galli nel suo "Bipartitismo imperfetto" - la caratteristica di limitare a percentuali molto modeste i passaggi di voti, sia fra partiti affini, sia - a maggior ragione - fra aree politiche diverse. Così, esiti come quello del 1975 (dove la forte avanzata del Pci, pari al 5,6% in più rispetto al '70, preludeva al successo dell’anno dopo, grazie a un 33,5% dei voti molto vicino al 34,4% delle politiche '76) assumevano un enorme valore politico nazionale. Stavolta i riflessi sul quadro nazionale saranno differenti, probabilmente minori rispetto ad allora. Il motivo non è nel ristretto numero delle regioni al voto (solo sette) ma è anche, in parte, dovuto alla presenza di più candidati per ciascuno di quelli che nel periodo 1996-2008 erano i "poli" principali. Nella nostra analisi abbiamo aggregato in un piccolo “terzo polo” a parte i gruppi centristi (Udc, Udeur, Ncd, Svp), per la loro diversa collocazione rispetto a centrosinistra e centrodestra (l’Udc non faceva parte della coalizione berlusconiana dal 2008, per esempio); abbiamo invece incluso nei raggruppamenti maggiori tutti i partiti di area (anche non sempre coalizzati) purché superiori allo 0,15% (limitando così la presenza di “liste civetta”). La frammentazione dell'offerta sul piano dei candidati alle presidenze si unisce oggi all'indebolimento di Forza Italia, principale forza del centrodestra: il partito di Berlusconi, nelle regioni in questione, conseguì (con le liste legate ai candidati presidenti) il 37,1% dei voti alle europee 2009 (come Pdl, sul 50,3% del centrodestra) per scendere al 25,8% delle politiche 2013 (sul 29,2% della coalizione) e al 17,4% delle europee 2014 (sul 26,3% raccolto da tutti i partiti dell'area meno il Ncd, presentatosi con l'Udc). In valori assoluti, dai 7,2 milioni di voti “azzurri” del 2009 si è passati prima a 3,8 (regionali 2012-2014) poi di nuovo a 5 (politiche 2013) e a 2,8 (europee 2014). Secondo gli ultimi sondaggi diffusi (riguardanti però un'ipotetica elezione nazionale) il partito di Berlusconi potrebbe essere persino superato o almeno avvicinato - in termini percentuali - dalla Lega di Salvini. In realtà, il risultato regionale potrebbe accentuare alcune tendenze, senza però assicurare che si riverberino sul piano nazionale con eguale forza. In Veneto, per esempio, il candidato presidente è l'uscente Luca Zaia, leghista, che può verosimilmente “trainare” il suo partito a percentuali maggiori rispetto a quelli che il Carroccio avrebbe se si votasse per la Camera dei deputati. Ormai - qui giungiamo al punto principale della nostra ipotesi - il livello locale e quello nazionale si allontanano a tal punto da poter prefigurare due sistemi partitici, uno per le elezioni "centrali" e uno per quelle “periferiche”. Il caso della Lombardia è esemplare: nel 2013 si votò per la Camera e per la Regione, nello stesso giorno. Le liste di centrodestra ottennero l'8% in più alle regionali, quelle di centrosinistra altrettanto, mentre il M5S passò dal 19,7 delle politiche al 14,3 e i centristi di Monti e Casini dal 12,1 al 4,1%. In quella occasione, per di più, la Lega ebbe il 13% alle politiche ma (lista del presidente compresa) circa il 23% alle regionali. Il fenomeno di un M5S più debole alle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale si manifestò all'incirca nelle stesse proporzioni nel Lazio, lo stesso giorno. Il candidato dei Cinquestelle ebbe il 16% mentre la lista di Grillo otteneva alle politiche il 28%. Ciò dimostra che a cambiare le carte in tavola non sono soltanto i candidati presidenti di regione che “trainano" (o zavorrano) le proprie liste, ma anche che l'elettore è disposto a differenziare il voto nazionale da quello locale persino se le due consultazioni si svolgono nello stesso giorno. Per la Lega (di solito sovrarapresentata alle regionali) e per il M5S (sottorappresentato rispetto alle consultazioni nazionali) non è un caso. Nella