Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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La violenza della politica identitaria in Medio Oriente

Massimiliano Trentin * - 06.09.2014
Abu Bakr al Baghdadi

Nelle scorse settimane i Governi europei hanno deciso di inviare armi al Governo Regionale Curdo in Iraq e al Governo centrale a Baghdad per fermare l'avanzata delle milizie dello Stato Islamico (Islamic State, IS). Stati Uniti, Gran Bretagna e probabilmente anche Francia contribuiscono anche con attacchi aerei e la presenza di "consiglieri militari" sul campo, ossia forze speciali. La brutalità delle azioni dello Stato Islamico è ormai evidente a tutti gli osservatori. La decapitazione dei due giornalisti statunitensi non è che la punta mediatica delle pratiche di persecuzione e vessazione a cui i militanti dell'autoproclamato Califfo Abu Bakr al Baghdadi costringono le popolazioni sottomesse a cavallo tra Siria e Iraq. Se ne parla poco perché sono i "loro" morti, ma decine e decine di civili e soldati siriani, iracheni o curdi hanno fatto una fine simile.

Un aspetto tanto macroscopico quanto spesso dimenticato è rappresentato dal rischio che l'intera area dell'antica Mesopotamia, dal Golfo Persico alle coste orientali del Mediterraneo perda una delle sue grandi ricchezze: la presenza di innumerevoli comunità linguistiche e confessionali. La modernità ha spesso comportato una violenta omogeneizzazione delle identità, ad esempio sotto le bandiere del nazionalismo a base linguistica o confessionale. Il Medio Oriente non è esente da questo processo. Senza cadere nei rimpianti di un passato idilliaco che mai fu tale, bisogna comunque ricordare che la presenza di diverse comunità nello stesso territorio e il riconoscimento reciproco hanno spesso permesso alle stesse comunità di sviluppare pratiche e teorie di convivenza assenti, invece, laddove non vi è esperienza vissuta di "diversità". E' vero che nei territori eterogenei si sono anche formati i movimenti integralisti, che dunque ricercano l'omogeneità identitaria, ma alla fine ha quasi sempre prevalso l'eterogeneità. Per fortuna. L'Islam politico integralista sostenuto da movimenti quali lo Stato Islamico minaccia questa eterogeneità sociale e identitaria, traducendola nei fatti con la "pulizia etnica", qui confessionale, come denunciato da Amnesty International il 2 settembre[1]. L'accanimento contro le comunità cristiane ma soprattutto musulmane sciite e yazidi ne è la riprova. E' bene ricordare, comunque, come gli stessi musulmani sunniti che si oppongono alla versione integralista dell'Islam propugnata dall'IS vengono semplicemente passati per le armi.

 

Etnie contro etnie

 

Oggi, le uniche forze disponibili sul campo che siano in grado di contenere lo Stato Islamico sono, a loro volta, forze politiche e militari a base etnica e confessionale. La difesa della città di Erbil, la riconquista, decisiva, della grande diga di Mosul sul Tigri, la liberazione della città turcomanna-sciita di Amirli e della strada Baghdad-Tikrit sono avvenute ad opera dei peshmerga curdi e delle milizie irachene-sciite, armate e addestrate dai pasdaran iraniani, che combattono a fianco dei reparti dell'esercito nazionale iracheno (o di quello che ne rimane). A nord, i curdi difendono anzitutto i propri territori e l'indipendenza de facto che si sono conquistati dal 1991 nell'Iraq settentrionale. A sud, gli iracheni-sciiti si proteggono dall'incubo dell'integralismo sunnita e difendono le istituzioni centrali occupate dopo il 2003.

Giustamente, Volker Perthes, direttore del potente think-tank di Berlino, Stiftung Wissenschaft und Politik, ha scritto di recente che europei e statunitensi non devono illudersi sul fatto che i loro alleati di oggi perseguano comunque i propri interessi strategici (rispettivamente, autonomia e indipendenza del Kurdistan, controllo delle istituzioni centrali dell'Iraq) e possano entrare, domani, in contrasto con Washington o la UE[2]. Oggi, infatti, gli Usa e gli europei combattono a fianco delle milizie irachene-sciite che avevano contribuito a distruggere due anni fa sotto il governo deleterio di al Maliki. Oggi, sebbene rifiutino di riconoscerlo pubblicamente, Washington, Londra e Parigi combattono nella stessa direzione del Governo siriano di Bashar al Asad, che giusto un anno fa erano pronte a bombardare. Oggi, questi stessi governi stanno combattendo contro movimenti politici e militari la cui formazione e fortuna deriva anche dal sostegno politico e finanziario garantito dai Paesi arabi del Golfo come Kuwait, Qatar o Arabia Saudita e dalla Turchia di Erdogan. Memorabile la foto del senatore Usa McCain, sempre pronto ad armare e partire, a colloquio in Turchia con alcuni "freedom fighters" anti-al Asad tra cui, sembra, anche il futuro Califfo, al Baghdadi. Se anche non fosse lui, erano comunque suoi simili.

 

Alleanze e strategie di corto respiro

 

Il carattere contingente delle alleanze non è certo una novità, né in Medio Oriente né per la politica europea e statunitense. Importante è la consapevolezza che queste forze locali e straniere non hanno saputo, e in alcuni casi voluto, contribuire finora ad uno sviluppo democratico di questi territori. Il Kurdistan iracheno è certamente un'oasi di pace e buoni affari se comparato col resto dell'Iraq o della Siria, ma il clientelismo e la divisione clanica imperano, e reprimono i movimenti sociali. Finora i partiti sciiti al potere a Baghdad hanno "occupato" le posizioni istituzionali, ed escluso chiunque non fosse loro affiliato. Per non parlare delle responsabilità storiche degli anglo-statunitensi nel distruggere l'Iraq dagli anni Novanta in poi, e della Francia nel fomentare la guerra fratricida in Siria.

In Medio Oriente stiamo oggi assistendo alle conseguenze pratiche di cosa significa governare secondo criteri etnici e confessionali, che ripudiano l'eterogeneità delle società e combattono quelle forze che, invece, costruiscono legami tra le identità molteplici che contraddistinguono i singoli e le comunità. Ci si può domandare, dunque, se la bancarotta politica, economica e culturale delle politiche identitarie finora perseguite possa lasciare spazio a forze alternative che esistono sul campo ma che sono oggi marginali anche perché schiacciate da una politica "armata". La ricerca della pace non significa di per sé stabilità o assenza di conflitto. Bensì la possibilità che in Siria, Iraq o Libia, come in Palestina ed Israele i movimenti sociali e politici, popolari e partecipati possano ritrovare quella centralità, quella piena espressione che la guerra, il confessionalismo e l'etnicismo hanno sempre negato loro. In Medio Oriente, come altrove.



[1] http://www.amnesty.org/en/news/gruesome-evidence-ethnic-cleansing-northern-iraq-islamic-state-moves-wipe-out-minorities-2014-0

[2] http://www.project-syndicate.org/commentary/volker-perthes-explores-the-short---medium---and-long-term-factors-shaping-developments-in-the-middle-east

 

 

 

 

* Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Bologna