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27 ottobre 2021
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Un bicameralismo ben temperato

Paolo Pombeni - 18.04.2015
Pietro Grasso e Laura Boldrini

Sembra, ma è presto per esserne certi, che le zuffe sull’Italicum producano qualche ripensamento sulla riforma del Senato. Sebbene ci sia qualche difficoltà tecnica, perché nei prossimi passaggi parlamentari si dovrebbe poter votare solo sul testo che ha già ottenuto la prima approvazione coincidente di Camera e Senato, un ripensamento ragionato di quella riforma sarebbe da accogliere favorevolmente.

Renzi e la direzione PD si sono affrettati a ribadire che non si tratta di una gentile concessione fatta alla minoranza interna per ammorbidirne la posizione di rigetto dell’Italicum. Più probabilmente si tratta della nuova consapevolezza che in un clima generale di tensione circa l’evoluzione del nostro sistema politico, una legge scritta meglio e soprattutto pensata meglio per quel che riguarda la seconda Camera potrebbe davvero concorrere a spazzar via pregiudizi interessati, ma anche preoccupazioni non tutte infondate.

La questione non è per verità né quella di ritornare all’attuale bicameralismo paritario, che sino a poco tempo fa era criticato e condannato da tutti gli studiosi quale che fosse il loro orientamento ideologico, né quella di assecondare acriticamente il problema di avere un secondo corpo eletto direttamente dal popolo per fugare i timori di una classe politica timorosa di perdere dei posti.

Il tema vero è come creare davvero una “seconda Camera”, diversa dalla prima sia per estrazione sia, soprattutto, per rappresentatività. Perché in sostanza, il problema storico di tutte le seconde camere è sempre stato quello di come dar spazio accanto alla rappresentanza politica diciamo così primaria, quella dei cittadini-elettori possibilmente “disciplinati” da seri partiti politici, ad altri tipi di rappresentanza che pure potrebbero avere uno specifico contributo da dare.

Il guaio è che nella nostra attuale società non esiste un criterio accettato per individuare un “corpo” da cui estrarre questa rappresentanza di tipo diverso da quella politico-partitica. Nessuno oggi si sente di sottoscrivere la vecchia idea che il “senato” sia la camera che rappresenta i migliori e i più saggi, i “nobili” di un sistema sociale. Nessun paese mantiene con credibilità una istituzione con basi simili e persino la Gran Bretagna continua a chiedersi quando si potrà riformare la Camera dei Lord che al momento non gode di grandissima considerazione (sebbene abbia prodotto molte volte interventi apprezzabili sul piano tecnico come aiuto nella formazione delle leggi).

Spostare l’accento dalla rappresentatività “politica” alla rappresentatività “sociale” non funziona, per la semplice ragione che ormai anche i partiti si richiamano ad essa molto più che agli universi ideologici. Peraltro una camera delle “corporazioni”, anche ammesso che queste potessero essere identificabili, non troverebbe legittimazione: pensate a cosa significherebbe mettere sullo stesso piano, che so, la rappresentanza degli industriali e quella dei lavoratori, anche ignorando il fatto che oggi individuare, per esempio, un comune denominatore che possa riunire le rappresentanze sindacali è praticamente impossibile.

Ecco la ragione per la quale alla fine è sembrato che l’unica modalità di inventarsi una seconda camera fondata su basi rappresentative diverse fosse quella di ricorrere al modello “federale”, dove una camera rappresenta la nazione nel suo complesso, l’altra le articolazioni istituzionali che la compongono. Qui però è veramente cascato l’asino, perché il nostro paese ha “inventato” quasi tutte le articolazioni regionali, che sono una parodia degli “stati” nei sistemi federali. Come la fantasia del 1947-48 di distinguere fra Camera e Senato con un corpo elettorale diverso per età, simulando che ciò portasse ad una seconda camera più saggia, si è rivelata improduttiva, così ci si chiede oggi se un corpo estratto non da consolidate tradizioni storico-identitarie, ma da coacervi di interessi localistico-amministrativi come sono per lo più le nostre regioni, possa produrre un “corpo politico” capace di concorrere all’equilibrio costituzionale dei poteri.

Intendiamoci: non si tratta di quante prerogative avrà o non avrà la futura seconda camera. In politica il “peso” all’interno del sistema non è dato da quello, ma dalla forza che i suoi membri possono avere nonché dall’interesse e capacità che possono mettere in campo per essere protagonisti di una visione di partecipazione al processo di governo. E questo si vedrà, col tempo, solo nello sviluppo del sistema una volta messo in funzione.

Sappiamo che c’è un clima per cui neppure la modesta proposta di irrobustire il nuovo senato con un po’ di “alti ingegni” tratti da canali diversi da quelli delle classi politiche locali ha trovato accoglienza. Un coacervo di pregiudizi populistici blocca qualsiasi capacità di elaborazione: si devono tagliare le spese, le regioni sono luoghi di malaffare, bisogna comunque garantire che ci sia una riserva di legge su materie di interesse regionale, diamo o non diamo l’immunità ai futuri membri e via elencando.

C’è da chiedersi se sia ormai troppo tardi per puntare ad un gesto di grande creatività politica, cioè in questo caso davvero a ricominciare tutto l’iter, ma non mettendolo nelle mani di questa classe politica che ragiona nei termini asfittici delle sue lotte intestine, ma di un piccolo nucleo di una decina di persone che siano in grado di “inventarsi” una seconda camera a dimensione della democrazia del XXI secolo.

E’ una utopia? Probabilmente, ma è dalle grandi utopie che sono nate le grandi costituzioni.