Ultimo Aggiornamento:
13 luglio 2019
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Chi comanda a Casa 5 Stelle

Francesco Provinciali * - 13.03.2019
Piattaforma Rousseau 5 Stelle

Mi sono sempre chiesto perché intitolare a Rousseau la piattaforma on line dei Cinque stelle.

Ci sarà una ragione: a scuola l’avevo studiato come filosofo e pedagogista, teorico dello spontaneismo e del primato della natura sulla cultura che genera una civiltà corrotta, capace solo di rovinare l’educazione di un adolescente, di spezzare gli equilibri di uguaglianza dei diritti nativi.

Sul sito della piattaforma si dice di lui – citandolo come “filosofo francese” (anche se in realtà nacque in Svizzera e francese lo fu di famiglia e formazione) che fu “uno dei padri della democrazia diretta”.

Poteva accadere con Voltaire, Montesquieu e persino Pascal, forse la più calzante ed ispirata: ‘l’esprit de geometrie’ gestito in rete dalla Casaleggio-associati, con sondaggi, statistiche, consultazioni on line e ‘l’esprit de finesse’ da coltivare e promuovere nelle esternazioni dei rappresentanti del Movimento.

La citazione dei riferimenti culturali a cui intestare la piattaforma mi è venuta spontanea: guarda caso si tratta di pensatori francesi, esponenti del Paese adesso più odiato dai grillini (l’ha confermato anche il premier Conte nel suo conciliabolo con la Merkel, davanti ad un gigantesco “spritz” sorseggiato con la cannuccia, per centellinare un’analisi politica degna di un navigato statista).

Pare che nei giorni scorsi i capi – a diverso titolo – del movimento si siano visti in gran segreto per mettere a punto nuove strategie organizzative in vista delle prossime campagne elettorali.

Considerati i risultati deludenti del voto locale e la posta in gioco di quello europeo.

Ricordo i tempi in cui il solo Grillo poteva esternare mentre chi rilasciava interviste non autorizzate rischiava smentite e silenziatori.

La democrazia, si sa, è un valore in costante evoluzione: l’importante è che ci sia un filo conduttore che gestisca con coerenza la trasformazione dalla crisalide alla farfalla.

Tra movimentismo e vocazione oppositiva da un lato e messa alla prova della capacità di governo dall’altra i pentastellati stanno scoprendo la metafora esplicativa di questo tempo complicato: la differenza che corre tra la teoria e la pratica, le parole e le azioni, le invenzioni e i fatti.

Alzare la voce e lanciare accuse e trame di complotti su ogni aspetto dello scibile umano è molto più facile che gestire un ministero, portare a termine una bozza di riforma, calmare i mercati in ebollizione, lanciare il guanto di sfida all’Europa, regolare la lunghezza del letto sociale di Procuste e acciuffare l’agitarsi delle manine che muovono le piccole e grandi leve della politica.

Al confronto il terrorizzante progetto della rottamazione renziana assomiglia ora, visto a posteriori, ad una sorta di catechismo del bon ton a puntate, un gioco dell’oca, una partita a briscola.

Nel frattempo sono rimasti sul campo gli 80 euro, il bonus docenti ed altri oboli: qualcuno ne tiene conto mentre lancia il reddito di cittadinanza? Cioè una riforma a debito su un debito già esistente.

Una cosa sembra riuscita bene: restare a un tempo al governo e all’opposizione. Non importa se il contratto sottoscritto con la Lega viene continuamente fatto scorrere su una lama affilata, la stabilità non sembra una vocazione nativa né una dote che si impara facilmente: sul piano istituzionale ma anche su quello emotivo che si riflette nei comportamenti e nelle aspettative della gente cominciano ad aprirsi solchi impercettibili che attendono solo lo scorrere del tempo.

