Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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“Decidiamo noi”

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 08.09.2015
Imposta casa-lavoro

I quotidiani (vedi Il corriere della sera, giovedì 3 settembre 2015) hanno riportato la notizia che l’Unione europea – si suppone la Commissione europea – avrebbe “informalmente” consigliato al governo italiano di alleggerire le imposte sul lavoro invece di ridurle sugli immobili. La replica del presidente del consiglio (leggibile, in sintesi, anche su “Twitter”) è stata: “c’è qualcuno a Bruxelles che pensa di mettersi a fare l’elenco delle tasse da tagliare, spero sia stato il caldo”. Sulle tasse “decidiamo noi”, dove “noi” vuol dire, evidentemente, i politici italiani, non quelli europei.

Sono intervenuti anche autorevoli rappresentanti di altre formazioni politiche: il segretario della Lega Nord, Salvini, ha commentato che “il premier è il cameriere di quello che decidono a Bruxelles”; la portavoce di Forza Italia, l’on. Carfagna, ha dichiarato: “l’U.E. si occupi di immigrazione e non di quali tasse vanno tagliate dagli italiani: su questo deve imporsi Renzi”. E l’On. Santanché: “Inaccettabile che l’Ue decida sulle nostre tasse”.

Mettendo da parte ogni considerazione sul merito delle valutazioni della Commissione dell’Unione europea riguardo all’opportunità di anteporre le imposte gravanti sul lavoro rispetto alle imposte patrimoniali (sulle quali c’è sempre il consenso totale di coloro che non hanno un patrimonio che sarebbe sottoposto al prelievo), ciò che invero sconcerta è l’opinione degli autorevoli esponenti politici sopra riportata secondo la quale l’Unione Europea non avrebbe titolo di intervenire sulle politiche fiscali del governo italiano. Su questo appare opportuna una riflessione.

Ancor più sconcertante appare la circostanza che gli stessi esponenti politici, se interpellati sul loro pensiero riguardo al futuro dell’Unione Europea non solo si dichiarano europeisti, ma addirittura reclamano una maggiore “integrazione” all’interno della stessa Unione e, quindi, un rafforzamento delle istituzioni europee.

Vorremmo chiedere al presidente del consiglio e agli illustri politici sopra citati: di cosa si dovrebbe occupare la Commissione europea? E a cosa dovrebbe portare una maggiore integrazione europea se non a trasferire alle istituzioni comunitarie – alla Commissione e al Parlamento, anzitutto, anziché al Consiglio, che è espressione dei governi nazionali – le decisioni sulle politiche fiscali? Per quale motivo delle tasse dovrebbero decidere i governi nazionali e su altri temi (come l’immigrazione), invece, le istituzioni europee?

Forse il presidente del consiglio, Renzi, Salvini, Carfagna, Santanché non ricordano bene il contenuto del trattato di Maastricht che il governo italiano ha firmato e che il Parlamento italiano ha approvato. Se lo leggessero si renderebbero conto che la Commissione europea ha il diritto e il dovere di esprimere pareri e, in determinati casi, di imporre le decisioni in materia di politica fiscale agli Stati membri che – come l’Italia –non rispettano i parametri fissati nel trattato.

Inoltre dovrebbero rileggere(o leggere se non l’hanno fatto prima) l’ultimo testo delle “Raccomandazioni del consiglio” rivolte al governo italiano il 14 luglio 2015 – dunque poco prima che iniziasse la pausa estiva. Potrebbero constatare con quanta meticolosità il consiglio – sulla base delle proposte della Commissione – è intervenuto a raccomandare gli interventi che il governo italiano deve effettuare, in quanto “L'Italia è attualmente sottoposta al braccio preventivo del patto di stabilità e crescita ed è soggetta alla regola del debito transitoria nel periodo 2013-2015”. Al punto 15 delle raccomandazioni il consiglio è già entrato nel merito delle imposte sul lavoro e di quelle sulla casa, indicando ciò che il governo italiano dovrebbe fare e non ha fatto.

Maggiore integrazione europea non vuol dire altro che maggiori poteri attribuiti alle istituzioni sovranazionali, inevitabilmente a riduzione di quelli riservati alle istituzioni nazionali. Non vuol dire – come evidentemente pensano i nostri politici – maggiori obblighi di trasferimento di sovvenzioni a fondo perduto da alcuni Stati (Germania, ecc.) a favore di altri (Italia, Grecia, ecc.).

Per quale ragione dovrebbe essere un affronto che un paese, i cui conti pubblici non sono in ordine, venga sottoposto a vincoli esterni e a programmi di risanamento fissati da organismi sovranazionali, alla cui formazione gli elettori hanno partecipato direttamente? E in qual modo i cittadini sarebbero danneggiati dal trasferimento delle decisioni di politica fiscale a favore di istituzioni sovranazionali elette dai cittadini medesimi? In sintesi: a essere danneggiati sarebbero i cittadini o i governanti a cui sfuggirebbe il potere di prendere quelle decisioni?

La risposta è così evidente che non abbisogna di essere scritta.





* Professore Ordinario di Storia delle relazioni internazionali alla “Sapienza” Università di Roma