Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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La "vox populi" del 4 marzo

Luca Tentoni - 01.12.2018
Vox Populi

Al termine della rassegna dedicata in queste settimane da Mentepolitica ai volumi che hanno spiegato il voto del 4 marzo, ci occupiamo di "Vox populi" (Il Mulino), il libro dell'Itanes sul "voto ad alta voce" del 2018. Per introdurre l'argomento, tuttavia, ci sembra opportuno un richiamo alla campagna elettorale che ha preceduto l'appuntamento con le urne. Lo spunto più interessante ci giunge dal saggio di Giovanni Diamanti ("Una campagna-lampo al tempo della campagna permanente") per il volume "Una nuova Italia" (di Cavallaro, Diamanti e Pregliasco, edito da Castelvecchi). Secondo Diamanti, la campagna elettorale del 2018 è stata caratterizzata da "poche innovazioni, pochi colpi di scena, poca originalità. È stata un'agenda mediatica dominata, ancora una volta, dalle tematiche dell'immigrazione e della sicurezza", come vedremo approfondendo gli esiti del voto e le motivazioni. Su questi argomenti, "il centrosinistra sceglie di non inseguire il centrodestra, non solo perché gli elettori, fra due proposte simili, scelgono sempre l'originale, ma perché su questi temi la credibilità del centrodestra è nettamente superiore"; sull'economia, invece, "il centrosinistra e il M5S sono più competitivi, ma il Pd non ha trovato il tempo e la forza di imporre i propri temi, un problema dovuto anche a errori nella definizione delle priorità" oltre che - aggiungiamo noi - alla percezione che gli "esclusi" hanno dello stato dell'occupazione e del lavoro nel nostro Paese. Tornando all'esito del 4 marzo e al volume di Itanes, la prima cosa importante da sottolineare è che se "le elezioni del 2013 furono critiche, come vengono in materia definite le elezioni di svolta, perché segnarono il punto di rottura delle linee di divisione intorno alle quali si erano allineati gli schieramenti partitici ed elettorali per circa vent'anni, quelle del 2018 hanno non solo consolidato, ma amplificato la rottura rispetto al modello elettorale precedente". Con una mobilità elettorale del 26,7%, sommata a quella molto alta del 2013 (36,7%) il sistema politico tripolare si conferma, in un voto che Itanes definisce "ad alta voce" perché "ha premiato le forze politiche (M5S e Lega) che in modo più netto e radicale avevano investito sui sentimenti di rabbia, insoddisfazione, diffidenza, insicurezza, paura diffusi tra ampi strati della popolazione". Un voto che "usando una tripartizione - voice (protesta), loyalty (fedeltà), exit (defezione) - ormai classica nelle scienze sociali, può essere chiaramente interpretato come una forma diffusa e sonora di Voice, contro le forze identificate maggiormente con l'establishment, un "voto sanzione" nei confronti del partito (il Pd) che più di tutti rappresentava la politica di governo, più ancora che le specifiche politiche di governo". Il combinarsi degli effetti delle elezioni del 2013 con quelle provocate dal voto del 2018 non ci ha portati in una Terza Repubblica, ma "è certo che per la seconda volta, nella storia repubblicana, la struttura della competizione è significativamente cambiata. Dopo due elezioni che lo confermano, possiamo dire che siamo di fronte a un terzo sistema partitico, dopo quello dominato dalla Dc e quello della competizione bipolare fra centrodestra e centrosinistra". Solo l'Islanda nel 2013-2016 aveva sperimentato una mobilità elettorale simile a quella italiana (2013 e 2018), su 368 elezioni del dopoguerra in venti paesi europei. È stata, però, una competizione "a tenaglia" sul Pd, nel senso che, oltre allo scarso numero di collegi vinti (28 su 232 alla Camera), nel 53,5% dei casi il partito democratico si afferma in un collegio contendibile (con un margine di vantaggio sul secondo inferiore al 7,5% dei voti) mentre il centrodestra ottiene 111 collegi (il 23,4% dei quali contendibili) e il M5S 93 (30,1% contendibili); "paradossalmente l'area più contendibile è oggi l'ex Zona rossa, un tempo bastione elettorale inespugnabile della sinistra; al contrario, il predominio del centrodestra al Nord appare non facilmente scalfibile, mentre quello del M5S al Sud, sebbene molto ampio nei numeri, potrebbe risentire della maggior volatilità dell'elettorato meridionale, non nuovo a repentini cambiamenti elettorali nel breve periodo". Un elemento di forte continuità con tutte le precedenti elezioni della Seconda Repubblica è costituito dal passaggio di voti dal centrodestra al centrosinistra (e viceversa): solo il 3% nel 2018, contro il 2,7% del 2013, il 9,1% del 2008, l'8,4% del 2006; il 6,1% del 2001. Invece i voti dei delusi escono (33,9% nel 2013; 26,8% nel 2018) verso altri soggetti politici che li trattengono o li "traghettano". Quindi, "la permanenza di una quota importante di elettori in movimento (circa il 30%) è da imputare ad altri tipi di scambi. Questi possono essere così suddivisi: un quarto è dovuto agli scambi fisiologici tra altri partiti, un quarto alla diaspora montiana, ma la metà è dovuta al dinamismo trasversale del M5S, che è un partito dinamico ma al tempo stesso solido, avendo un tasso di fedeltà decisamente alto, anche se intrattiene voluminosi scambi con le altre aree politiche". In pratica, un terzo degli scambi dei Cinquestelle va verso i poli tradizionali e i due terzi sono guadagni. Il netto calo del centrosinistra "è dovuto essenzialmente alla smobilitazione (con un effetto forte come nel 2008) e alla minore capacità di resistere al M5S; quest'ultimo rimobilità più nuovi elettori di quanti ne veda smobilitarsi". I flussi Itanes sono molto chiari: il Pd cede una quota di elettori pari all'1,1% degli aventi diritto a Leu, lo 0,9% a Più Europa, il 2,4% al M5S, il 2,4% al non voto, ricevendo - rispetto al 2013 - lo 0,2% da Sel, lo 0,6% dal M5S, l'1,8% da Scelta civica, lo 0,6% dal Pdl e lo 0,9% dal non voto; il M5S cede lo 0,6% al Pd, l'1,2% alla Lega, l'1,8% al non voto, ma guadagna lo 0,5% da Rivoluzione civile, lo 0,4% da Sel, il 2,4% dal Pd, il 2% dal Pdl, il 3,3% dal non voto; la Lega, infine, cede solo uno 0,5% all'astensione, ma guadagna altrettanto dal Pd, l'1,2% dal M5S, lo 0,9% da Scelta civica, il 4,1% dal Pdl, lo 0,4% da Fratelli d'Italia e il 2,3% dal non voto. Una delle novità del 2018 riguarda le fonti di informazione sulla campagna elettorale: la Tv resta al primo posto, ma passa dal 70,9% al 44,1%, con Internet che sale dal 7,8% al 34,1% e i giornali che sostanzialmente rimangono stabili (dal 10,2% del 2013 al 9,1% del 2018). In quanto alla scomposizione del voto per professione, "azzardando una drastica semplificazione potremmo dire che M5S e Pd, soprattutto il primo, sono in prevalenza partiti del lavoro dipendente; mentre Forza Italia e Lega attraggono soprattutto gli autonomi, tuttavia con significative differenze all'interno della dicotomia dipendente/autonomo: da un lato, infatti, le figure professionali dipendenti di livello più qualificato indirizzano in prevalenza il loro voto verso il Pd, mentre quelle intermedie sono nettamente a favore del M5S; è su questo terreno che i pentastellati hanno stravinto la competizione col Pd, affiancati anche dalla buona prestazione della Lega". Sul piano del disagio, "M5S, FI e Lega raccolgono una quota significativamente più che proporzionale del loro sostegno elettorale fra i votanti che affermano di trovarsi in condizioni economiche molto precarie; la capacità di attrazione del Pd appare decisamente bassa". Per titolo di studio, si nota che il Pd è sovrarappresentato fra i laureati e sottorappresentato da chi si è fermato alla scuola dell'obbligo, all'opposto della Lega. Fra chi si dice per niente soddisfatto del funzionamento della democrazia il M5S sfiora il 50% dei voti, contro il 20% della Lega e il 10% circa di FI e Pd; fra i "molto soddisfatti", il Pd sfiora il 40% mentre gli altri restano fra il 10 e il 20%. Non solo: fra chi giudica