Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
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La politica dell’avvocato

Paolo Pombeni - 13.03.2019
Conte e Flick

Eh, sì: il presidente Conte è un avvocato e non va al di là delle tecniche da controversie legali, cioè quelle di tirare tutto per le lunghe, vuoi nella speranza di sfinire i litiganti, vuoi in quella della prescrizione, vuoi nell’attesa che prima o poi qualcosa possa cambiare. L’abbiamo pensato in molti. Più autorevolmente di noi e prima di noi Giovanni Maria Flick sull’ Huffington Post.

Del resto Conte aveva esordito promettendo di essere l’avvocato del popolo: poi il popolo è scomparso ed è rimasto solo l’avvocato, anzi, visto come sta gestendo la vicenda TAV, il popolo è stato sostituito da Luigi Di Maio, ancor più che dal M5S (ma del resto, col nuovo statuto appena reso pubblico, le due entità si dovrebbero identificare).

Non è un passaggio di poco significato. Conte era sin dall’inizio una scelta dei Cinque Stelle, poiché da loro veniva l’indicazione, né il personaggio aveva dalla sua un curriculum tale da renderlo particolarmente adatto al compito a cui veniva chiamato. A lungo si è tentato di sottrarlo a quel legame iniziale, anche facendo leva sul suo orgoglio personale: con una alleanza governativa così anomala poteva esserci spazio per qualcuno che si assumesse seriamente il compito di fare il mediatore. Sembrò per un certo periodo che ci sperasse anche Mattarella. Tuttavia col passare del tempo sembra difficile attribuirgli la definizione che a suo tempo Bismarck applicò a sé stesso al Congresso di Berlino del 1878: “essere l’onesto mediatore a cui sta a cuore solo la conclusione positiva fra le parti dell’affare in questione”. Il fatto è che ormai fra Lega e M5S non c’è più un problema di concludere positivamente “affari”, ma solo quello di prevalere in una rissa su questioni di prestigio che si pensa possano se non portare nuovi voti, almeno non far perdere quelli che si hanno.

Se le cose avessero un minimo di razionalità, sarebbe impossibile impostarle come è stato fatto in questa assurda telenovela sulla linea Torino-Lione. I Cinque Stelle sostengono che non si devono impiegare soldi dello stato in una impresa a loro dire inutile, mentre ce ne sono tante di utili che andrebbero fatte. Benissimo, peccato che, a prescindere dal giudizio sulla TAV, ci siano due dati in controtendenza: 1) i soldi che si sono ottenuti o che si otterrebbero per la TAV non sono spostabili ad altre imprese; 2) smantellare la TAV costa dei soldi che verrebbero tolti ai propagandati investimenti più utili (i quali già ne hanno pochi). Aggiungiamoci che, tanto per dire, per un ampio programma di interventi infrastrutturali necessari si dovrebbe rastrellare denaro dall’esterno, vista la condizione delle casse pubbliche, ed è arduo immaginare investitori volonterosi di metterci del loro, che so, sulle pur necessarie tratte ferroviarie carenti di cui si parla, considerando come è gestita la politica in questo momento.

Non si tratta di considerazioni che ricaviamo da complessi ed onerosi studi sui rapporti costi/benefici, ma che ci vengono in mente applicando l’elementare buon senso della cuoca di Lenin. Non si vede insomma perché per varare finalmente quelle famose opere di adeguamento strutturale dell’Italia l’unica soluzione sia bloccare il completamento della Torino-Lione esponendosi a tutti i contraccolpi che questo comporta su una pluralità di fronti.

Naturalmente c’è da chiedersi perché la Lega sia disposta a farsi impantanare in una politica demenzial-fantasiosa come quella che propongono i Cinque Stelle, visto che il partito di Salvini ha uomini e donne che sembra abbiano capito verso dove si va a parare (poi, peraltro, non è che gli manchino esponenti poco presentabili). Si può rispondere mettendo in primo piano la tattica: Salvini non ha alternative attraenti con gli attuali numeri in parlamento, dunque anche a lui conviene tirarla per le lunghe; una volta consolidato il suo consenso alle Europee potrà con maggiore sicurezza rovesciare il tavolo; non può chiudere l’esperienza governativa prima di vedere approvato il “decretone” con quota 100 (e il reddito di cittadinanza).

Sarà, ma ci pare troppo poco. Il capitale di consenso strumentale che ha raccolto accreditandosi come versante più ragionevole nella raccolta del malcontento popolare è volatile e sarà come minimo eroso se quella ragionevolezza non riesce ad imporla. Se anche andasse alle elezioni anticipate dopo le europee sull’onda di uno strabiliante 35% di consensi, resterebbe da capire dove può trovare il 16% aggiuntivo che gli serve per governare, visto che il resto del centro-destra attuale, FI +FdI, non ci pare vicino a quel traguardo. È vero che il PD, anche se davvero Zingaretti riuscisse a galvanizzarlo al massimo, non si immagina capace di raccogliere abbastanza voti per essere un’alternativa e che un M5S uscito battuto dalle elezioni difficilmente potrebbe correre a fare da stampella alla sinistra, sicché anche lì alternativa non ci sarebbe.

Ecco perché la politica dilatoria dell’avvocato Conte attira entrambi gli azionisti del governo, ciascuno convinto che essa giochi a logorare gli altri. Non si tiene conto del fatto che di rinvio in rinvio, di furberia in furberia, accumuleremo nel paese un mix pericoloso di disgusto e di ripulsa verso la politica e sul piano internazionale il consolidarsi della tesi che sia opportuno stringere intorno all’Italia un cordone sanitario che la isoli impedendole di contagiare gli altri.

Non ci sembrerebbe un grande esito. Quando una battaglia giudiziaria viene vinta da un imputato grazie all’intervenuta prescrizione, si ha un risultato che lo sottrae alle mani del potere dei tribunali, ma che lo consegna a vita allo stigma pubblico di essere solo un colpevole che l’ha fatta franca. Il che ha delle conseguenze che possono essere peggiori di quelle che derivano dalla decisione equilibrata di una corte.