tornata elettorale 2012-2014 (che ha interessato 13 regioni fra ordinarie e a statuto speciale) il Carroccio ha avuto il 10% dei voti contro il 4,8% delle politiche 2013 e il 10,3% delle regionali 2010 (quando la Lega era altrettanto forte anche nei sondaggi per la Camera), mentre i Cinquestelle hanno raccolto il 14,3% dei voti di lista contro il 25,5% conseguito per la Camera dei deputati. Anche a livello di "famiglie politiche" si osservano dinamiche interessanti. Prendiamo in esame tre elezioni di tipo diverso: per la Camera (nazionali, mobilitanti), per le europee (nazionali, poco mobilitanti, caratterizzate da una fedeltà di partito più "leggera"), per le Regioni (locali, basate su dinamiche spesso riconducibili a persone, situazioni, tradizioni). Dal 1996 al 2008, per la Camera i voti in valore assoluto del centrodestra e quelli in percentuale del centrosinistra si sono mantenuti costanti e soggetti a minime oscillazioni; alle europee (1999-2009) le variazioni sono rimaste ad un livello fisiologico per il centrosinistra e sono apparse un po' più marcate per il centrodestra (nell'ordine, però di 2 milioni di voti fra il minimo e il massimo, quindi non oltre un sesto o un settimo dell'elettorato di riferimento). Dal 2013 quasi tutto è cambiato: le due famiglie politiche maggiori sfiorano il 60% dei voti validi per la Camera (media 1996-2008: 90%; i centristi, lo ricordiamo, sono calcolati a parte), ma (grazie al brillante risultato del Pd nel 2014, che ha limitato il calo) scendono dal 90 al 74% alle europee. In termini di voti assoluti, da una media di 33,7 si passa alle politiche a poco meno di 21; alle europee, da 27 a 20. Anche alle regionali si assiste alla crisi del bipolarismo, ma nelle regioni dove si è votato nel periodo 2012-2014 solo il centrodestra ha perso in percentuale, mentre il centrosinistra è rimasto sulle stesse posizioni della tornata precedente (in valori assoluti, tuttavia, il primo ha ceduto 2,7 milioni di voti su 8,5, il secondo 400mila su 7,2 milioni): in tutto, le due famiglie politiche principali hanno perso il 20% dei voti validi. Se l'indice di bipolarismo è intorno al 60% per la Camera, è al 73% per le europee e al 76% alle regionali. In parte il dato è dovuto al risultato del M5S (25,6% alle politiche, 21,2% alle europee, 14,3% alle regionali), in parte al non voto. Tuttavia, se confrontiamo i sondaggi nazionali, i risultati per la Camera e quelli per le regionali abbiamo l'impressione - fondata - di una dinamica che per Montecitorio (e per un’elezione “da libera uscita” come quella europea) è tripolare e multipartitica (con un partito dalle dimensioni più ampie, il Pd, seguito da altri tre medio-grandi: M5S, FI, Lega), mentre a livello locale è ugualmente multipartitica ma ancora abbastanza bipolare (in quasi tutte le regioni dove si andrà alle urne fra un mese e mezzo, infatti, appaiono favoriti i candidati dei poli tradizionali). L'ipotesi sarà messa alla prova dal voto regionale. Tuttavia, le prossime elezioni amministrative ci daranno anche indicazioni importanti per quanto riguarda il primo "partito" del Paese: quello del non voto (astenuti o votanti scheda nulla o bianca). Nel 2013, dopo aver viaggiato per circa 20 anni intorno ai 10 milioni di voti, astenuti e voti bianchi/nulli sono arrivati a quota 12,9 milioni (Camera); il “non partito” aveva conquistato il primato alle europee addirittura già nel 2004 (14,5 milioni; nel 2014: 21,9 milioni) e all’inizio del secolo alle regionali (dove nel periodo 2012-2014 è giunto, su 13 regioni, a “rappresentare” il 44,2% del corpo elettorale, avvicinandosi al 44,4% “ottenuto” alle europee 2014). Quelle illustrate in questo articolo, com’è ovvio, sono solo considerazioni parziali e introduttive. Su questo tema, oltre che su "famiglie politiche", sondaggi e "fedeltà leggera" dell'elettorato, torneremo in futuro.
 
 
 
 
* Analista politico e studioso di sistemi elettorali