Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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L’eterna questione della forma-partito

Paolo Pombeni - 17.03.2015
Maurizio Landini e Pier Luigi Bersani

“Abbasso il partito, viva la Lega!”  Chissà se Landini conosce questo slogan con cui Moisei Ostrogorski giusto agli inizi del Novecento invitava a superare le “macchine politiche” al servizio solo, secondo lui, della manipolazione elettorale a favore invece di formazioni per obiettivi, più sciolte e non vincolate ad inventarsi una ideologia.

La domanda è una piccola provocazione per prendere sul serio la sfida che il leader della Fiom lancia con il suo “movimento” contro i partiti. Personalmente crediamo che effettivamente non abbia in mente, almeno per ora, di fondare un suo partito: sa bene che quella è una impresa difficile nelle attuali contingenze e che poi suppone una capacità di gestione tutt’altro che facile da inventare. Altrettanto poco gli conviene accettare di fare il “papa straniero” di una coalizione di forze elettoralmente in difficoltà nell’illusione che basti mettere alla loro testa una personalità forte per rimediare al problema. Forse la lezione di come è finita un’operazione di questo tipo con Romano Prodi a qualcosa è servita.

Allora che cosa vuol fare Landini? La domanda è appropriata e ci permettiamo di suggerire un parallelo che a prima vista può apparire sconcertante: vuol fare quello che i “Comitati Civici” cercarono di fare con la DC fra il 1948 e i primi anni Sessanta del secolo scorso.  Allora, puntando sulla forza e sul radicamento sociale dell’Azione Cattolica, Luigi Gedda mise in piedi una potente macchina propagandistico-elettorale che voleva contemporaneamente aiutare la DC a vincere le elezioni e condizionarla nella formazione delle sue liste e nella determinazione della sua linea politica.

Quel che Gedda voleva fare sulla destra della DC, Landini sembra voglia farlo sulla sinistra del PD e di suoi alleati. Non è un caso che tanto in quel lontano parallelo storico quanto nella sua replica odierna ci si appelli alla dimensione “civica” o sociale che dir si voglia contro quella “politica”.  I partiti vanno poco di moda, perché mantengono il problema di darsi una “visione complessiva”, un modo di intendere il mondo (una Weltanschauung si diceva quando erano di moda parole un po’ difficili). Di questi tempi non è un compito facile, perché suppone di creare gerarchie di obiettivi, di costruire alleanze stabili, di mettere alla prova per la propria capacità di governo.

Le vaghe coalizioni sociali possono al contrario rimanere unite su obiettivi sia molto circoscritti e volatili (tipo l’abolizione del Jobs Act) sia molto vaghi e inafferrabili (tipo garantire a tutti “i diritti”). Però queste organizzazioni hanno più successo evitando di farsi contare nelle urne che non scendendo sul terreno elettorale ed essendo poi costrette a gestire l’eventuale successo. Da questo punto di vista l’esperienza del M5S ha anch’essa insegnato qualcosa.

Ora la cosa interessante da osservare è che specularmente a questo modo di intendere la gestione della pressione politica si sta riaffermando anche il tradizionale modo di intendere il partito. Ne è un bell’esempio la riunione dei Bersaniani a Bologna domenica scorsa. Quando il loro leader ribatte “vattene te!” a chi gli dice che dovrebbe lasciare il partito se così com’è non gli va bene, mostra, come a dire il vero ha prontamente capito Richetti, che la questione è tornata ad essere quella sul titolare della “proprietà” del partito.

Se questo fosse una organizzazione di raccolta del consenso politico per trasformarlo in azione di governo, l’impennata di Bersani avrebbe scarso senso, perché è giusto che il partito sia in mano a quella maggioranza che risulta vincente nel paese. Ma se invece esso è una aggregazione intorno ad una “identità” (per non dire, che sarebbe troppo, ad una ideologia) stabilita da fuori e una volta per sempre, allora è più che naturale la battaglia fra i diversi interpreti della stessa ortodossia, fino al punto che a chi non accetta una certa interpretazione divenuta vincente non resta che andarsene, ma non senza aver lanciato a sua volta la “scomunica” su chi lo marginalizza (a suo giudizio tradendo l’ortodossia originaria).

Come si vede è una vecchia storia ben nota nelle dispute religiose che poi, secolarizzate, si erano trasferite nei grandi partiti ideologici fra Otto e Novecento. La questione è se oggi sia ancora possibile riproporre quel modello in una società che ha gravi problemi di aggregazione preda com’è dei traumi di un passaggio epocale in parte almeno inatteso.

Specularmente tanto Landini quanto Bersani ripropongono il tema. Il secondo in una nostalgia di chi si chiede se “i nuovi venuti” possano spingersi fino al punto di cambiare i connotati del suo vecchio partito. Il primo nell’intuizione che proprio il nuovo PD, strutturato come un grande contenitore federativo, può facilmente essere condizionato con la minaccia di togliergli dall’esterno la legittimazione con cui raccoglie una parte comunque significativa del suo consenso elettorale.

Tutto questo durerà fintanto che non si stabilizzerà almeno per un poco il ciclo della trasformazione socio-economica. Se un nuovo equilibrio si raggiungerà in tempi non troppo lunghi, il tramonto del vecchio quadro della politica ideologica sarà quantomeno radicalmente ridimensionato. Se invece l’incertezza si protrarrà ancora per un tempo significativo, lo spazio per far prevalere la nostalgia delle antiche sistemazioni politiche è destinato ad ampliarsi.