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01 agosto 2020
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It’s the economy, stupid

Nicola Melloni * - 16.11.2016
Bill Clinton - It's the economy, stupid

In fondo a Hillary e ai suoi strapagati consiglieri sarebbe bastato ascoltare Bill, quando spiegava come si vincono le elezioni: “it’s the economy, stupid”. Invece per anni, e per ore l’altra sera sulla CNN, abbiamo sentito parlare di demografia, di millennials, di latinos. Ai politologi, soprattutto quelli americani, piace avere sempre nuove teorie che dovrebbero spiegare i cambiamenti politici – e i risultati elettorali – per i prossimi decenni. Prima doveva essere la religione (o il bigottismo) che aveva creato la valanga rossa di Bush – e che avrebbe dovuto trasformare stabilmente gli Stati Uniti in un paese repubblicano. Poi è arrivato Obama, ed ecco che le tendenze demografiche sono diventate la nuova chiave di volta del voto: in un paese sempre più multiculturale, i Repubblicani, aggrappati al voto bianco, era destinati a sparire. Ora che ha vinto Trump, quel paese multiculturale è diventato razzista.

 

La verità è che questi aspetti ovviamente hanno un certo peso – la religione, l’immigrazione e il razzismo. Ma sono ben lontani dal dare spiegazioni esaustive delle dinamiche politiche – e questo è ancora più vero nel mondo post-crisi. Un mondo che la politica tradizionale – e i sondaggisti, ancora legati a schemi statistici che non tengono in conto rabbia e disperazione – fa fatica a capire.

Nell’ansia di voler trovare nuovi trend a tutti i costi, la vittoria di Obama, per esempio, era stata spiegata con la mobilitazione della popolazione di colore e la creazione di una nuova coalizione “arcobaleno”, dimenticando che Barack aveva, anche e soprattutto, costruito la sua candidatura sul sogno di un nuovo patto sociale rappresentato dalla riforma sanitaria.

Otto anni dopo la crisi è tutt’altro che passata e le promesse di una nuova America sono via via impallidite. I dati, che in pochi vogliono guardare, sono però esplicativi: disoccupazione ufficiale bassa ma effettiva ancora a livelli scandalosi; aumento delle diseguaglianze; politiche pubbliche che hanno beneficiato Wall Street e non Main Street; addirittura un aumento vertiginoso dell’utilizzo dei food stamps.

In questo scenario, la Clinton – insieme alla maggioranza degli opinionisti – ha snobbato quasi completamente l’argomento economia. Nel Partito Democratico ci aveva provato solo Sanders (che, appunto, avrebbe pescato nello stesso bacino di Trump con ampie chance di vincere). Commentatori e giornalisti lo avevano ridicolizzato considerando fondamentalmente inutile il voto dei lavoratori bianchi – l’oligarchia democratica lo ha osteggiato con tutti i mezzi possibili e Hillary ha deciso scientemente di ignorare quella metà del partito che aveva votato Bernie per scegliersi un candidato conservatore come Vice Presidente. Solo Michael Moore sembrava aver capito la centralità dell’America industriale.

 

Così si è lasciata l’economia nelle mani di Trump. Che con astuzia e ottimo fiuto politico è addirittura andato a riesumare lo scontro di classe, la variabile non poi così tanto imprevedibile che si era voluto cancellare. Ha promesso ai lavoratori del Mid-West un attacco senza precedenti alle imprese che de-localizzano oltre confine. Ha fatto della riscrittura dei trattati di commercio il punto centrale della sua campagna, mentre l’establishment democratico continuava a vagheggiare di TTIP.

E, certo, ha soffiato sul fuoco della rabbia sociale con le parole d’ordine classiche della destra populista, tuonando contro lo straniero che ruba il lavoro, puntando sulla guerra tra poveri. Risposte orribili ma pur sempre risposte a problemi e bisogni reali che la Clinton e i democratici nel loro complesso (ma più in generale la sinistra nell’intero mondo occidentale) hanno sottovalutato, quando non proprio contribuito a creare. Dimenticandosi che in fondo, it’s the economy, stupid!

 

 

 

 

* DPhil, Visiting Fellow, Munk School of Global Affairs, University of Toronto