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24 luglio 2021
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La via difficile della Croazia in Europa

Diego D'Amelio * - 17.07.2014
Tomislav Karamarko

Poco più di un anno fa, il 1° luglio 2013, la Croazia diventava il ventottesimo paese membro dell’Unione europea, dopo un percorso di avvicinamento durato nove anni, segnati da importanti progressi sotto il profilo del riassetto istituzionale, delle riforme economiche e della tutela delle minoranze nazionali. L’ingresso nell’Ue, tuttavia, non è mai stato percepito con particolare favore dall’opinione pubblica dello stato balcanico, solcata dall’euroscetticismo, sfiduciata dalla crisi e timorosa di cedere sovranità in cambio di un peso modesto a Bruxelles. La freddezza è stata evidente fin dal referendum sull’adesione del 2012, quando la propaganda a favore svolta dai principali partiti di governo e opposizione non ha scongiurato l’affluenza flop del 43,5%. La disaffezione si è riconfermata alle ultime elezioni europee, che hanno visto andare alle urne solo il 25% degli aventi diritto.

L’ottimismo dei quattro milioni di croati nei confronti dell’Ue pare insomma tutt’altro che alle stelle, anche a causa del trend economico estremamente sfavorevole. La recessione dura da oltre cinque anni, gli investimenti stranieri si sono contratti, la disoccupazione è attestata al 20% (quella giovanile al 40-50%) e il debito pubblico veleggia verso il 70% di un pil dall’andamento tendenziale negativo. Tanto la coalizione di centro-destra egemonizzata dall’Unione democratica croata (Hdz), quanto il centro-sinistra guidato dai socialdemocratici (Spd), hanno seguito i programmi d’austerity richiesti dall’Europa durante i processo di adesione, ma i problemi strutturali dell’economia croata perdurano tutt’oggi, come dimostra la procedura di infrazione che ha imposto una brusca sterzata nella riduzione del deficit.

Il quadro politico interno è intanto frastagliato. I socialdemocratici di Zoran Milanović sono al governo dalla fine del 2011, in seguito al crollo del centro-destra dopo un decennio di ininterrotta gestione del potere. L’Hdz era d’altra parte giunta alle elezioni minata dagli scandali, come quello che ha portato alla recente condanna a nove anni dell’ex premier Ivo Sanader, arrestato all’estero durante il tentativo di sottrarsi all’accusa di corruzione e appropriazione indebita. La sentenza ha imposto all’Unione democratica la restituzione di oltre tre milioni di euro alle casse dello stato: fondi neri utilizzati per ingrossare i conti dell’Hdz e quelli di alcuni ministri coinvolti. L’attuale leader del partito, Tomislav Karamarko, ha avviato una brusca opera di pulizia interna, rivolta contro i principali esponenti dell’era Sanader. I metodi spicci del «Putin croato», come è stato soprannominato per la sua provenienza dai servizi segreti, hanno riportato rapidamente in auge l’Hdz, che alle ultime consultazioni europee ha distanziato di circa dieci punti i socialdemocratici. Il voto ha fotografato la crisi che sta investendo Milanović, che paga l’inefficacia delle riforme economiche e la netta spaccatura dell’Spd sulla linea politica e di governo: il rischio di congresso anticipato è nell’aria, così come quello di nuove elezioni.

Le turbolenze del sistema dei partiti – stretto fra instabilità politica e questione morale – si accompagnano alla ripresa della destra nazionalista, ricompattata dall’assoluzione del generale Ante Gotovina da parte del Tribunale internazionale dell’Aja, dall’imperversare di feroci polemiche sulla tutela linguistica della minoranza serba e dal referendum che ha da poco stabilito ad ampia maggioranza l’inserimento nella costituzione dell’esplicito rifiuto ai matrimoni omosessuali. L’orizzonte non è ancora sgombro dalle nubi del passato e nel paese la discussione rimane aperta sugli esiti della giustizia contro i crimini di guerra e sui diritti della componente serba. L’ingresso croato in Europa appare allora di cruciale importanza per sostenere il difficile cammino di transizione seguito all’indipendenza, ma anche per far progredire più in generale il processo di integrazione della ex Jugoslavia dopo la deflagrazione delle guerre interetniche.

La Croazia – un tempo snodo fra impero austriaco e impero ottomano, fra mondo cattolico e ortodosso – è oggi confine esterno della comunità europea con gli stati balcanici destinati a entrarvi: ha quindi una notevole dose di responsabilità nel mostrare una possibile via di stabilizzazione dell’area, favorita dalla certezza delle frontiere e dalla difesa delle minoranze, punti fermi fondamentali dell’Ue. Zagabria lavorerà nei prossimi anni per l’accesso nell’area di Schengen e per l’adozione dell’euro, ma sarà chiamata alla prova forse soprattutto riguardo all’adesione della Serbia dell’Europa. Già appesantita dalla difficile vertenza sul Kosovo, Belgrado avrà infatti bisogno del favore della Croazia, che ha fatto intendere fin da ora di voler scambiare il suo assenso con la chiusura della questione sui crimini di guerra: è facile prevedere il ripresentarsi di difficoltà simili a quelle sollevate a suo tempo dalla Slovenia rispetto all’ingresso croato, subordinato da Lubiana all’intesa su una serie di problemi bilaterali insoluti.

L’allargamento europeo nei Balcani rischia insomma di rimanere a lungo un problema aperto, tanto più che paesi come Albania e Bosnia non hanno nemmeno avviato la procedura di adesione. Da una parte, le repubbliche ex jugoslave hanno difficoltà a venire a capo di processi di democratizzazione lunghi e complessi, mantenendo il necessario passo in campo economico, superando un nazionalismo che lambisce anche le classi dirigenti più presentabili, sconfiggendo l’euroscetticismo dei propri cittadini. Dall’altra, Bruxelles non può non tenere conto del progressivo irrigidirsi dell’opinione pubblica europea su temi quali l’immigrazione interna, la salute economica dei candidati e la loro stabilità politica. Forte del sostegno tedesco e di una condizione di partenza migliore degli altri paesi della regione, la Croazia è riuscita intanto a varcare le soglie dell’Unione, ma il suo percorso di piena integrazione appare soltanto a metà del guado.

 

 

 

* Istituto storico italo-germanico (Fondazione Bruno Kessler)