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27 luglio 2022
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La crisi del cosiddetto “campo largo” a sinistra

Paolo Pombeni - 08.12.2021
Conte e Gualtieri

La decisione dell’ex premier Conte di declinare l’offerta dei vertici PD a candidarsi per il seggio lasciato libero da Roberto Gualtieri è un segnale da non sottovalutare perché mette sotto i riflettori la crisi di quella strategia del cosiddetto “campo largo” che più che un progetto politico è stata ed è una ossessione dei dirigenti del Nazareno da Zingaretti in poi (ma ha anche illustri precedenti nella storia del PCI).

La rinuncia di Conte non dipende solo dal fatto che non è mai stato un cuor di leone, bensì un personaggio portato dalla fortuna in posizioni apicali, perse le quali è finito rapidamente ridimensionato. L’offerta dei vertici PD appariva onestamente un invito a rischiare l’osso del collo con la quasi certezza di rimettercelo. Il Collegio di Roma 1 era stato sì brillantemente vinto da Paolo Gentiloni e poi passato senza colpo ferire a Gualtieri, ma erano altre persone e altri tempi. Entrambi a Roma erano radicati come militanza politica anche di base, entrambi avevano potuto contare su confronti con avversari di modesto profilo in un collegio che viene presentato come “borghese” e dunque meno incline al populismo.

Nonostante questo Gualtieri aveva sì vinto le suppletive parlamentari col 62% di preferenze, ma con una partecipazione elettorale molto modesta, neppure il 20% degli aventi diritto, magari anche solo perché si votava col Covid che faceva ancora paura. Le cronache però dicono che in quei quartieri alle recenti amministrative il candidato sindaco Gualtieri aveva ottenuto meno voti del candidato sindaco Calenda, il quale, guarda un po’, adesso aveva fatto subito sapere che contro una candidatura Conte sarebbe sceso in campo o direttamente o sostenendo un candidato alternativo di alto profilo (si vocifera dell’ex sindacalista Bentivogli).

Di fronte al rischio che le urne certificassero se non la sconfitta di Conte, ben che andasse un sua vittoria risicata che avrebbe infranto il mito diffuso dai suoi fan circa la “nostalgia” che il paese avrebbe per lui, comprensibilmente l’ex premier si è tirato indietro. L’ha fatto con la più ridicola delle motivazioni, quella di avere tanto da fare nella riorganizzazione di M5S, cosa davvero poco credibile.

Ma queste sarebbero alla fine questioni che interessano solo il capo politico dei traballanti Cinque Stelle, mentre invece la questione di fondo è lo smacco che subisce la strategia della dirigenza del PD, fra il resto proprio in una fase in cui invece i sondaggi darebbero il consenso a quel partito in ripresa. Offrire una candidatura più che precaria a colui che in battaglie prossime sarà la guida di un alleato numericamente determinante, sebbene in costante declino di consensi, non si vede a cosa poteva servire, se non a rendere ancor più evidente la debolezza di questa partnership.

Ovviamente chiunque abbia imparato alle elementari a fare le somme, tanto per dirla con le parole di Romano Prodi, si rende conto che qualsiasi ipotesi di vittoria in una competizione bipolare non può prescindere per il PD da una alleanza con M5S. Bene o male il centrodestra conta al momento più o meno sul 40% circa dei suffragi ipotetici, il partito di Letta sta intorno al 20% e quel 20% che gli manca per almeno pareggiare non può certo raccoglierlo grazie da una nebulosa area centrista che non si sa bene né cosa sia, né da chi sia poi guidata.

Questo però non basta a concentrare tutto sulla santificazione dei Cinque Stelle come alleato imprescindibile e per questo centrale. Al Nazareno dovrebbero rendersi conto che quelle possono essere al massimo truppe di supporto, che per di più portano in dote più problemi che risorse. La pretesa dei pentastellati di avere il coltello dalla parte del manico grazie alla matematica elettorale, prescinde dalle complessità delle lotte nei collegi, che fra il resto sono configurati in una maniera a dir poco cervellotica proprio per la resa del PD a suo tempo alle bizzarrie delle riforme grilline.

Per di più si arriverà alle elezioni probabilmente in condizioni piuttosto particolari, cioè col paese che potrebbe trovarsi in buone condizioni grazie ad un governo molto “tecnico” a cui i partiti hanno creato più problemi che opportunità. Il gruppo dirigente del Nazareno dovrebbe dunque evitare di apparire succube di un gruppo politico che non ha dato gran prova di sé (per essere magnanimi nel giudizio) e puntare decisamente ad allargare il proprio consenso evidenziando la sua differenza rispetto ad un’epoca di cui non c’è un ricordo felice (e durante la quale non è che abbia fatto cose mirabili).

La storiella del “campo largo” è un banale retaggio di vecchie tattiche del PCI, quando doveva superare le preclusioni che gli derivavano da certi suoi legami internazionali. Erano tempi in cui la mobilità tra i vari “mondi politici” era ridotta, per cui si potevano fare solo “compromessi” più o meno storici con altri partiti allora ben strutturati. Lasci dunque quei retaggi ai sopravvissuti di quel mondo e si convinca che oggi il quadro è profondamente cambiato e tenerne conto sarebbe davvero rivoluzionario.