Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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L’irresistibile pulsione a fare scena

Paolo Pombeni - 02.11.2022
Giorgia Meloni

C’era qualche speranza che Giorgia Meloni puntasse se non sulla rifondazione, almeno sul restyling della destra italiana. Dopo un avvio cauto, sembra che si metta in moto quella maledizione che già pesò sulla sinistra con l’invettiva morettiana al “dì qualcosa di sinistra”. In quel caso si è aperta una china che non ha portato bene. Temiamo che lo stesso succederà con i cedimenti alla speculare invettiva indirizzata al nuovo governo: “dì qualcosa di destra”. Nell’uno e nell’altro caso più che di ideologia, si tratta di populismo pseudo identitario veicolato dai media e dalle mode per i duelli.

Capiamo bene che la premier è tallonata da un Salvini che vuole dettare l’agenda del governo e che lo fa nell’unico modo che ha a disposizione: demagogia spicciola sui soliti temi. Non può più di tanto insistere su bollette ed inflazione, i veri temi che preoccupano la gente, perché è un argomento agitato da tutti e da tutti, maggioranza od opposizione che siano, messo al primo posto. Così per distinguersi deve tornare sui soliti slogan, come l’immigrazione che ci invade, oppure inventarsene di nuovi piuttosto cervellotici come è l’abolizione del limite all’uso del contante: le indagini demoscopiche mostrano che è un tema che non appassiona l’opinione pubblica. Non parliamo della trita faccenda del ponte sullo stretto di Messina.

Chi legge questa fase con gli occhiali della politica politicante fa osservare che probabilmente Meloni lascia correre sul florilegio di interviste, esternazioni e quant’altro con cui vari esponenti della destra ci vogliono far sapere che è cambiata la musica, perché vuole avere via libera su due temi ben più centrali e rilevanti: la stesura del bilancio e la politica estera. Ai suoi quadri, frustrati da anni di marginalizzazione nel dibattito pubblico, non vuole togliere la soddisfazione di “tenere banco” su stampa, televisioni e social e dunque deve lasciar fare, anche perché guidare il dibattito pubblico non è cosa che si faccia da Palazzo Chigi: dovrebbero provvedervi i partiti che però sono ormai macchine per l’agitazione populista, sicché non sono proprio in grado di sostenere una azione di ripensamento sensato del nostro quadro culturale e del nostro dibattito politico.

La debolezza della posizione di Meloni sta però nel fatto che le intemerate populiste intaccano e non poco ciò a cui lei tiene, sia il settore della politica di bilancio, sia quello delle relazioni internazionali. Sul primo fronte non trova solo la questione relativa al fare o meno un ulteriore scostamento di bilancio per intervenire sul caro bollette e sull’inflazione. Proverà a trovare qualche spazio in sede europea (ci andrà giovedì), ma non sarà facile se i suoi alleati, in specie Salvini, vogliono sforare a pro del finanziamento di loro bandierine tipo la riforma pensionistica. L’idea avanzata dal leader della Lega di intervenire pesantemente sulla normativa del reddito di cittadinanza per dirottare i soldi che così si libererebbero a favore di un regime pensionistico con accesso ad una età relativamente bassa è la classica manovra che serve solo a screditare le capacità di governo mentre apre una pesante tensione sociale fra vecchi e giovani.

Quanto al versante della politica estera ci pensa Berlusconi ad indebolire le prospettive perseguite dal governo che, peraltro, ha affidato il ministero degli Esteri a colui che era in teoria al vertice di Forza Italia. Non si può semplicisticamente liquidare l’uscita del senatore di Arcore come una delle sue scivolate dovute all’età avanzata che gli avrebbe fatto perdere lucidità. Quando egli propone di tagliare le forniture di armi all’Ucraina, sia pure promettendole molti soldi per una eventuale ricostruzione, non fa che accarezzare un sentimento che nel nostro paese è più diffuso di quanto non si voglia ammettere: non vogliamo pagare un sostegno alla causa di Kiev con le difficoltà pesanti che ne conseguono sul piano economico, perché quella non è una questione che riguarda il nostro interesse.

Non ci vuole molto a capire che di fatto agire così sarebbe darla vinta all’imperialismo di Putin, con conseguenze che prima o poi arriveranno a toccare il nostro paese e l’Europa di cui facciamo parte, ma gli egoismi (anche quelli miopi) sono componenti della pubblica opinione che non si possono sottovalutare.

Sarebbe saggio che tutti valutassero l’importanza di salvare il massimo di coesione nazionale possibile avendo davanti a noi un passaggio molto difficile. C’è bisogno di un clima di confronto equilibrato, dove sia possibile concentrarsi sulla revisione necessaria del nostro impianto sociale ed economico. È probabile che sarà inevitabile rivedere molte cose, perché davvero i tempi stanno cambiando. In fondo la destra ha raccolto molti consensi, in cui va incluso anche il sostanziale via libera che le è derivato da una vasta astensione, grazie alla crisi in cui è finito il cosiddetto “progressismo” che ha puntato sul sostenere che i mutamenti inquietanti erano solo la premessa perché si andasse ancora più radicalmente verso un ridisegno del nostro quadro culturale e sociale. Chi temeva questo salto più o meno nel buio ha scelto di votare per un ibrido fra la difesa di un passato (recente, non quello di 100 anni fa che non interessa se non frange più che marginali) di benessere e la stabilizzazione conservatrice della situazione presente.

Se però questo spiega il successo elettorale della destra (certo agevolato da una pessima legge elettorale che nessuno ha voluto cambiare), dovrebbe anche suggerir a Giorgia Meloni di non credere che invece ci sia stata la domanda di sostituire le utopie della cultura modaiola della sinistra con altre utopie rilanciate da un revanchismo di destra che cerca di insediarsi nei templi degli avversari. L’esame di maturità della nuova premier come leader politico nazionale sarà proprio sullo sganciarsi da queste corride di utopie, obbligando anche l’opposizione ad adeguarsi a questo cambiamento di impostazione del confronto politico.