L’Europa degli egoismi?
L’apertura ufficiale della nuova legislatura europea dovrebbe essere occasione di qualche riflessione. Per carità, da un certo punto di vista le riflessioni si sprecano: come di rito moltissimi si buttano a fare programmi, professioni di fede europeista (e adesso anche anti-europeista), dichiarazioni filosofico-universali. Pochissimi, ci sembra, ragionano su quello che è il tema centrale: come potrà sopravvivere una Unione Europea che sta perdendo le ragioni della sua unità.
L’Europa non è nata da un sogno più o meno utopico di alcuni idealisti, come vogliono le narrazioni ufficiali e ricche di autocompiacimento. Certo, ci sono stati anche quelli e hanno avuto la loro importanza, perché un grande progetto politico non sta in piedi senza quella componente. Tuttavia a dare gambe a quel sogno è stata una ben precisa situazione storica.
La parte occidentale del continente europeo, perché di questo all’origine si trattava, era uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale. La ricostruzione presentava ovunque dei problemi. La risorsa dell’orgoglio nazionale era più o meno limitata alla Francia che poteva illudersi, perché in realtà così non era, di essere fra le “grandi potenze” che avevano vinto la guerra. L’Italia e soprattutto la Germania avevano bisogno di un veicolo per reinserirsi a pieno titolo nel contesto internazionale (tanto per essere chiari: ricordiamo che all’inizio non erano neppure state ammesse come membri all’ONU). In questo contesto la costruzione di qualcosa di simile agli “Stati Uniti d’Europa” pareva un obiettivo che potesse permettere di emanciparsi da quella situazione.
Non era un caso se la Gran Bretagna, che si illudeva anch’essa di poter rimanere in proprio “grande potenza”, si mostrò disinteressata a quell’impresa.
A favorire l’operazione si aggiunse una solida ragione economica: una integrazione dei mercati avrebbe consentito dimensioni di sviluppo ormai impossibili a livello dei vecchi mercati nazionali relativamente chiusi. Poi arrivò un’altra ragione, cioè il problema della “scelta occidentale”. Quella porzione di Europa era diventata un confine militare con il nuovo imperialismo sovietico ed i suoi sistemi politici rappresentavano una “resistenza” del costituzionalismo occidentale alla sfida del comunismo.
Oggi di quelle ragioni non è rimasto quasi nulla. Gli sconfitti della seconda guerra mondiale si sono ripresi il loro posto nel mondo, anzi la Germania è tornata ad essere una potenza. Il confine fra “mondo libero” ed “imperialismo sovietico” non esiste più, non almeno in quei termini. La globalizzazione ha ridotto la dimensione portante del mercato unico europeo.
E’ venuto meno, anche se si rifiuta di prenderne coscienza, un altro collante fondamentale: il successo economico della “operazione Europa unita”. Fino ad un certo punto infatti l’integrazione europea si è identificata con la grande crescita di benessere che l’Europa ha conosciuto dal 1951 in poi. L’aumento degli “standard di benessere” è esplicitamente menzionato come scopo dell’integrazione nei trattati istitutivi. Oggi quell’obiettivo, a fronte di una crisi economica mondiale di dimensioni inattese, appare in declino. I nuovi paesi dell’Europa orientale che sono diventati membri della UE in quella prospettiva (quasi messianica) non hanno affatto beneficiato, Polonia a parte, di quel grande salto nel benessere per tutti che si attendevano.
La solidarietà primitiva che consentiva di mettere in comune risorse per affrontare i problemi di trasformazione sociale ed economica (si pensi alla prima fase della politica agricola) sembra dissolta in un burocratismo che non è stato esente da dispersioni corruttive e oggi è congelato dai timori delle “formiche” (chi sta bene) di essere depredati dalle “cicale” (chi ha scialato coi fondi ottenuti in passato e adesso si trova in difficoltà).
Quella che si palesa all’orizzonte sembra essere insomma più l’Europa degli egoismi nazionali, dominata da una diffidenza reciproca, per quanto non esplicitata, fra i suoi membri. La soluzione data al problema dei vertici, con la scelta di professionisti della vita dei palazzi di Bruxelles, va nella direzione di una garanzia che non sorgano illusioni su un salto di qualità che consegni nuove ragioni all’avventura dell’integrazione europea. A dominare sembra piuttosto un approccio negativo: sapete cosa succederebbe se mandassimo a mare la costruzione (elefantiaca) che abbiamo messo in piedi?
Il fatto è che un approccio di “integrazione negativa” non ha mai funzionato. L’Europa ha bisogno di ritrovare uno “spirito” e uomini che lo sappiano incarnare e raccontare. L’episodio del volta-schiena di un po’ di deputati da operetta all’esecuzione dell’inno europeo è simbolica, perché non ha scandalizzato nessuno. L’inno europeo è un pezzo di musica classica, scelto a tavolino, che non è stato “drammatizzato” da nessuna occasione comune di “sacrificio”. Non c’è un “popolo” che si identifichi in esso, non ci sono “eroi” a cui esso faccia istintivamente pensare. Non ci sono insomma quegli ingredienti storici che fanno di una istituzione un “corpo politico”.
Se la nuova legislatura europea non prenderà questo toro per le corna, difficilmente ci eviteremo una lunga stagione di confronti fra gli egoismi nazionali (e speriamo di limitarci a quello).
di Paolo Pombeni
di Azzurra Meringolo *
di Massimiliano Trentin *


