Ultimo Aggiornamento:
18 novembre 2017
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La centralità della scuola nella mobilità sociale

Ugo Rossi * - 05.03.2015

La mobilità sociale è un motore che deve funzionare non solo quando le società sono “ricche”, ma anche quando sono “povere”. Senza la possibilità, la speranza e l’opportunità della promozione sociale, una collettività muore interiormente. E oggi l’Italia, accanto a una crisi generalizzata, testimoniata dalla caduta della ricchezza reale, è bloccata anche nella mobilità sociale. Sempre più gli avvocati sono figli di avvocati, gli architetti di architetti, i farmacisti di farmacisti, e sempre più i figli rimangono, nel bene e nel male, nell’alveo tracciato dalla famiglia. Questa situazione, di conseguenza, non crea difficoltà per chi si colloca nelle fasce più alte, mentre è problematica per chi sta in quelle medie e medio-basse.

Il concetto di mobilità sociale è molto diverso da quello di ugualitarismo sociale. Non si può affermare di essere tutti uguali, se uguali non siamo: è un tratto di “natura” innegabile. Ciò che conta è garantire l’eguaglianza delle opportunità. Ogni persona deve avere la possibilità di esprimere al meglio le proprie capacità, senza vincoli o barriere che derivino dal suo status sociale o economico. Quindi, non uguaglianza dei punti d’arrivo, ma dei punti di partenza, di quelle che nel linguaggio corrente sono definite come “pari opportunità”. Un concetto ormai consolidato nel nostro modo di vedere e di pensare, ma che nei fatti non garantisce che ciascuno abbia la possibilità, tramite i propri talenti, le proprie competenze e motivazioni, di arrivare a un miglioramento concreto e soddisfacente della propria condizione.

E’ evidente che molti dei fattori che concorrono a queste difficoltà sono legati all’andamento dell’economia, alla crescita della ricchezza prodotta, alla possibilità di allargare le opportunità di mercato. Tuttavia, accanto a questo ci sono altri fattori, meno dipendenti dalle “congiunture” più o meno favorevoli. Il riferimento è in primo luogo alla qualità del capitale umano, che può essere promosso in particolare attraverso la scuola. Bisogna puntare su un’istruzione di qualità e attenta alle nuove esigenze della realtà di oggi. È dalla scuola che possono arrivare le soluzioni di lungo periodo; è nella scuola che deve prendere forma e sostanza la meritocrazia, la primazia del merito.

Un tempo il richiamo al merito era guardato con sospetto, giacché le classi disagiate difficilmente potevano accedere ai livelli più alti di istruzione e quindi avere più change per raggiungere posizioni di comando e di responsabilità.

Oggi non è più così. L’accesso all’istruzione, anche ai livelli più elevati, è un’opportunità aperta a molti. Il problema è che la scuola non trasmette le competenze indispensabili per affrontare una “vita attiva” sempre più esigente e competitiva. Non è quindi un caso che un numero crescente di giovani scelga di studiare e di laurearsi all’estero, dove le competenze acquisibili appaiono più solide ed accreditate.

Tutto questo mentre viviamo nel pieno della “società della conoscenza”, dove l’istruzione è al primo posto tra le priorità dello sviluppo. La possibilità di raggiungere buoni o alti livelli di istruzione deve quindi essere un’opportunità da garantire a tutti, senza dover ricorrere ad impegnative, e costose, “trasferte” all’estero. Una possibilità che non può essere garantita con logiche del tipo “tutti promossi”, ma ripristinando un serio e appropriato riconoscimento del merito.

Il problema è che la selezione di merito non la fa la scuola, da dove formalmente tutti escono uguali, con la stessa virtuale preparazione. La selezione viene posposta a ciò che accade nella società, nel mercato del lavoro, ed è lì che la discriminazione evitata a scuola si ripropone forse ancora più dura.

Per queste ragioni occorre puntare oggi sulla scuola e sulla sua capacità di generare, in un contesto di pari opportunità, la dimensione del merito. Un concetto di merito che non sia solo sinonimo di competenza, di disponibilità di strumenti tecnici, ma che ricomprenda anche l’impegno, il sacrificio, l’applicazione. Il merito non deve più essere un’eredità da gestire, ma una strada per conquistare qualità e opportunità di crescita. Poi rimangono le condizioni di contesto, favorevoli o, come è nella fase attuale, molto difficili. Tuttavia è evidente che un capitale umano più preparato, motivato e non prerogativa di pochi privilegiati, indipendentemente dalle condizioni di contesto sia una concausa importante della ripresa di mobilità sociale. Una ripresa di cui oggi c’è bisogno per dare alle nuove generazioni maggiori certezze nel presente e maggiori speranze nel futuro: è la vera sfida che la scuola italiana deve saper accettare e vincere.

 

 

 

 

* Presidente della Provincia Autonoma di Trento