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18 maggio 2024
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Il Califfato in Iraq e in Siria: ritorno al futuro

Massimiliano Trentin * - 03.07.2014
Abu Bakr al Baghdadi

Il 29 giugno 2014 è stato proclamato il nuovo Califfato nei territori a cavallo tra Siria e Iraq, e attualmente controllati dallo Stato Islamico (fino a ieri conosciuto come Stato Islamico in Iraq e nel Levante, ISIL in inglese). Il Califfato è storicamente la massima istituzione dell'Islam dopo la scomparsa del profeta Maometto e, come questi, riunisce in sé il potere religioso e politico sulla comunità musulmana (umma). L'ultimo Califfato è stato abolito da Mustafa Kemal Ataturk nel 1924 ad Istanbul. A capo di questa istituzione religiosa e politica troviamo Abu Bakr al Baghdadi, leader dello stesso Stato Islamico, a dimostrazione di come questi stia cercando di consolidare il proprio controllo sul territorio, e dunque di sottomettere le altre forze militari, politiche e religiose finora alleate. La proclamazione del Califfato non fa che accelerare processi in gestazione già da tempo ed è presumibile che obbligherà tutte le parti in causa a prendere posizioni chiare, in campo politico e in campo militare.

I miliziani dello Stato Islamico hanno conquistato territori in Siria e poi in Iraq grazie alle politiche di esclusione operate dai governi centrali nei confronti delle comunità qui residenti. La valle dell'Eufrate e l'est siriano sono stati, infatti, centri delle rivolte anti-Damasco, e il regime di Bashar al Assad ha deciso di ritirarsi da queste zone per concentrare la controffensiva nell'ovest del Paese, ben più importante dal punto di vista strategico. Già nel tardo 2011 aveva poi liberato dalle patrie galere molti salafiti poi membri dell'ISIL per frammentare il fronte delle opposizioni; e con successo visto lo scoppio delle lotte intestine tra i ribelli in seguito all'ascesa dei jihadisti in Siria. Comunque, le comunità sotto il governo dello Stato Islamico non hanno smesso di dimostrare la loro insofferenza nei confronti delle rigide norme sociali imposte sulla punta del kalashnikov dai miliziani in nero dello Stato Islamico. Sebbene abbiano armi e soldi in abbondanza grazie al controllo dei pozzi petroliferi e degli arsenali siriani e iracheni, il governo di una società ha bisogno anche di consenso e canali di partecipazione e inclusione. Accomodanti all'inizio ora i jihadisti impongono la loro disciplina di ferro.

In Iraq l'odierno Stato Islamico ha conquistato in così poco tempo i centri principali dell'ovest arabo grazie al sostegno dei membri del disciolto Partito Ba'th e delle autorità tribali sunnite. A queste gli USA del colonnello Petraeus avevano promesso la partecipazione nelle istituzioni statali durante il surge del 2008, cercando di rimediare così agli errori commessi nel 2003 in cambio della lotta contro al Qaida, con buona pace di Tony Blair; al contrario, sono state escluse, incarcerate e bombardate dal governo centrale di al Maliki. Ogni azione militare contro lo Stato Islamico non può allora prescindere da un parallelo lavoro politico di inclusione delle autorità sunnite nelle istituzioni nazionali irachene. Il fallimento di al Maliki e le sue responsabilità nel condurre un politica discriminatoria e violenta nei confronti delle opposizioni pongono una pesante ipoteca sull'opportunità che sia ancora lui a guidare il governo centrale iracheno. Legittimamente i curdi non lo vogliono, e attendono la sua sconfessione prima di muoversi.

Qui non è questione di sunniti contro sciiti o di curdi contro arabi. Molti esponenti sciiti e curdi iracheni hanno criticato la politica repressiva del Primo Ministro come disastrosa per l'intero Paese. In realtà si tratta dello scontro squisitamente politico e "universale" tra diverse concezioni del potere statale: assoluto e centralizzato o relativo e decentralizzato; rigidamente verticale, come la modernizzazione statalista ci ha insegnato, oppure orizzontale e concentrico, come la tradizione islamica ha sperimentato in passato. La soluzione ibrida è la regola più che l'eccezione, e non comporta di per sé la dissoluzione dello stato nazionale.

L'esito più probabile è la sconfitta militare e politica dello Stato Islamico, se non a breve almeno nel medio periodo, ad opera dell'esercito iracheno, delle milizie curde, dell'intervento siriano e iraniano con l'appoggio diretto della Russia e almeno indiretto dei Paesi occidentali. Il consolidamento del Califfato pone troppe sfide "mortali" per l'intera regione: da un lato, la revisione dei confini nel mondo arabo e curdo, di cui a breve cade il centenario nel 1916 con le commemorazioni della Prima Guerra Mondiale e il famigerato accordo di Sykes-Picot; dall'altro, il consolidamento di un regime che si vuole universale e assoluto, e dunque attenta alla legittimità di qualsiasi altra forma istituzionale, repubblicana o monarchica. Teheran, Damasco e Mosca si stanno già mobilitando a fianco di Baghdad mentre i Paesi europei e gli USA tentennano: da un lato considerano lo Stato Islamico e il Califfato un pericolo alla propria sicurezza nazionale in quanto magnete e centro d'esportazione del jihadismo, dall'altro spingono affinché all'offensiva militare si affianchi un'apertura politica ad opera di Baghdad. Ma soprattutto vorrebbero evitare che la lotta contro lo Stato Islamico andasse a favore dei loro rivali regionali e internazionali, ossia Iran, Siria e Russia. Da qui la decisione di Obama di finanziare i ribelli siriani anti-Damasco anche in funzione anti-Stato Islamico, dimenticando però che molti ribelli da loro già addestrati in Giordania e Turchia hanno combattuto fianco a fianco dei jihadisti fino a qualche mese fa. Un silenzio assordante, invece, caratterizza le leadership di quei Paesi che hanno sostenuto logisticamente, finanziariamente e ideologicamente i vari islamisti radicali in Siria e ora in Iraq, almeno finché questi non sono diventati autonomi: Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Turchia. Forse sarebbe ora che qualcuno andasse a battere porta anche da loro, quantomeno per verificare chi è veramente alleato di chi.

 

 

Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Bologna