I dati sono sempre ereditati e passano da un governo all’altro: un debito pubblico di oltre 2300 miliardi, la risalita dello spread, il congelamento dell’aumento dell’IVA, la minaccia di manovre correttive, una crescita stimata allo 0,2 %, un differenziale del 131% tra debito e PIL, un’evasione fiscale valutata dal Prof. Cottarelli in 130 miliardi di euro all’anno. Sembrano corollari e sono invece tare forse irrecuperabili.

Se la scommessa su cui punta le sue carte il Movimento è enorme, potrebbe essere rovinoso il suo fallimento.

In molti ne parlano sommessamente ma si sta imponendo il gioco del rimando.

Quando si studia l’evidenza delle contraddizioni implicite come una sorta di giochino ad un qualunque stand del Paese dei balocchi, la discussione diventa accademica, le esternazioni ovvie e riciclabili, i commenti facili e alla portata di tutti, le conseguenze emendabili se non gratuite o ininfluenti: in Italia tutto

si ingarbuglia ma alla fine tutto si aggiusta.

E fin qui si disquisisce di azione di governo, Totò la chiamerebbe “pinzillacchera”.

Ma se si approfondisce, se si risale la corrente, se si analizza “a monte” (che brutta espressione: ricorda l’Italia che frana, tra alluvioni, terremoti, abusi edilizi, condoni e poi si ritrova “a valle” tra le macerie) ci sono impliciti che non possono essere elusi.

Forse viviamo il nostro tempo con una disinvoltura che rasenta l’incoscienza e ci abituiamo al fatto che oltre alle alternanze politiche ci sono quelle delle abitudini e degli accomodamenti, i problemi che si occultano chiudendo l’uscio di casa.

Questa Italia seduta, che si infervora per il Festival di Sanremo e si galvanizza nei profili facebook, si realizza nei selfie e nei tweet, dove è un disadattato chi non usa whatsapp, chi non naviga in rete fino alle prime luci dell’alba, dove i giovani sono senza lavoro ma ce ne sono altri che non studiano e riempiono le discoteche, dove il reddito di cittadinanza invece che l’inizio di una catastrofe sociale con impliciti diseducativi (che farebbero rivoltare Rousseau nella tomba), vive di illusioni ma prima o poi dovrà pur fare i conti con la realtà.

Ma partiamo da più vicino.

Dalla struttura organizzativa di un Movimento che presenta un profilo complesso di responsabilità, ruoli e primazie: che ha un “garante” nonché padre spirituale, un “ingegnere” che gestisce la piattaforma della democrazia virtuale, un “capo politico” (questi ultimi due nel nuovo organigramma del 20 dicembre 2017, reso noto ora, sommano anche l’incarico di “soci fondatori”) oltre a molte anime interne che si agitano come in un irrequieto girone dantesco. Dai dissidenti, agli ortodossi, ai fedelissimi, agli osservati speciali, agli espulsi.

E a poco a poco comincia a ritornare sui suoi passi: dall’intransigenza morale alla lotta all’immunità parlamentare, al limite del doppio mandato, alla preclusione verso qualsiasi forma di condono o abuso (fiscale o edilizio che sia), alla negazione del principio di alleanza (poi accettato sotto forma di contratto) .

Sembra giocare ora più di tattica che di strategia, il Movimento, adottando una concezione emendativa e contestualizzata per evitare una sorta di emarginazione dei “puri” in un contesto politico da sempre abituato al trasformismo sotto diverse spoglie ammantato.

Chi comanda a casa 5 stelle? Un po’ tutti e un po’ nessuno: sembra prevalere un avvitamento autoreferenziale che vuole salvare i principi ispiratori ma venendo a patti col diavolo.

E quella democrazia virtuale, sbandierata come simbolo di una nuova e più intensa partecipazione dei cittadini resta, nella evidenza dei suoi dati percentuali la fenomenologia sociale di un’enclave ristretta e monitorata, preclusa ai più.

 

 

 

 

* Già ispettore del MIUR