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01 agosto 2020
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Fine di un’alleanza?

Bernardo Settembrini * - 16.11.2016
De Caprariis - Storia di un'alleanza

Preso dalla nostalgia, ho recuperato ieri un vecchio numero della rivista «Limes» del 1993, che molto mi colpì alla sua uscita. La rivista pubblicò infatti, con una bella introduzione di Sergio Romano e con il significativo titolo Aprile 1949: l’isolazionismo rovesciato, il verbale inedito della riunione del 3 aprile ‘49 tra il presidente Truman e i ministri degli esteri dei paesi che avevano appena firmato il Patto atlantico (per l’Italia c’era Carlo Sforza). E’ un testo che colpisce per la chiarezza con cui delinea la strategia postbellica USA: rispondere alla sfida globale del comunismo sovietico non con la messa al bando dei partiti comunisti occidentali o con altre misure illiberali ma con l’impegno USA nella società internazionale e nella ricostruzione europea, con le riforme sociali ed economiche, con la ricostruzione tedesca nel quadro della progressiva integrazione europea, con l’abbandono da parte delle potenze europee di politiche repressive nelle colonie.

I presupposti culturali e politici di questa grande politica furono ben delineati nel 1958 in un bel saggio di Vittorio De Caprariis, Storia di un’alleanza. Genesi e significato del Patto Atlantico, oggi quasi dimenticato (ma ripubblicato nel 2006 da Gangemi a cura di Giuseppe Buttà e Eugenio Capozzi). Il saggio sottolinea infatti come, dopo l’esperienza tragica per USA della grande depressione, Franklin Delano Roosevelt, con realismo e pragmatismo, fosse riuscito a portare a maturazione quel processo di superamento dell’isolazionismo USA che Wilson aveva lasciato molto acerbo, e frammisto ad altri motivi come il “messianismo” e la fede nell’”eccezionalismo” statunitense.

È tutto questo mondo che rischia ora di finire con l’elezione di Donald Trump. Scrivo “rischia” perché ovviamente la speranza è che il presidente si riveli migliore del candidato. Anche osservatori ben lontani, come credo sia giusto essere, da ogni conformismo politicamente corretto, sono concordi nel valutare il personaggio come privo di qualsiasi idea, di qualsiasi cultura politica e, perfino, di qualsiasi spessore umano, anche se ovviamente dotato di intuito. Un intuito che potrebbe quindi spingerlo, anche se sembra difficile al momento immaginarlo, a circondarsi di consiglieri dotati di razionalità politica. Se invece Trump sarà lasciato ai suoi istinti, assisteremo a un’accentuazione e un involgarimento dell’isolazionismo che già ha caratterizzato, purtroppo, la presidenza Obama. Le sue dichiarazioni di politica estera in campagna elettorale lo testimoniano: lo scetticismo sugli impegni NATO; la contrarietà ad interventi di “polizia internazionale” e le critiche alle operazioni in corso per la liberazione di Mosul; il protezionismo e l’abbandono dei trattati commerciali; le dichiarazioni filorusse e la simpatia per Putin. Si tratterebbe insomma della presidenza più isolazionista dagli anni Venti del Novecento e il mondo sarebbe un posto migliore solo per i Putin, gli Erdogan, gli Xi-Jinping e gli Assad.

Che poi Trump sia il sintomo della malattia e non la sua causa è pure riflessione che andrà fatta ed approfondita. E nel fare questo sarà necessario riflettere su quel peccato di hybris che i sostenitori della società aperta commisero negli anni Novanta, negli anni della presidenza Clinton, forgiando un tipo di globalizzazione alle origini dell’attuale drammatico indebolimento dei ceti medi nelle società occidentali. Furono anni felici in cui con troppo ottimismo si credette in una pacifica e quasi automatica universalizzazione del modello democratico-liberale (un’eccezione fu il Dahrendorf di Quadrare il cerchio).

A difendere i valori della civiltà atlantica descritti da De Caprariis concorse negli anni Cinquanta il Congress for cultural freedom, con personalità come Arthur Koestler, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte. Si trattò di uno sforzo transnazionale che occorrerebbe oggi riprendere.                                                                                                                   

 

 

 

* Bernardo Settembrini è uno studioso di storia contemporanea.