Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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La Cina, Trump e l’Asia dopo le elezioni americane.

Aurelio Insisa * - 16.11.2016
Edwin Feulner e Tsai Ing-wen

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane del 9 novembre apre un periodo di incertezza e instabilità in politica internazionale. Mentre in Europa l’obiettivo rimane puntato sul rischio di un possibile disimpegno americano dalla NATO e le conseguenze di un inedito riavvicinamento con la Russia di Putin, in Asia si riflette sia sulla concreta possibilità di una guerra commerciale tra Pechino e Washington, che sulle conseguenze di una rinegoziazione delle alleanze con la Corea del Sud e il Giappone. Tuttavia, è necessario rimarcare che queste speculazioni si basano esclusivamente sulle vaghe e a volte contraddittorie posizioni prese dal neo presidente eletto durante una campagna elettorale contraddistinta da toni parossistici. A parere di chi scrive, le posizioni di carattere “isolazionista” espresse da Trump durante la campagna elettorale hanno avuto principalmente la funzione di rafforzare la narrazione anti-establishment e anti-globalizzazione del candidato, ma non sono indicative della politica estera della sua futura amministrazione. Al contrario, la volontà di antagonizzare l’esistente status quo nelle relazioni economiche sino-americane appare come una naturale prosecuzione delle proposte trumpiane in materia economica.

Nei giorni immediatamente successivi alle elezioni presidenziali è subito emersa una divergenza di approccio tra Europa ed Asia alla vittoria di Trump. Mentre nel vecchio continente si sono registrati i toni cauti (se non freddi) di Hollande, Merkel e Juncker, Seul e Tokyo sono state particolarmente reattive nello stabilire contatti con il presidente eletto. L’amministrazione Abe in particolare si è mossa in netto anticipo, ed il primo ministro giapponese incontrerà Trump a New York giovedì 17 novembre con l’obiettivo di rinsaldare l’alleanza tra i due paesi. Le possibilità che l’amministrazione Trump confermi i suoi impegni ed il corrente sistema di alleanze nella regione è quindi tutt’altro che remota. La quasi certa presenza di esponenti dell’establishment repubblicano nei settori dell’amministrazione devoti alla creazione di una Asia policy trumpiana, così come l’incontro svoltosi a Taipei tra Edwin Feulner (consigliere di Trump in materia di politica estera) e la presidente della Repubblica di Cina Tsai Ing-wen il giorno successivo alle elezioni, rafforzano questa impressione. Seul, Tokyo e Taipei probabilmente potranno continuare a contare sulla protezione fornita dall’ombrello nucleare americano.

 

Le ipotesi degli esperti cinesi sull’Asia Policy di Trump

 

Le immediate reazioni cinesi all’inaspettata vittoria del candidato repubblicano sono state ampiamente riportate dai media internazionali. Il presidente Xi Jinping, nella sua telefonata di congratulazioni con Trump, ha reiterato l’importanza del mantenere una dinamica di mutui benefici nelle relazioni tra i due paesi. Più interessante è stata la dichiarazione del portavoce del Ministero degli Affari Esteri Lu Kang, che ha rimarcato la necessità di continuare a risolvere “responsabilmente” le dispute in materia di commercio internazionale, tradendo la preoccupazione di Pechino per il rischio di una guerra commerciale. La seconda parte di questo articolo offre quindi una selezione rappresentativa dei commenti presenti nei maggiori media cinesi (in lingua cinese) nei giorni successivi all’elezione americana, allo scopo di ampliare la comprensione dell’impatto della vittoria di Trump in Cina.

Il Quotidiano del Popolo, organo del Partito Comunista Cinese, ha riportato ampi stralci di un’intervista a Yuan Zheng, esperto di relazioni sino-americane presso la Accademia Cinese delle Scienze Sociali. Yuan ha prospettato, oltre ad una corsa al riarmo, un atteggiamento americano più aggressivo in questioni quali il nucleare nordcoreano e le dispute territoriali nel Mare della Cina Meridionale. Un altro quotidiano del Partito, il Global Times, ha pubblicato invece un editoriale dell’esperto di studi strategici Gu Shangwen. Lo studioso ipotizza che l’annullamento dei tagli automatici al budget delle forze armate americane sotto Trump avrà un impatto immediato per la Cina, e risulterà nell’acquisizione di nuovi caccia F35-C, aerei di ricognizione P8-A e missili Tomahawk, ma soprattutto consegnerà nuovi fondi per lo sviluppo di caccia di sesta generazione. Nelle parole di Gu “queste armi e questi sistemi d’arma pongono una serie minaccia alla sicurezza nazionale cinese”. Scommettendo sulla capacità di Trump di mitigare i timori coreani e giapponesi, Gu suggerisce uno speculare ed immediato aumento “a due cifre” della spesa militare cinese allo scopo di evitare le conseguenze di una nuova politica di contenimento americana. Sempre sul Global Times, Jia Qingguo, vicedirettore del Centro di Studi Americani dell’Università di Pechino, ha enfatizzato il ruolo cruciale dell’interdipendenza economica tra USA e Cina per il mantenimento dell’ordine internazionale ed il benessere dei due paesi, echeggiando il monito contro le tentazioni antagoniste ed isolazionista dell’amministrazione Trump lanciato da Lu Kang. Un parere maggiormente ottimista è stato invece espresso da Sun Chenghao, dell’Istituto Cinese di Relazioni Internazionali Contemporanee, in un editoriale per il China Daily, per il quale la politica estera sarà “il ventre molle” di una presidenza Trump che darà assoluta la priorità agli affari domestici.

L’editoriale del China Daily echeggia un articolo pubblicato la scorsa settimana della rivista americana Foreign Policy dal titolo “La Cina ha vinto le elezioni”. Secondo questa visione, la vittoria del candidato repubblicano potrebbe offrire a Pechino un’occasione irripetibile per affermare la propria supremazia politica, economica e militare in Asia Orientale e, a livello globale, riempire il vuoto istituzionale lasciato dall’isolazionismo dell’America trumpiana. La risposta della maggioranza degli opinionisti sui maggiori media cinesi ai tremori politici che sconvolgono l’Occidente appare tuttavia sobria e scevra di trionfalismi. A parere di chi scrive, questo tono riflette le supposizioni della leadership cinese precedenti alle elezioni. Pechino riteneva di essere in grado di poter continuare ad avanzare i propri interessi territoriali ed economici a livello regionale durante una presidenza Clinton così come aveva fatto durante la presidenza Obama, specialmente dopo che la Clinton aveva promesso di abbandonare l’Accordo di Partenariato Trans-Pacifico. In altre parole, Pechino aveva scommesso sull’inefficacia del pivot to Asia obamiano anche sotto la nuova presidenza democratica. Se da un lato la vittoria di Trump sembra confermare la narrazione di un “declino americano”, dall’altro essa apre scenari inediti e poco promettenti per la Cina, almeno nel breve-medio periodo. Come il resto del mondo, Pechino attende quindi con ansia l’inizio del nuovo reality show con “The Donald” come protagonista assoluto.

 

 

 

 

* Dottorando presso il Dipartimento di Storia della University of Hong Kong