la situazione economica molto peggiorata il M5S è intorno al 40%, la Lega verso il 25%, il Pd sotto il 10%; fra chi la crede migliorata, il Pd sfiora il 60%, con Lega e FI quasi a zero. In quanto all'autocollocazione degli elettori sull'asse sinistra-destra, a sinistra il Pd supera di poco il M5S (entrambi sono fra quota 30 e 40%), mentre a destra la Lega è verso il 40%, con FI al 30% e il M5S sotto il 20%; i Cinquestelle dominano il centro dello schieramento, probabilmente perché rappresentano il 64,4% degli elettori che non si riconoscono nella dimensione sinistra-destra. Nel collocarsi in una scala da 0 (Sinistra) a 10 (Destra) gli elettori di sinistra sembrano spostarsi generalmente più al centro, rispetto al 2001-2006 (quando c'era Rifondazione comunista) ma anche sul 2008-2013. Leu, infatti, è a 3 (Sel 2013 era poco oltre il 2), il Pd al 3,5 (nel 2013 poco sotto il 3), il M5s passa dal 4,5 a poco più del 5, mentre sono i partiti e gli elettori di centrodestra a restare dove sono sempre stati (fra quota 7,5 e 8). In quanto ai problemi giudicati più importanti e la competenza dei partiti in materia, sulla disoccupazione il 21,9% preferisce il M5S, contro il 13% di centrodestra e Pd, ma il 23% dice che non c'è differenza e il 21% che nessun governo può affrontare il problema; sulle tasse, il 25,7% confida nel centrodestra, il 23,5% nel M5S, solo il 6,8% nel Pd (ma anche qui, fra chi afferma che non c'è differenza e chi pensa che nessun governo può affrontare il problema si arriva complessivamente al 41,3%); in tema di lotta alla corruzione prevale il M5S (38,4%; centrodestra 3,6%, Pd 5,8%), come sul contrasto all'evasione fiscale e sull'ambiente (con percentuali fra il 17,5% e il 21,7%); sull'immigrazione vince il centrodestra (51,5%; M5S 9,8, Pd 3,9%) così come sulla lotta alla criminalità (32,6% contro il 14% del M5S e il 6,8% del Pd); i democratici vincono invece sul contenimento del debito pubblico (22,6%, contro 11,6% del centrodestra e 15,9% del M5S). Nel tracciare il bilancio del voto del 4 marzo, Itanes fornisce una lettura "alternativa, che non disconosce il peso esercitato dall'insicurezza sociale, ma pone al centro il ruolo attivo giocato dai partiti sulle percezioni che i cittadini hanno della situazione economica e sociale del paese e, ancor più, delle responsabilità politiche per quest'ultima. La percezione del contesto è mediata dalla comunicazione degli attori politici (l'offerta) che contribuisce - insieme al contesto vissuto dai cittadini - a definire la domanda (e la risposta) degli elettori". Si è dunque svolta "una battaglia comunicativa e quindi simbolica, intorno alla rappresentazione della realtà e all'attribuzione di responsabilità politica. Ciò che conta, non è solo il contesto oggettivo, specie quando presenti elementi di ambivalenza, ma anche il framing del contesto, vale a dire il modo in cui una realtà è incorniciata dai partiti e dai (social) media attraverso l'accentuazione selettiva (e unilaterale) di alcuni aspetti a scapito di altri". Secondo Itanes, "un'importante conseguenza di questa spiegazione incentrata sulle interazioni tra offerta, domanda e contesto è che, contrariamente a ciò che è stato tante volte detto e scritto, gli elettori italiani non sono diventati più xenofobi, né hanno votato principalmente sulla base di una presunta promessa di elargizione pecuniaria (il reddito di cittadinanza). In realtà, l'avversione all'immigrazione non è aumentata dal 2013, ma è sensibilmente aumentata la visibilità del tema e la sua salienza. La crisi economica è percepita maggiormente nel Sud rispetto al resto del paese, ma l'insicurezza economica, a sua volta, è diffusa tra gli elettori di più partiti, non circoscritta a quelli del M5S. Anzi, la caratteristica più autentica e distintiva dell'elettorato pentastellato è dato dall'orientamento di forte critica e ostilità, alla radice stessa di ogni discorso populista, verso i politici di professione e i partiti tradizionali".