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24 febbraio 2024
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La corrosione del modello italiano

Ugo Rossi * - 15.11.2014
Sanità italiana

I temi dell’inviluppo e della degenerazione del modello italiano sono da sempre sotto l’attenzione dei media e appartengono al dibattito usuale di politici, giornalisti e opinione pubblica. In fondo, la sintesi del ragionamento, spesso implicito, è che il modello sarebbe del tutto perfetto, se non vi fossero elementi distorsivi, se la patologia in alcuni momenti e circostanze non sopravanzasse sulla fisiologia, se l’elemento soggettivo fosse adeguato alle circostanze. Se così fosse, cioè se la crisi del modello fosse da attribuire solo alla sua infedele realizzazione, allora ne deriverebbero conseguenze politiche molto chiare e nette; ma se accanto a questo insieme di fattori ce ne fossero altri, più oggettivi, indipendenti dalle nostre volontà, o meglio dalle volontà delle classi dirigenti, allora la cosa si farebbe naturalmente meno ovvia e più complicata.

Vediamo quali fattori hanno portato alla crisi del modello. A partire dagli anni ’70, e sempre maggiormente nei decenni successivi, alcune grandi conquiste italiane in tema di benessere hanno cominciato a tradursi in macchine burocratiche inarrestabili, elefantiache, costose, che sono andate via via perdendo il senso del loro esistere.

La macchina pubblica, scuola compresa, da organizzazione concepita per servire i cittadini, si è trasformata nel luogo più facile e diretto per creare occupazione quale che sia, spesso senza reali necessità e senza un miglioramento visibile della qualità dei servizi erogati. L’espansione delle università in ogni parte del Paese si è trasformata in un apparato che risponde più alle ansie, o alle comodità degli utenti che alle esigenze di far crescere un sistema efficiente ed efficace di produzione di alta cultura e di ricerca. Così, oggi, le nostre università si trovano nelle posizioni più basse dei rating internazionali, con sempre più ragazze e ragazzi che vanno all’estero per trovare l’eccellenza.

La sanità, da sacrosanta conquista per garantire sicurezza e assistenza a tutti, in alcune regioni si è trasformata nel luogo principale del cattivo governo, della corruzione e dell’inefficienza. E così per altri servizi pubblici, per la superfetazione di progetti, agenzie, strutture pubbliche, il cui senso del fare è piuttosto difficile da identificare e ancor più da misurare.

La struttura familiare, che appartiene all’identità stessa di ogni italiano, nella politica e nelle istituzioni si è spesso trasformata in familismo, distorcendo il senso stesso del “bene comune” che dovrebbe conformarle.

L’incremento della spesa pubblica ha nutrito il passaggio del welfare, da organizzazione del cui beneficio ogni cittadino poteva personalmente e direttamente rendersi conto, a una terra di nessuno, dove convivono eroi (coloro che a fronte di uno stipendio mai esaltante si impegnano nel loro lavoro e cercano di dargli il senso più alto) e approfittatori (quelli che sfruttano a proprio beneficio le finanze pubbliche e ogni crepa o possibilità in cui il sistema offre loro di infilarsi).

Certo non era il nostro sogno collettivo quello di costruire un sistema burocratico così irrispettoso dei cittadini che lo finanziano, ma non lo si può solo cancellare, così come è velleitario eliminare le disfunzioni senza riprogettare i nostri assetti funzionali e i nostri comportamenti. In altri termini tamponare o riaggiustare è un’operazione non solo faticosa e logorante, ma anche nei fatti inutile e improduttiva. Lo sforzo che dobbiamo saper compiere è quello di andare oltre i problemi contingenti e le emergenze di giornata per ripensare il nostro modo di essere comunità e di perseguire il bene comune. Dobbiamo andare oltre la superfetazione degli apparati pubblici, la declinazione “amorale” del familismo, la lottizzazione politica esasperata, la perdita di senso di molte strutture pubbliche per ridare fiato al nostro modello di convivenza. E’ velleità? E’ solo un’inutile illusione? No, se non perdiamo la speranza di potercela fare.

È questo un dato di coscienza che non deve tradursi in un inutile rimpianto per le occasioni perdute, ma diventare il punto d’appoggio per immaginare diversamente il nostro futuro.

 

 

 

* Presidente della Provincia Autonoma di Trento