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18 settembre 2019
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La battaglia di Roma

Luca Tentoni - 07.05.2016
Silvio Berlusconi ed Alfio Marchini

La decisione di Berlusconi di sostenere, alle comunali romane, il candidato centrista Alfio Marchini anzichè la candidata di FdI e Lega Giorgia Meloni, è la prova che nel centrodestra è in corso una resa dei conti. Si tratta di un appuntamento rinviato troppo a lungo e ormai necessario, perchè nulla esclude con certezza che si possa tornare ad elezioni politiche (anticipate) già nella primavera del 2017. Col vecchio "Porcellum" (il sistema elettorale utilizzato per eleggere i parlamentari nel 2006, 2008 e 2013) bisognava formare una coalizione per sperare di aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera. Tre anni fa l'alleanza fra Pdl, Lega e destra si fece: anche se il centrodestra era in fase calante, Berlusconi mancò per poco il sorpasso nei confronti del centrosinistra di Bersani (pur restando sotto quota 30%, tuttavia). Il partito del Cavaliere e il Carroccio attraversavano una fase critica, che per Berlusconi si è aggravata mentre per la Lega si è mutata in una contingenza positiva: il nuovo leader Salvini, infatti, ha riportato il suo partito verso percentuali di rilievo. Da una situazione nella quale la leadership di Berlusconi e il peso elettorale della componente vicina al PPE era preponderante rispetto alla destra si è passati ad una fase di debolezza reciprioca (2012-2013) delle due "anime" della coalizione e, infine, alla situazione attuale. Oggi la componente dell'ex Cdl che a Roma si riunisce intorno a Marchini parte da una base elettorale che alle ultime europee era intorno al 17% in città e al 21% nazionale (FI-Ncd-Udc), contro il 7% ottenuto da Lega-FdI nella Capitale (9,9% nazionale). In teoria, se ci fossero le condizioni politiche per un'intesa coalizionale, l'anima "popolare" del centrodestra e quella "lepenista" potrebbero contare su un 24% a Roma e un 31% nazionale (europee 2014) che però, secondo i sondaggi, potrebbe arrivare oltre, al 32-34%. In realtà, a Roma Marchini e Meloni resteranno in campo mentre, su scala più ampia, la scelta finale sarà fra il centrodestra "classico" guidato (anche non personalmente, ma comunque dominato) da Berlusconi e una coalizione a trazione leghista e di destra, nella quale gli "azzurri" avrebbero un ruolo marginale e quasi "servente". Nella fase politica nella quale ci troviamo, Pd e M5S possono giovarsi delle divisioni nell'ex Cdl. A Roma, perchè c'è il rischio che nessuno dei due candidati di centrodestra vada al ballottaggio e a livello nazionale perchè l'Italicum premia una sola lista: se per Berlusconi e Salvini è difficile trovare un accordo per le comunali ed è quasi impossibile costituire una coalizione per le politiche, si può ben immaginare che il "listone" comune per la Camera dei deputati è ad oggi una pura utopia. Non si arriverà facilmente ad un'intesa nel centrodestra; è più facile che si vada alla conta, soprattutto per stabilire se i rapporti di forza dell'ultimo appuntamento elettorale importante (le europee del 2014) sono ancora validi o se, invece, la destra prevale - sia pur di poco - sulla componente che in Europa si riconduce al PPE. Il terreno migliore per una gara senza esclusione di colpi è Roma. Più a sud, la Lega non ha molta forza e la destra di FdI non riesce a contrastare i centristi. Più a nord, invece, il Carroccio sembra aver preso un vantaggio cospicuo sugli "azzurri". La Capitale è tradizionalmente una città generosa verso la destra: alle comunali del 1993, quando Berlusconi disse che se fosse stato romano avrebbe votato Fini (dando così il via alla stagione ventennale della Cdl) il Msi ebbe il 31%. Il risultato fu il frutto del crollo della Dc e dei liberali (cioè dell’area popolare-liberale che poi Berlusconi avrebbe voluto “incarnare”), ma va ricordato che monarchici, missini e altri di destra avevano comunque sempre avuto numerosi consensi. Nel 1946, alle comunali, la Dc e il Pli ebbero il 25,3% contro il 27,7% di qualunquisti e monarchici; nel 1952 (sempre alle comunali, come in tutti gli esempi che seguono) il risultato fu di 35,5% per la Dc e il Pli contro il 19,7% di Uq-Pnm-Msi; nel 1956, Dc-Pli 36,4%, Pnm-Pmp-Msi 20,9%; nel 1960, Dc-Pli 38%, Msi-Pdium 17,9%; nel 1962, Dc-Pli 37,5%, Msi-Pdium 18,6%; nel 1966, Dc-Pli 41,4%, Msi-Pdium 11,6%; nel 1971, Dc-Pli 32,2%, Msi-Pdium 17,4%; nel 1976, Dc-Pli 34,8%, Msi 10,6%; nel 1981 Dc-Pli 32,6%, Msi 8,7%; nel 1985 Dc-Pli 35,6%, Msi 9,3%; nel 1989, infine, Dc-Pli 33,8%, Msi 6,9%. Quel 41-44% dei voti democristiani, liberali e missini del periodo 1976-'89 non è poi troppo distante dal 44% ottenuto da Msi, Dc e Unione di centro nel 1993 a Roma (47% complessivo per i candidati Fini e Caruso). In altre parole, nella Capitale il confronto fra i centristi moderati (Pli e Dc prima, Udc e Forza Italia poi) e la destra è sempre stato un elemento importante della competizione. I democristiani, a Roma, erano dominanti sul piano numerico ma non riuscivano sempre a fare come sul piano nazionale: servirsi, cioè, del voto missino e di destra in casi di emergenza (come la mobilitazione del 1976 contro il sorpasso del Pci, che vide la Dc resistere grazie al "ritorno a casa" di molti voti persi a destra nel biennio 1971-'72). Nella Capitale, infatti, la destra riusciva non di rado a erodere elettorato "di confine" con la Dc e il Pli. Durante la Seconda Repubblica, questo confronto fra centro moderato e destra si è svolto talvolta, a Roma, su un piano di quasi parità: alle europee del 1994, FI e alleati centristi hanno avuto il 24,5% dei voti contro il 25,3% di An e altri di destra. Forza Italia ha sofferto molto, nei primi anni, la difficoltà di radicarsi sul territorio, soprattutto alle comunali 1997 (25,9% della destra contro il 13,8% di "azzurri" e CCD), ma molto meno in elezioni nazionali come le europee del 1999 (25,2% a 20,7% per la destra) e persino alle comunali, nel 2001 (22,3% destra, 25,1% FI-Ccd-Cdu-altri). Così, si è avuto equilibrio alle europee 2004 (20,4% destra, 19,6% azzurri e altri), alle politiche 2006 (21,2% a 24,8%) e alle comunali dello stesso anno (20% contro 15,1%). L'unificazione di An e FI nel Pdl ha reso impossibile, nel periodo fra il 2008 e il 2013, quantificare la forza delle due anime della vecchia Cdl. Ma alle europee del 2014 si è avuto di nuovo un primo risultato “disaggregato” (6,74% per Lega e FdI contro il 17,14% di FI e Ncd-Udc). Nel frattempo, tuttavia, il contesto politico è cambiato: al posto della "destra che andava verso il centro", quella di Fini, ce n'è una che se ne allontana in modo molto marcato. A ben vedere ci sono divaricazioni e differenze persino all'interno delle due "anime": pur essendo entrambi all'opposizione di tutti i governi e dell'euro dal 2011, Meloni e Salvini hanno però concezioni non perfettamente coincidenti (oltre a storie politiche molto diverse); sul fronte "del PPE", c'è una certa distanza fra chi è ora al governo con Renzi (Udc-Ncd) e voterebbe sì al referendum costituzionale e chi, invece, è all'opposizione e si schiererebbe per il no (Forza Italia). Oltre a euro e governo, il discrimine è dunque sulla posizione circa le riforme istituzionali: gli "azzurri" hanno fatto parte della "coalizione ampia" che ha - per un certo periodo, durante i mesi del "patto del Nazareno" - sostenuto il progetto di revisione costituzionale voluto dal Pd. Oggi, il "centro popolare" (vicino al PPE della Merkel e dei conservatori britannici) è dato dai sondaggi intorno al 14-15% nazionale (secondo l'Emg, Forza Italia è circa al 12%, Ncd-Udc al 3%; per Ixè FI avrebbe l'11%, Ncd-Udc il 3,4%) mentre la "destra lepenista" (vicina alle destre europee e, per quanto riguarda la Lega, anche al candidato repubblicano statunitense Donald Trump) è quotata intorno al 18-20% (15% Lega e 4,5% FdI-An per Emg, 15% Lega e 3,6% FdI-An per Ixè). In pratica, la partita si gioca per pochi punti percentuali a livello nazionale e forse anche nel comune di Roma. A Milano la coalizione è coesa perchè ci sono equilibri locali da rispettare, anche regionali, ma certamente sarà interessante vedere se il Carroccio riuscirà ad avere la meglio su FI in una città che spesso è stata molto più favorevole agli "azzurri" che ai leghisti. A Napoli, invece, c'è solo Forza Italia o poco più: la destra ha un peso minore rispetto a Roma. Ecco perchè - se c'era bisogno di uno "strappo" e di un confronto diretto, di una sfida che anticipasse la lotta per la conquista dell'intero centrodestra - non esisteva posto migliore della Capitale. Se uno fra Marchini e Meloni andrà al ballottaggio, sarà interessante studiare quanti dei voti dell'avversario escluso andranno al restante "campione" del centrodestra. Il fossato fra le due "anime", infatti, è sempre più ampio, senza contare la concorrenza: per i "popolari", il "partito della Nazione" di Renzi; per la destra anti-euro, il M5S. Oltre a lottare fra loro per il predominio, insomma, le due anime del centrodestra dovranno evitare di farsi logorare e stringere nella morsa Pd-M5S. Democratici e Cinquestelle, infatti, sembrano prepararsi ad essere i protagonisti del ballottaggio con l'Italicum del 2018 (o, più probabilmente, del 2017) e hanno tutto l'interesse a indebolire e mantenere divisa un'area, quella di centrodestra, che se unita sarebbe potenzialmente competitiva, dunque "pericolosa" per loro.