Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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L’autunno caldo della politica, fra taglio dei parlamentari e referendum elettorale

Luca Tentoni - 05.10.2019
Referendum legge elettorale

Il nodo della riforma elettorale non è destinato a sciogliersi in poche settimane. La questione sarà presente nel dibattito politico per almeno tutta la prima metà del 2020. Il destino del sistema di trasformazione dei voti in seggi è legato a due fattori: la revisione costituzionale che sta per ridurre da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 quello dei senatori e il referendum proposto dalle regioni di centrodestra e presentato da Salvini e Calderoli in Cassazione. Per quanto riguarda la legge che “taglia” i parlamentari, il percorso non è affatto concluso: il voto ormai imminente della Camera inaugura un nuovo iter, che può prevedere un referendum (i favorevoli alla riforma, infatti, sono stati meno di due terzi dei componenti nella seconda lettura in Senato, quindi anche un voto a larghissima maggioranza da parte di Montecitorio non scongiurerebbe la consultazione popolare). In tal caso, entro tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge costituzionale (quindi entro metà gennaio 2020) un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque consigli regionali possono chiedere di affidare al popolo la decisione se dar corso o meno alla riforma. La domanda è presentata in Cassazione, all’ufficio centrale per il referendum, che decide entro un mese se la richiesta è conforme al dettato dell’articolo 138 della Costituzione (controllo di legittimità). L’articolo 15 della legge 352 del 1970 sul referendum precisa che “il referendum è indetto con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell'ordinanza che lo abbia ammesso. La data del referendum è fissata in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all'emanazione del decreto di indizione”. In altre parole, il referendum sulla legge che diminuisce il numero dei parlamentari può svolgersi nella tarda primavera del 2020. Però, “qualora sia intervenuta la pubblicazione del testo di un'altra legge di revisione della Costituzione o di un'altra legge costituzionale, il Presidente della Repubblica può ritardare, fino a sei mesi oltre il termine previsto dal primo comma del presente articolo, la indizione del referendum, in modo che i due referendum costituzionali si svolgano contemporaneamente con unica convocazione degli elettori per il medesimo giorno”. In pratica, se nel frattempo il Parlamento approvasse un’altra riforma (sulla sfiducia costruttiva, per esempio) il referendum sarebbe unificato e finirebbe per aver luogo a fine 2020 o inizio 2021. Ammettiamo, però, che la sovrapposizione non abbia luogo. Anche così, il giudizio della Corte Costituzionale sul referendum Salvini-Calderoli (che cancella la ripartizione proporzionale dal “Rosatellum” per assegnare tutti i seggi in collegi uninominali col plurality system, cioè ai candidati che si piazzano al primo posto) presenterebbe non poche difficoltà per i giudici della Consulta. Non solo perché il “ritaglio” potrebbe non assicurare l’immediata applicabilità della legge elettorale (i collegi sono solo il 36% dei posti in palio) ma perché si dovrebbe decidere se far votare gli italiani, in un periodo compreso fra la metà di aprile e la metà di giugno del 2020, su un meccanismo che potrebbe essere applicato ad un Parlamento con 945 componenti oppure ad uno con 600 (a seconda dell’esito referendario). La Corte non può rinviare la decisione, come fece nel 2016 con l’”Italicum” all’epoca del referendum sulla riforma costituzionale renziana, perché i tempi di decisione sui quesiti referendari abrogativi sono stretti (articoli 32 e 33 della legge 352/70): “Il presidente della Corte costituzionale, ricevuta comunicazione dell'ordinanza dell'Ufficio centrale che dichiara la legittimità di una o più richieste di referendum, fissa il giorno della deliberazione in camera di consiglio non oltre il 20 gennaio dell'anno successivo a quello in cui la predetta ordinanza è stata pronunciata (…) La Corte costituzionale (…) decide con sentenza da pubblicarsi entro il 10 febbraio, quali tra le richieste siano ammesse e quali respinte, perché contrarie al disposto del secondo comma dell'articolo 75 della Costituzione”. Quindi entro il 10 febbraio del 2020 sapremo se in primavera si voterà o meno su un quesito che potrebbe ridisegnare il sistema elettorale di un’Assemblea della quale, però, non si conosce il futuro numero dei componenti (ma solo quello del momento: 630 alla Camera, 315 più i senatori a vita al Senato). Un motivo supplementare – politico oltre che tecnico – perché la Consulta bocci il quesito. Ad ogni buon conto, tutto quanto detto ci fa capire che nella prima parte del 2020 l’argomento della riforma elettorale sarà centrale: sia se il referendum abrogativo leghista avrà luogo, sia se avremo solo quello costituzionale. Con molta probabilità, infatti, il popolo confermerà la legge che taglia i parlamentari, dunque i partiti di maggioranza proveranno da un lato ad adeguarla (operazione abbastanza facile) e da un altro lato a portare a termine l’opera di definitiva “proporzionalizzazione” del sistema di trasformazione dei voti in seggi, verosimilmente cancellando i collegi uninominali e l’elezione di alcuni parlamentari col plurality system. Questo è il vero oggetto dello scontro di queste settimane e dei prossimi mesi fra maggioranza e Lega-FdI e all’interno stesso della coalizione giallorosa. Infatti, Salvini teme che il 35-40% del blocco sovranista (che oggi potrebbe diventare un 51-54% dei seggi, grazie al maggioritario di collegio) resti tale nella ripartizione proporzionale di tutti i seggi (salendo, semmai, soltanto di due o tre punti per l’esclusione dei partiti pulviscolari o sotto la soglia di sbarramento). C’è, infine, proprio la questione della soglia di accesso alla Camera dei deputati (in Senato è praticamente implicita, data la ridotta dimensione – in seggi – delle circoscrizioni di almeno la metà delle regioni italiane): più è bassa, più si favoriscono partiti di medie o piccole dimensioni (IV di Renzi, Leu, Verdi, Più Europa, altri di sinistra); più è alta (5-6%) e più difficile diventa farla approvare dalle attuali Camere (anche Forza Italia potrebbe temere uno sbarramento al 6%, vedendo i più recenti sondaggi). Con un terzo dei parlamentari che sa già di non poter tornare (per la legge costituzionale che ridurrà il numero degli eletti) e una legge selettiva che potrebbe decimare o annientare il proprio partito, serve un accordo blindato per far passare nuove norme elettorali. Ma se questo accordo non si trovasse e passasse del tempo, a rimetterci sarebbero proprio i partiti più piccoli, perché si rischierebbe di andare a votare col Rosatellum adeguato in proporzione ai seggi ridotti delle nuove Camere. In questo modo, però, si finirebbe per arrivare al 2021, a ridosso dell’elezione del nuovo Capo dello Stato (il semestre bianco inizia nella seconda metà dell’anno), senza contare che Salvini perderebbe l’occasione delle elezioni anticipate (che gli precluderebbe definitivamente, dunque, la possibilità di avere i numeri per eleggere da solo – o quasi - il nuovo Presidente). La partita politica inizia ora, dunque, ma sarà lunga e piena di sorprese.