Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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L’autunno delle scadenze

Paolo Pombeni - 08.09.2015
Sinistra dem

Siamo alla ripresa autunnale e ci si aspetta che i nodi vengano al pettine. Illudersi che una polemica sull’assistenza ai migranti possa cancellare i due nodi che incombono è vano: Salvini dovrebbe tenere conto che la svolta della Merkel (e dell’Austria) ha mutato la geografia dei sentimenti istintivi della gente, perché l’esempio tedesco pesa sull’opinione pubblica non pregiudizialmente orientata agli egoismi (esiste ovviamente anche quella, ma, per ora, è lontana dall’essere maggioritaria). Renzi dunque su questo terreno vince facile, anche perché lì le opposizioni interne al suo partito non trovano spazio.

Tuttavia, come si diceva, i nodi sono altri, perché l’andamento del fenomeno migratorio non dipende da noi e la spaccatura interna all’Unione Europea rafforza al momento la posizione dell’Italia. La prima questione è la riforma del Senato, non per il suo contenuto, ma per la portata simbolica che ha assunto. La cosiddetta sinistra dem non intende demordere (e del resto con lo spazio mediatico che ottiene grazie a queste impuntature, perché dovrebbe?) e le opposizioni esterne non possono far la figura dei soccorritori di un Renzi che non ha alcuna intenzione di riconoscere dei debiti nei loro confronti.

La maggior parte degli osservatori scommette che si tratti di una sceneggiata che non si concluderà con una crisi della legislatura: si pensa che quelli interessati ad una soluzione così traumatica non siano in numero sufficiente per raggiungere l’obiettivo. Può darsi sia così, ma una vittoria risicata del governo grazie a qualche soccorso esterno, magari anche un po’ ambiguo (assenze programmate di qualche esponente dell’opposizione), non sarebbe tale da dar a Renzi quella forza di cui ha bisogno per sciogliere il nodo numero due, cioè il documento e poi la legge di bilancio.

Qui la questione essenziale è che per usare l’arma estrema che si pensa rimetta in moto l’economia, cioè interventi di riduzione delle tasse e sostegno alle imprese, Renzi ha bisogno di un via libero europeo, ma non solo: gli serve un clima di fiducia nella durata della sua leadership. Non sarà infatti sfuggito agli osservatori più attenti che il presidente di Confindustria Squinzi ha detto che se si vuole che la nuova legislazione sul lavoro dia i frutti sperati, bisogna renderla permanente. Certo si può pensare che si tratti del tentativo di portare a casa un vantaggio più grande, ma sarebbe banale ridurla a così poco. Il ragionamento è più sottile: poiché per le imprese assumere significa rischiare nell’espandersi, come lo si può fare se vi vive nell’incertezza su quanto durerà il sostegno a questa espansione? (e che ci sia una ripresa economica senza sostegno statale al momento non è una idea molto condivisa …)

Ora, paradossalmente, ma non troppo, la fiducia nella capacità di tenuta del “progetto Renzi” sul futuro dell’Italia dipende in buona parte da come supererà la prova della riforma del Senato. E qui è una battaglia in cui ha pochi alleati che contano, cioè quelle forze e quei movimenti di opinione che si collocano fuori dalla cerchia della politica-politicante. E’ infatti pur sempre curioso che una riforma destinata ad aumentare il peso delle rappresentanze legate alle dinamiche territoriali (regioni e comuni) rispetto a quella oggi totale legata alle persone espresse dai partiti (vecchi o nuovi che siano) non trovi sostegno nelle classi politiche e non solo politiche legate a quel regionalismo che dagli anni Settanta in poi è stato presentato come una alternativa al centralismo romano vecchia maniera. Qualche audizione in commissione dei presidenti delle regioni non cambierà la realtà di questo panorama.

Certo le performance delle regioni italiane e anche quelle di molti comuni non sono tali da far pensare a quelle classi dirigenti come un modello alternativo alla “corruzione romana” e, al di là di queste, la finanza allegra degli enti locali non si è certo rivelata attrattiva per un’opinione pubblica esacerbata dagli scandali politici. Eppure è evidente che la questione non è riducibile a queste patologie, che fra il resto non è che siano proprio prive di anticorpi, perché gli enti interessati da queste pessime tendenze stanno già pagando in termini di credibilità e di perdita di potere, sicché saranno spinti a correre ai ripari (e qualche passo in questa direzione si vede già).

Comunque resta che la scadenza prossima della prova di forza sul ddl Boschi segnerà un passaggio chiave. Se Renzi riesce a tenere la situazione sotto controllo può sperare in una legge finanziaria che dia una certa scossa al sistema e di conseguenza può superare i dubbi sulla sua tenuta che circolano anche in ambienti non solo lontani, ma poco simpatetici coi suoi oppositori parlamentari interni ed esterni. Se viceversa quelli sono in grado di inchiodarlo all’immagine del tattico spregiudicato che conduce in porto operazioni senza prospettiva raccattando alleanze interessate qua e là, il futuro del suo governo, a cominciare dalla sorte della sua legge di bilancio, si farà più che grigio.