Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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La libertà della tavola. Digiuno e astinenza in Quaresima

Claudio Ferlan - 29.02.2020
Chiari Menù di Quaresima

La rivista dei gesuiti statunitensi America ha ospitato nel primo giorno di Quaresima un articolo di Amanda Martinez Beck, nel quale con acume e profondità di pensiero si analizza la cultura cattolica, soprattutto statunitense, dei quaranta giorni precedenti la Pasqua vista da chi soffre di disturbi alimentari. Si tratta di un insieme di norme sociali in cui trovano spazio slogan come «molla lo zucchero e perdi peso», slogan che devono essere tenuti ben presenti anche dalla chiesa per comprendere il sentimento dei propri fedeli che vivono un difficile rapporto con il proprio corpo. Questa cultura della dieta riflette aspettative sociali per le quali un corpo «buono» deve inevitabilmente essere sano e snello. Chi come Amanda Martinez Beck è sovrappeso (scrive di sé di avere un large body) può non sentirsi al proprio posto neppure nella propria chiesa, specialmente durante la Quaresima. Ragionare su sensatezza e fondatezza di messaggi richiamanti il sacrificio alimentare non è questione solo attuale, ma un atteggiamento che ha segnato la storia del cristianesimo fin dalle sue origini. Tra le volontà di riforma che spinsero Zwingli, Calvino e Lutero a prendere le distanze da Roma vi fu anche il rifiuto delle regole su digiuno e astinenza, fondato soprattutto sulle Sacre Scritture, in particolare alcuni passi di san Paolo, nei quali si invita a non tenere troppo conto dei comportamenti della tavola. Martinez Beck cita anche Isaia (58, 1-12), dove il profeta scrive che il digiuno gradito al Signore spezza le catene della malvagità e libera gli oppressi. Non è insomma questione di carne, di pesce, di orari e Martinez Back commenta: «Dio ha creato i nostri corpi per la relazione, non per la magrezza o l’abilità. La richiesta culturale di essere più snelli ci ruba la capacità di amare il nostro prossimo come noi stessi».

Il messaggio è chiaro e sfida se non duemila, almeno millenovecento anni di cultura, quelli che sono stati necessari alla Chiesa romana per trovare un rapporto più sereno con le norme alimentari quaresimali. Non è però un percorso facile, alla luce dell’emergere di modelli sociali sempre più ossessionati dalla figura di corpi magri, tanto da imporre canoni di bellezza sempre più esili, quasi diafani. In un (bellissimo) libro ormai del 2004, Born Again Bodies (Corpi rinati), Rose Marie Griffith indagò il diffuso fenomeno dei programmi dimagranti cristiani, organizzati in varie zone del Paese per aiutare le persone convinte della fondatezza di slogan come «Le persone grasse non vanno in paradiso» (usato per la pubblicità di un ciclo di incontri), oppure «Le persone grasse non possono essere buone» (dichiarazione di una persona coinvolta in uno di questi programmi). Tristi spot per il body shaming, colpevolmente alimentati da organizzazioni cristiane di ogni tipo.

Quanto alle chiese cristiane, sono consapevoli del fatto che aver imposto per secoli una condotta alimentare votata alla rinuncia ha alimentato il diffondersi di una cultura incongrua e deviata? In certa parte lo sono, come dimostrano i gesuiti statunitensi: l’articolo richiamato sopra non è l’unico a dare voce alle riflessioni sul rapporto del fedele con il corpo, ma si inserisce in una serie inaugurata anni fa nella quale si ragiona proprio sul significato della Quaresima. Ancora, vi sono molti segnali concreti e autorevoli di una ridefinizione del concetto di penitenza, in modo da svincolarlo dalla tavola. Per esempio, lo scorso anno l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi si rivolse al proprio clero, in particolare a chi trascorreva molte (troppe, a suo parere) ore della giornata ad agire e interagire sui social network. Con un sorriso bonario ma serio, Zuppi disse che ad alcuni preti avrebbe tagliato le mani, ma prima di arrivare a tanto, consigliava «una quaresima digitale», quaranta giorni lontani da internet, quaranta giorni a digiuno dalla rete. Nel messaggio per la Quaresima 2019 pronunciato da papa Francesco il digiuno era trattato da un punto di vista del tutto simbolico: «Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di ‘divorare’ tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore», in quello del 2020 invece manca qualsiasi riferimento al digiuno e all’astinenza. Già negli atti ecclesiastici originati dal Concilio Vaticano II (1962-1965), ripresi poi dal Codice di diritto canonico (1983) si mise in evidenza che digiuno e astinenza certo fanno parte della vita e della prassi penitenziale della Chiesa da sempre, ma non sono indirizzati a disprezzare il corpo quanto a rinvigorire lo spirito. Serve dunque trovare alternative di penitenza e di riflessione, svincolate da regole dietetiche o da istruzioni per un benessere fisico o una soddisfazione personale eterodiretti.

Un percorso tortuoso, lungo secoli, riporta alla riflessione su quanto Lutero sostenne, affermando che la libertà del cristiano non passa dalla tavola.