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Politica a quattro zampe: la svolta animalista di Berlusconi

Giulia Guazzaloca - 13.05.2014
Pascale, Dudù e Berlusconi

Quasi mai Silvio Berlusconi lascia le cose al caso, specie in campagna elettorale: se dunque ha deciso di schierare Dudù, l’ormai celebre cagnolino della fidanzata Francesca Pascale, come testimonial politico per le prossime elezioni europee, significa che ha registrato presso i cittadini italiani un aumento di sensibilità e interesse nei confronti degli animali. I dati sembrano peraltro confermarlo: è in costante crescita il numero delle famiglie che hanno in casa uno o più pet, il 55,3% nel 2013 con un incremento di oltre 13 punti rispetto al 2012; esiste un giro d’affari ormai miliardario su cibo, medicinali, prodotti per animali e spese veterinarie; sono sempre più numerosi gli italiani contrari alle pellicce, alla caccia e all’utilizzo degli animali nei circhi (rispettivamente 85,5%, 74,3%, 65%) e l’80% si oppone ai test sugli animali nella cosmesi (che comunque l’Unione Europea ha vietato); cresce, infine, anche il numero dei cittadini che optano per un regime alimentare diverso da quello onnivoro (7% nel 2014 contro il 6% del 2013). C’è insomma una vasta corrente emotiva nei confronti degli animali e l’abile Cavaliere ha pensato di sfruttarla.

Lungi dall’essere l’ennesimo coup de théâtre di un anziano leader in declino, la virata animalista di Berlusconi non è dunque da trascurare sul piano politico: è passato dalla «rivoluzione liberale» alla «rivoluzione animalista» – ha scritto qualche mese fa il politologo Alessandro Campi per tracciare la parabola politica di un uomo che è sempre stato bravissimo a captare (spesso in anticipo sugli avversari) e ad assecondare le emozioni, i desideri, le passioni degli italiani. Se il tradizionale refrain delle associazioni animaliste, finalizzato a sensibilizzare il ceto dirigente verso le loro istanze, è che «gli animali non votano, ma i loro padroni sì», il leader di Forza Italia sembra deciso a raccogliere la sfida. E lo ha fatto, come altre volte in passato, sapendo di andare controcorrente rispetto al grande flusso del dibattito pubblico che discute semmai di disoccupazione, crisi economica, riforme istituzionali.

Eppure Berlusconi ci ha messo la faccia, come si usa dire, e ha orchestrato una campagna a tutto tondo, segno che ai vantaggi elettorali dell’animalismo ci crede davvero. Ha lanciato appelli per l’adozione dei 150 mila cani rinchiusi nei canili, ha citato Madre Teresa di Calcutta che disse che amare gli animali ci rende più vicini a Dio, ha proposto la cancellazione dell’Iva sui prodotti per animali e cure gratuite per cani e gatti di persone a basso reddito, ha lasciato fuori dalle liste per le europee i sostenitori della caccia e coloro che non si riconoscono nel suo programma animalista e ambientalista. Il tutto coronato infine dalla pubblicazione, da parte di Renato Brunetta, del «Dudù Act: proposte per un welfare animale», un ampio dossier con iniziative e norme per la tutela della salute e del benessere degli animali in linea con le disposizioni comunitarie e con le misure già da tempo adottate nel mondo anglosassone.

Ma quale sarà il «valore» elettorale di cani e gatti il prossimo 25 maggio? Difficile dirlo, opinionisti e sondaggisti sono divisi al riguardo. C’è chi la considera un’ottima trovata che potrebbe valere il 7% dei voti in termini relativi; altri sono più cauti e la giudicano un’operazione utile solo a consolidare il vecchio elettorato di Forza Italia. Del resto, anche gli «addetti ai lavori» e le associazioni animaliste hanno opinioni discordanti. All’apertura di credito espressa, ad esempio, dal presidente del Partito animalista europeo fanno da contraltare le critiche di molte associazioni che temono strumentalizzazioni ai soli fini elettorali e stigmatizzano l’attenzione rivolta quasi esclusivamente agli animali di proprietà.

In effetti il rischio che si tratti solo di un grande spot elettorale c’è ma, indipendentemente dai risultati che si avranno, va riconosciuto a Berlusconi il merito di aver aperto la politica italiana a questioni e problemi fino ad ora assai poco praticati. L’Italia infatti, come molti dei paesi dell’Europa meridionale, è ancora piuttosto indietro non solo per quel che riguarda la legislazione a tutela degli animali in quanto «esseri senzienti» (come li ha definiti il Trattato di Lisbona), ma soprattutto nella diffusione di una «cultura della responsabilità» che garantisca il corretto rapporto uomo-animale. Da noi solo recentemente l’animalismo, nella sua accezione più ampia, sta scoprendo una vera dimensione politica. In Gran Bretagna già la regina Vittoria era una strenua paladina dei diritti degli animali e nel 1886 inviò al governo un memorandum straordinariamente «moderno»; negli anni Venti del Novecento vi erano associazioni che premevano affinché i partiti inglesi adottassero adeguati programmi animalisti. Dal canto suo la Germania, dopo un dibattito quasi decennale, nel 2002 ha inserito i diritti degli animali in Costituzione.  

Forse, dunque, il «duduismo» lanciato da Berlusconi non porterà a nulla nell’immediato, ma sta suscitando l’interesse dei media e ha introdotto questi temi nella discussone politica. Chissà che la «rivoluzione animalista» del Cavaliere non abbia più successo di quella liberale.