Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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Dove nasce la violenza?

Francesco Provinciali * - 10.10.2020
Omicidio Willy

L’avvicendarsi di fatti di cronaca nera ci lascia esterrefatti e increduli: ripetuti e quotidiani gesti di violenza che si superano per efferatezza e bestialità. “Homo homini lupus”: da sempre è così ma oggi tutto è amplificato ed enfatizzato dai media, delle ‘buone nuove’ si è persa ogni traccia.

E’ tutto un rimbalzare di episodi atroci e criminali: comunque li si voglia chiamare o definire si appalesano come evidenze drammaticamente negative sia del vivere sociale che dei comportamenti individuali.

Una lunga catena di gesti inconsulti di cui ci si attende quotidianamente l’anello successivo, come se la notizia di quelli precedenti fosse del tutto ininfluente rispetto ad ogni remora, incapace di fermare una mano assassina, come in una sfida dove il delitto vince la ritrosia, i freni inibitori, il timore di essere scoperti e puniti, per non parlare delle regole morali che vengono infrante: il rispetto della sacralità della vita, il diritto all’identità e al futuro per ogni essere umano, il pudore e il pentimento verso ogni possibile offesa della sua dignità.

A Colleferro (Roma) quattro balordi energumeni hanno ucciso a botte un ragazzo di 15 anni, a Casale Monferrato (Alessandria) un giovane poco più che ventenne ha bruciato suo padre.

La violenza come atteggiamento ripetuto e prevalente si esprime attraverso un mix di derive sociali che spingono, condizionano fino ad una sorta di mutazione antropologica, ci sono atteggiamenti compulsivi condivisi, esempi negativi che non vengono corretti e stigmatizzati, come se il gruppo fosse branco, il sodalizio umano un luogo di reciproche sopraffazioni.

Alla base della violenza dilagante c’è sicuramente la crisi epocale, economica in tutti i suoi risvolti: l’immigrazione clandestina, la disoccupazione, la miseria, le povertà emergenti, la pochezza culturale.

A cominciare dal linguaggio imbarbarito ed usuale e dalle sue declinazioni in gesti di aggressività e – specularmente – dalla debolezza del pensiero, dalla carenza di riflessione, dal mercimonio dei sentimenti.

Ci sono drammi umani che sconvolgono e ribaltano esistenze e consuetudini, che portano a situazioni insostenibili e impensate, che generano pulsioni di indignazione e ribellione.

La violenza oggi nasce in una società dove l’ignavia e l’indifferenza si mescolano a prepotenze che schiacciano le persone verso una irreversibile soccombenza, impongono ingiustizie intollerabili.

Ma la scelta tra il bene e il male, tra un atteggiamento pacifico e interlocutorio e l’esplosione incontrollata di pulsioni bestiali è legata al discrimine del libero arbitrio perché nel momento in cui si decide di offendere, ferire, aggredire, uccidere si è soli davanti alla propria coscienza. Ammesso di averne una.

Da troppo tempo si è diffuso infatti un senso di impunità nei comportamenti sociali e molta parte della cultura circolante ha contribuito a de-responsabilizzare gli individui nei confronti della loro coscienza individuale.

La certezza o la speranza di farla franca, di cavarsela a buon mercato, di restare impuniti, di non essere scoperti, di ritenersi capaci di compiere il delitto perfetto, di essere tutelati in sede di procedimento giudiziario da tutta una serie di variabili attenuative ed indulgenti sono sostenuti troppo spesso da un lento e progressivo ovattarsi del “senso di giustizia” nell’immaginario collettivo.

Troppo giustificazionismo, troppe attenuanti, troppo buonismo gratuito e insipido: qui non si applica il principio del porgere l’altra guancia: la tutela del presunto colpevole supera la ricerca della verità.

La morte non lascia scampo né scuse.

Il legittimo diritto di difesa anche di fronte all’evidenza dei fatti, il ricorso alle attenuanti generiche, il pentitismo a buon mercato, l’invocazione troppo spesso ripetuta dell’incapacità di intendere e di volere, l’attenuazione del principio di consapevolezza e volontà, la scelta del rito abbreviato, lo sconto di pena, la sua conversione in una sanzione più mite, la facile e disinvolta cultura della riabilitazione, un buonismo intriso di cavilli procedurali e di scrupoli di coscienza, tutto attenua, tutto ridimensiona.

Il pentitismo ha le sembianze di uno sport nazionale, di un gioco da bar.

Non possiamo abituarci collettivamente al femminicidio, alla violenza criminale sui familiari, alla pedofilia, all’abuso dei minori, alla sopraffazione dei deboli e degli indifesi, allo stalking compulsivo, ossessivo e persecutorio …. come se fossero comportamenti socialmente dilaganti, fatti prevalenti di costume, giustificati dalla crisi economica, dalla perdita del lavoro, dal presunto tradimento, dalla debolezza umana, dalla provocazione, dal sentimento di possesso.

Il susseguirsi di episodi di violenza e di offesa diventa esso stesso casting di protagonisti spavaldi e balordi, come nella sequenza di un film dell’orrore.

Alla base della violenza c’è il male che annienta il bene, il crimine non tollera resipiscenza: c’è sempre l’uomo, la persona., l’individuo che in genere – eccetto rare e documentate situazioni di buio della coscienza - decide ed agisce secondo deliberazione e consapevolezza del delitto che sta compiendo.

Che cosa scatta nella mente di chi alza il braccio per un gesto omicida? Non sempre o non solo la follia.

Non sempre e non solo l’istinto dell’ira irrefrenabile.

C’è ed emerge come fatto sociale ricorrente un incremento della violenza consapevole, voluta, cercata e fine a se stessa.

Sovente la “follia” viene confusa con una alterazione dell’ego, come un’ombra oscura che nasconde la realtà fino a negare “intenzione e volontà”.

E nei meandri reconditi di questi fatti di cronaca emergono condizioni sociali e individuali consapevolente orientate verso il male.

E’ vero che non bisogna giudicare per non essere giudicati..

In un sodalizio comunitario che si autodefinisce civile ogni pena dovrebbe essere programmata in funzione del riscatto e della riabilitazione del reo.

Ma pensiamo un attimo alla vicenda delle scarcerazioni facili dei condannati al 41/bis: sono stati considerati alla stregua dei lavoratori fragili anche loro?

Se concepiamo la violenza come evento possibile, ineludibile, comprensibile, tollerabile cercando attenuanti e giustificazioni ci mettiamo tutti fuori da quei riferimenti civili di valori e di esempi positivi ed orientati al bene comune sui quali si basa la nostra convivenza e l’idea stessa di civiltà.

 

 

 

 

* Già dirigente ispettivo MIUR e giudice minorile Trib.le di Milano