Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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La Germania: locomotiva di latta

Gianpaolo Rossini - 26.07.2014
Jens Weidmann

I dati parlano chiaro: dopo una crescita nel 2010 (+4%) e nel 2011 (+3.3%) la Germania si è seduta nel 2012 (+0.7%) e nel 2013 (+0.4%). E ora si è addirittura fermata con il Pil piatto dalla primavera del 2014. Il dato del 2010 e quello del 2011 erano in verità il frutto di un rimbalzo dopo la forte caduta del 2009 (-5.1% contro -5.5% dell’Italia). Ma dopo la risalita è arrivata calma piatta. E non solo per la Germania che appare sempre di più una locomotiva di latta con le batterie scariche. Anche paesi ricchi e affezionati al carro teutonico non se la passano bene. La Finlandia ad esempio, Nokia dipendente, soffre parecchio nonostante i suoi lindi conti pubblici. I dati  dicono -1.4% nel 2012 e -1.0% nel 2013 e le prospettive non sono rosee viste le riduzioni di personale (a stipendi medio alti) previste nel colosso Nokia che sta appesantendo i conti del gigante Microsoft che ne è divenuto proprietario da un paio di anni e che non esita ad usare il bisturi. La Germania ha fatto “riforme”. Quelle tanto sbandierate per essere più “competitiva”. Ovvero lavoro, pensioni ed altre. Ma come avviene ovunque mutamenti che riducono la stabilità del posto di lavoro, incidono pesantemente sul welfare previdenziale e, in parte, anche su quello sanitario: riducono i salari e spingono gli individui a spendere meno. In alcuni casi si possono vedere effetti depressivi perfino sul tasso di natalità. Ora la domanda che dobbiamo porci è la seguente: la Germania con conti pubblici in ordine e un avanzo della bilancia dei pagamenti correnti superiore a quello della tanto criticata Cina aveva veramente bisogno di fare queste benedette riforme? La risposta è un deciso no. Perché? Un surplus con l’estero così alto e persistente nel tempo come quello della Germania ci dice due cose: che la Germania è competitiva, ma anche che la Germania, nel suo insieme costituito da pubblico più privato, risparmia troppo ovvero non spende il giusto. Un paese che risparmia troppo sottrae domanda ad altre nazioni e le costringe ad indebitarsi. Insomma le politiche tedesche rafforzano l’idea che la Germani stia facendo dell’insano mercantilismo né più né meno di quanto faccia la Cina, visto che il suo surplus con l’estero è anche maggiore. E lo fa anche grazie ad un euro che è tenuto a freno da paesi che arrancano al suo fianco. L’ultimo trimestre la locomotiva di latta della Merkel si è però fermata perché il gioco mercantilista non può durare all’infinito. I Brics mostrano segni di debolezza, gran parte dei partner euro sono stremati e quindi la fatica di spingere ora è sulle spalle della borsa della spesa dei tedeschi. Si muoverà la cancelliera Merkel per invertire il trend e spingere la ripresa? Non sembra. Il falco Weidmann, presidente Bundesbank, patetico seguace di una scuola di pensiero economico in cui nessuno più crede, addirittura annuncia che la politica di bassi tassi potrebbe finire presto se la ripresa si consolidasse. La sorte ahimè vuole che le sue dichiarazioni siano sempre seguite da dati funesti. E così è avvenuto ancora una volta con il Pil tedesco che si è fermato sul binario morto appena lui ha aperto bocca. Altri in Germania affermano che la fermata del Pil è solo uno stop temporaneo. Ne saremmo felici. Ma il problema di fondo rimane. E i numerosi richiami del Fmi alla Bce e alla Germania ne sono la prova ricorrente. Occorre aprire i cordoni della borsa della spesa pubblica visto che quella privata è inchiodata da riforme che la Germania non doveva fare. Ai vecchi tempi, pre 1971, del sistema di Bretton Woods, ideato 70 anni fa, i cambi erano fissi (o quasi) e riallineabili solo con previo assenso del FMI. In assenza di svalutazione o rivalutazione la regola prima era che chi aveva un surplus con l’estero persistente adottasse politiche fiscali espansive allargando la spesa e chi invece era in deficit con l’estero facesse il contrario. Il FMI vigilava che le politiche dei paesi in squilibrio positivo o negativo fossero coerenti e complementari tra loro. Tali politiche sono state fatte nell’area euro solo a metà. Ovvero si sono imposte manovre di contrazione ai paesi in deficit ma nessuna manovra compensativa di espansione in quelli in surplus. Anzi quelli in surplus, presi da una smania mercantilista, si sono dati a riforme molto rigide che hanno ridotto la domanda interna. Il culmine dell’insensatezza si è raggiunto in alcune occasioni in cui la cancelliera Merkel ha affermato che i paesi in difficoltà avrebbero fatto bene a fare le riforme come la Germania. Ma è proprio qui l’errore. I paesi in difficoltà dovevano certo fare come ha fatto la Germania, ma è la Germania che non doveva farle. Purtroppo l’enfasi ideologica e senza vera base scientifica, eredità di Maastricht, sui conti pubblici a scapito dell’attenzione sui conti con l’estero ci ha portato a questa situazione paradossale dalla quale non appare facile uscire. La Germania non ha capito, o fa finta di non capire, che non è possibile che nel mondo o in eurolandia tutti facciano come lei. Semplicemente perché se un paese ha un credito con l’estero significa che l’estero ha un pari debito con lei. O vogliamo credere che si possa esportare su Marte e vantare un surplus con il pianeta rosso?

Di fronte a tanta rigidità e ad una locomotiva di latta che non ci porta da nessuna parte occorrono misure drastiche e coraggiose, come quelle che ho proposto su queste pagine il 5 luglio scorso per ridurre il peso del nostro debito pubblico e lo spread emettendo titoli pubblici al portatore acquistabili in contanti senza obbligo di registrazione. Con il conseguente abbattimento dello spread avremmo una riduzione di spesa di quasi 20 miliardi all’anno. Se aspettiamo la BCE e che la Germania valuti con calma se la sua locomotiva di latta abbia le batterie scariche o meno i problemi da risolvere sul piano finanziario per il nostro paese diventeranno più complessi.