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25 gennaio 2020
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La politica della caciara

Paolo Pombeni - 14.01.2016
Rosa Capuozzo

L’espressione romanesca del “buttare tutto in caciara” è entrata nel lessico comune e sta diventando una specie di definizione tecnica per descrivere le attuali strategie politiche di più o meno tutte le forze politiche.

Facciamo un piccolo elenco. Iniziamo con la questione delle banche in cui è sotto attacco il governo per il coinvolgimento nel crack di una di esse del padre della ministro Boschi. E’ un argomento polemico usato senza remore da tutte le opposizioni a cui corrisponde una difesa confusa da parte del governo. Le opposizioni denunciano favoritismi che davvero non si vedono, ma la risposta di Renzi e Boschi è poco efficace: certo la responsabilità penale è personale e nessuno deve dimettersi se un parente è coinvolto in una inchiesta giudiziaria, ma una prassi pubblica rigorosa dovrebbe imporre di astenersi dal difenderlo come fa la Boschi (comprensibile affetto di figlia, ma poco comprensibile presa di posizione di un esponente di governo che difende quello che appare, nel migliore dei casi, come un banchiere poco competente che si è fatto coinvolgere in un pasticcio più grande di lui).

Per rispondere a questa “caciara” ecco che si immaginano due rimedi piuttosto discutibili. Il primo è cavalcare l’ipotesi (perché al momento non c’è di più) di una commissione parlamentare d’inchiesta sul nostro sistema bancario. Mettere sotto la lente il sistema del nostro credito è indubbiamente utile, ma farlo attraverso una commissione parlamentare d’inchiesta servirà solo a sollevare polveroni, col rischio di compromettere la credibilità dei nostri organi di vigilanza. Non si esclude che possano avere fatto errori, ma questi vanno corretti nei modi opportuni, senza inutili e controproducenti sceneggiate.

Il secondo rimedio è quello di avere trasformato in uno show mediatico la vicenda delle infiltrazioni camorristiche a Quarto campano. Anche in questo caso si sarebbero potute trarre lezioni utili anziché buttare in giro palate di fango. Che in un territorio ad alta concentrazione di criminalità organizzata i tentativi di infiltrare le candidature politiche fossero inevitabili avrebbe dovuto essere scontato. Il M5S c’è caduto senza difese per la sua presunzione di essere al di sopra della “normalità” e poi ne ha pagato le conseguenze per l’incapacità di una classe politica improvvisata di gestire le emergenze. Scatenare però su questo una campagna scandalistica da parte del PD e di altre forze che si illudono con ciò di scalfire il fenomeno del grillismo non è indice di grande strategia politica. Certo le contro bordate del “direttorio” del M5S sono state ispirate alla più vieta retorica da talk show: paragonare De Luca sotto processo per un presunto abuso d’ufficio, cioè per un tipo di comportamento che ogni funzionario pubblico compie quotidianamente a suo rischio nel quadro di una legislazione a dir poco confusa, con un consigliere comunale che si fa portatore di interessi di un clan camorristico e una sindaco che non sa come reagire è fuori di ogni logica.

Anche in questo caso la “caciara” televisivo-mediatica non servirà certo a migliorare la nostra vita politica. Su tutto però adesso rischia di dominare lo scontro per il referendum confermativo della riforma costituzionale. Anche in questo caso vediamo contrapporsi più argomenti demagogici che ragionamenti sulla materia del contendere.

Gli avversari di Renzi, una specie di armata Brancaleone che raccoglie di tutto, sostengono argomenti senza alcun fondamento. Si va dalla riproposizione delle accuse di colpo di stato a quelle di fine della democrazia, sino all’incredibile argomento che confuta l’esistenza di un problema di intervento sulla Carta del 1948. Come si faccia a dirlo, non solo in presenza di un dibattito lungo 70 anni, ma di ben tre commissioni bicamerali attivate con la partecipazione di tutti i partiti e mai contestate per i loro obiettivi, rimane un mistero.

Certo, al momento almeno, la difesa della riforma da parte del governo e dei suoi supporter appare piuttosto fragile. L’argomento principale rimane il richiamo a un paese che finalmente sa fare le riforme (il che però di per sé non significa che le riforme siano buone) con la postilla che grazie all’abolizione del senato si risparmieranno dei soldi (anche questo in sé non un argomento determinante: in alcuni casi è meglio non risparmiare, se le spese fossero necessarie).

Così alla fine tutto è demandato alla drammatizzazione, cioè all’agitare da parte di Renzi lo spettro della sua uscita dalla scena politica (il che comporterebbe un vuoto di potere non augurabile) e dal proporre da parte dei suoi avversari proprio questo obiettivo, come se, eliminato Renzi, automaticamente entrassimo in un’era di benessere e prosperità.

Il problema vero è che alla fine il rischio che corre il paese di fronte a queste ricorrenti “strategie della caciara” è quello di un ripudio radicale della politica, almeno da parte di una quota molto rilevante della popolazione. Ora lasciare campo libero ai pasdaran delle varie fazioni non è una gran soluzione, ma ci potrebbe anche essere il rischio peggiore, cioè che questa ripulsa della politica chiami in campo radicalismi utopistici da cui, nell’attuale contesto internazionale, non ci sarebbe da aspettarsi nulla di buono.