Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

L’analisi Tav: tra razionalismo, presentismo e chiusura

Carlo Marsonet * - 13.03.2019
Caso TAV

Il dibattito politico, se può ancora definirsi tale, non gode di buona salute. La moda di porsi rispetto alle questioni politiche che di volta in volta si presentano pare più prossima a quella di essere “hooligan” piuttosto che quella di percepirsi come sostenitori di un’opinione tra le tante possibili. I primi, con buona approssimazione, sono chiusi, intransigenti e indisponibili ad ascoltare le ragioni degli avversari – considerati, in realtà, più nemici che competitori – giacché pensano di stare sempre e comunque dalla parte della Ragione. Il secondo tipo di individui, per converso, fa della mite e modesta umiltà il canale che orienta il proprio pensiero. Un pensiero che, in quanto guidato dall’opinione – e non dalla presunzione di certezza – risente necessariamente tanto di un’intrinseca limitazione gnoseologica (in virtù di quell’ineliminabile “dispersione della conoscenza” che ci porta ad essere ignoranti e fallibili) quanto della consapevolezza di parteggiare per una delle opzioni in conflitto.

Questo schizzo di idealtipi può forse farci comprendere qualcosa in più sul caso Tav e in generale sulle grandi questioni politiche, non da un punto di vista tecnico, bensì da un punto di vista di mentalità o, se si preferisce, di filosofia delle parti in gioco. Non v’è dubbio che lo spirito dei tempi, così ben descritto da Ortega y Gasset quasi novant’anni fa, cozzi platealmente con l’umiltà e la capacità di ascolto – e dunque con la volontà, il desiderio e il bisogno di imparare da altri – propria di chi si concepisce come essere naturalmente limitato e imperfetto. Il processo di eguagliamento delle condizioni promosso dalla democratizzazione, in effetti, ha condotto almeno a tre risultati che, per molti aspetti, possono farci regredire e vulnerare quel po’ di benessere creato dalle nostre società.

In primo luogo, la liberazione illuministica degli intelletti – “il rischiaramento delle menti” – ha creato la condizione per cui ormai ogni individuo si sente in diritto di porre la propria idea alla pari di quelle di tutti gli altri. Possiamo considerare ciò come una sorta di razionalismo distorto, in base al quale ciascuno valuta secondo la propria ragione “liberata” da qualsivoglia autorità. Tale ribellione, allora, comporta la pretesa di giudizio su tutte le questioni, giacché questo individuo si valuta capace di agire sulla sola base dei propri ragionamenti, non frutto di osservazione e confronto col reale, bensì vissuti come dono innato. Si tratta, in altri termini, di una creatura autoreferenziale e narcisistica che non sente il bisogno del confronto critico con il prossimo e a cui è sfuggito il processo di avanzamento sociale.

In secondo luogo, come aveva magistralmente messo in luce Tocqueville, il benessere generato da una società produce assuefazione e soddisfazione. Potremmo dire, quindi, che se non si comprende che la prosperità è frutto di alacrità e fatica, risparmio accumulato e lungimiranza, allora la strada della crescita va dissolvendosi. In altre parole, va rifiutato il “presentismo”, cioè a dire considerare ciò di cui si beneficia alla stregua di manna dal cielo e “diritti nativi” (Ortega). Tale logica porta il proprio sguardo a essere limitato e deficitario, in quanto non più in grado di guardare oltre l’orizzonte del presente.

In terzo luogo, le due precedenti considerazioni provocano ermetismo e chiusura mentale. Se una persona si sente autosufficiente, quasi una monade isolata e bastevole a se stessa, si cristallizza e si crogiola nella propria prosperità, come potrà essere aperta a soluzioni diverse da quelle che è stata in grado di immaginare? È come se il benessere inducesse un processo di regressione mentale, in base al quale tutte le condizioni necessarie per lo sviluppo vengono tagliate fuori.

Non si vuol entrare nel merito della questione Tav per svariate ragioni. Tuttavia, desta perplessità la gestione del governo di questo dossier, soprattutto per quanto riguarda l’ala pentastellata. Le “valutazioni” dell’opera sembrano essere improntate alle tre caratteristiche dell’uomo-massa di oggi, di cui si è parlato in precedenza. Ciò che colpisce di più, ahinoi, è l’idea che con un calcolo costi-benefici dell’opera possa essere previsto tutto. La pretesa di poter tutto ingabbiare in un documento pare alquanto puerile. In questo senso, emerge quella mentalità di tipo ingegneristico o razionalismo costruttivistico-ingenuo che, seguendo Hayek, Popper e Oakeshott, può produrre effetti esiziali per una dimensione umana avanzata che nessuna mente ha creato deliberatamente e che nessun cervello sarebbe stato in grado di costruire.

Concludendo il discorso quando ricevette il Nobel, Hayek disse che «riconoscere che i limiti della propria conoscenza sono insuperabili dovrebbe pertanto impartire a chi studia i fenomeni sociali una lezione di umiltà capace di impedirci di diventare complici nella lotta funesta dell’uomo per il controllo della società – lotta che non solo ci rende tiranni dei nostri simili, ma ci può spingere anche a distruggere una civiltà che nessuna mente ha progettato e che è cresciuta grazie agli sforzi liberi di milioni di individui». E quando Popper scrisse che forse il fattore più determinante nel dar vita a una società aperta fossero i commerci, e dunque lo scambio (che poi non sarà solo scambio di merci, ma anche incontro e scontro tra culture e idee), intendeva dire che la libertà e la prosperità da essa generata può durare fintanto che si comprendono le dinamiche del processo sociale. In altri termini, non si può intraprendere il processo di avanzamento della società se questa si chiude ermeticamente. La prosperità nasce laddove le condizioni minime di libertà sono presenti. Un razionalismo ottuso e un “presentismo” stolido danno vita a una chiusura mentale da cui, se applicata nel reale, nulla di buono può scaturire.

 

 

 

 

* Studente del corso magistrale in “Scienze internazionali e diplomatiche” presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi