Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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L’eccezionalità o la normalità tunisina?

Leila El Houssi * - 06.11.2014
Nida Tounes

Il processo di nation building che la Tunisia ha avviato all’indomani della rivolta del 2011 è apparso più efficace e meno travagliato rispetto agli sviluppi, anche drammatici, verificatasi nell’area, in Libia come in Egitto. L’affermazione del partito islamico Ennadha, premiato dagli elettori tunisini nell’ottobre 2011 per l’estraneità e l’opposizione alla corruzione del passato regime, aveva indubbiamente prodotto un certo sconcerto nel paese da sempre considerato “culturalmente secolare” mettendo in allerta il fronte laico della società civile tunisina. Sembrava potesse essere compromesso quel percorso intrapreso fin dai giorni dell’indipendenza caratterizzato da un confronto costruttivo tra Islam e laicità. Tale confronto ha accompagnato la storia tunisina, tanto che si può parlare di un’eccezione della Tunisia come paese transculturale che ha sempre vissuto una dimensione multipla.

Un confronto costruttivo che si è manifestato anche negli ultimi anni in cui il paese ha vissuto una transizione non priva di tensioni politico-sociali e di difficoltà di mediazione che hanno attraversato il processo costituente. La promulgazione della Costituzione, avvenuta nel gennaio 2014, è stata, infatti, il frutto di una mediazione nell’Assemblea nazionale Costituente tra posizioni politiche distinte. Ma lo sforzo dei costituenti attraverso il dibattito, talvolta aspro che ha accompagnato la stesura della Costituzione, non è stato vano: il testo finale si presenta garante di diritti e libertà.

Nonostante il traguardo raggiunto della Costituzione, il partito islamico Ennadha ha perso progressivamente popolarità.  I tunisini avevano confidato nella promessa dei nadhaoui –così sono chiamati i seguaci di Ennadha- di una lotta alle disparità sociali attraverso politiche di welfare come l’adozione di leggi per la realizzazione di alloggi popolari e la concessione di aiuti alle famiglie più disagiate.

In realtà, la promessa è stata disattesa e la Tunisia lo scorso 26 ottobre alle elezioni legislative ha scelto il partito secolare Nida Tounes, nato nel 2013, a scapito del partito d’ispirazione islamica Ennadha.

Durante la campagna elettorale i due contendenti maggiormente favoriti, hanno promesso cambiamenti importanti. Mentre Rashid Ghannushi, leader di Ennnadha, assicurava che entro la fine dell’anno la Tunisia sarebbe stata la prima vera democrazia araba, Bej Caid Essebsi, leader di Nida Tounes, ribatteva che solo il suo partito sarebbe stato in grado di assicurare lo sviluppo democratico e la modernizzazione del paese. Nonostante le apparenti differenze fra i due partiti, basate sulla strumentalizzazione mediatica del loro riferimento alla religione, emergono, fra essi, alcune affinità soprattutto per quanto concerne il programma economico. Un programma che, per entrambi i partiti, presentava sin dalla campagna elettorale una linea di continuità con la strategia adottata dall’ultimo governo tecnico presieduto dall’ingegnere Medhi Jomaa. Com’è noto l’economia tunisina risente da alcuni anni di una profonda instabilità La promessa di una crescita del paese, all’indomani delle elezioni dell’ottobre 2011 è stata, in realtà, pregiudicata dalla linea economica tracciata dai tre partiti di governo (noti in Tunisia come troika) che ha puntato a rilanciare il mercato nei programmi di governo attraverso politiche di privatizzazione. L'economia stagnante e l’aumento verticale dell’inflazione hanno continuato a produrre una crescita della povertà e della disoccupazione che ha colpito in modo particolare le donne e i giovani che rappresentano l’85% della popolazione attiva disoccupata. Il malcontento non si è fatto attendere e molti tunisini sono scesi nelle piazze chiedendo uno sviluppo economico e trasparenza nelle assunzioni. Per far fronte alla situazione d’instabilità economica con la bilancia commerciale in passivo, il governo tunisino nell’aprile 2013 ha siglato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale che ha assicurato alla Tunisia un prestito di 1,75 miliardi di dollari, finalizzato alla riduzione del deficit e al finanziamento delle riforme strutturali promesse al FMI in cambio degli aiuti. Solo nell’ultimo anno si è assistito a un timido miglioramento che ha portato il paese a una crescita, anche se contenuta, grazie all’azione del governo di Mehdi Jomaa, che si è speso in prima persona per rilanciare l’immagine della Tunisia presso i mercati esteri al fine di attirare capitale e promuovere accordi di cooperazione. Nel settembre del 2014 è stato, infatti, disposto un nuovo versamento del FMI pari a 217,5 milioni di dollari come nuova tranche del credito. La Tunisia si è tuttavia impegnata a tagliare progressivamente la spesa pubblica del 5% del PIL per quanto riguarda i sussidi all’acquisto di carburanti, a ridurre le imposte alle società non esportatrici per rilanciare il mercato interno e ad aumentare le tasse alle società esportatrici. Manovre che, tuttavia, colpiscono le fasce più deboli della popolazione. L’unica garanzia di stabilità può essere determinata da una crescita economica sostenuta e bilanciata e dall’incremento del settore occupazionale.

La ricetta economica di Nida Tounes non si discosta dal modello seguito dal governo tecnico che ha traghettato la Tunisia alle elezioni e propone un approccio in favore del settore imprenditoriale privato e provvedimenti che s'incentrano sul rafforzamento delle relazioni economiche con altri paesi che possano favorire gli investimenti esteri nel paese. La vera scommessa sul futuro della Tunisia sta nel rilancio economico del paese che attraverso il principio dell’alternanza ha comunque posto le basi per la costruzione di una democrazia reale rivelandosi un interessante laboratorio politico.

 

 

 

 

 

Leila El Houssi si occupa di storia, culture e questioni di genere nel Nord Africa. Coordinatrice scientifica e docente del Master Mediterranean Studies presso l’Università di Firenze, è autrice di "Il Risveglio della democrazia. La Tunisia dall'indipendenza e la transizione" (Carocci, 2013)