Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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La “legge Soros” colpisce la Central European University

Miriam Rossi - 19.04.2017
Legge Soros

Da giorni un nuovo tweet sta cinguettando sul social network a supporto della Central European University (CEU) di Budapest. La stringa #IstandwithCEU ha acceso i riflettori internazionali sulla CEU, la cui sopravvivenza è minacciata dalla nuova norma approvata dal governo di Viktor Orban lo scorso 10 aprile che sembra essere stata formulata ad hoc per predisporre la chiusura dell’istituto di formazione e ricerca più noto dell’Europa centro-orientale.

Nascosta formalmente all’interno di una legge che modifica le predisposizioni in materia di istruzione superiore, la norma consente l’operatività delle università straniere solo se queste hanno una sede anche nel loro Paese di provenienza. Se apparentemente la norma va ad avere un impatto sul funzionamento di circa due dozzine di università presenti in Ungheria, di fatto essa colpisce direttamente solo la CEU, che opera nella capitale magiara in parte come istituzione statunitense (dove però non ha una sede vera e propria), priva di quel controllo governativo esercitato centralmente su altri enti di formazione accademica. La stessa nuova legislazione prevede inoltre che le università straniere potranno emettere titoli quali diplomi o lauree in Ungheria solo nel caso in cui il governo magiaro trovi un accordo con lo Stato di appartenenza dell’istituto; una possibilità che va però resa esecutiva entro 6 mesi dall’entrata in vigore della norma.

In pochi giorni le vive proteste sollevate dalla CEU si sono unite agli appelli formulati dalle più alte istituzioni e autorità europee ed extracontinentali di vicinanza al personale docente e agli studenti e, più in generale, a sostegno della libertà di ricerca e di espressione: dall’ex Segretario generale dell’ONU Kofi Annan all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per la libertà di espressione e di stampa, da 17 premi Nobel per la pace e più di 500 docenti dell’accademia europea e statunitense a oltre mille scienziati cognitivi, dal Dipartimento di Stato americano al presidente della Germania, Frank-Walter Steinmeier, dai più alti istituti di ricerca, università, collegi di eccellenza alle associazioni accademiche d’Ungheria, di mezza Europa e d’oltreoceano. Al di là della mobilitazione nazionale e internazionale, in questi giorni la CEU sta cercando di individuare una via legale che consenti di annullare la predisposizione normativa di recente formulazione, in particolare rendendo evidente la contraddizione della stessa coi principi costituzionali dell’Ungheria che garantiscono la piena libertà di ricerca accademica, nello studio e nell’istruzione, proibendo qualsiasi forma di discriminazione. In linea generale però, salvo un accordo bilaterale tra Ungheria e Stati Uniti che entri in funzione nei prossimi mesi (pur con la difficoltà non di poco conto dettata dal fatto che il mondo dell’università è materia dei singoli Stati statunitensi o non di mandato federale), dal gennaio 2018 la CEU non potrà più immatricolare studenti al primo anno e dovrà chiudere definitivamente per il 2021.

Fondata nel 1991 dal miliardario e filantropo ungherese (naturalizzato statunitense) Gyorgy Soros, la Central European University sconta la sua strenua posizione critica verso le politiche del Primo Ministro ungherese Viktor Orban, tacciate di progressiva illiberalità e di autoritarismo. Tali denunce sono spesso promosse anche da altre organizzazioni non governative e istituti finanziati sempre dallo stesso Soros, ritenuto quindi di fatto uno degli oppositori principali al potere di Orban. Non a caso la norma è stata comunemente ribattezzata “legge Soros”.

Dinanzi alle proteste montate non solo dalle cattedre o dalle cancellerie internazionali, ma da giorni portate in piazza a Budapest da circa 70mila studenti e comuni cittadini vestiti simbolicamente in blu (il colore della CEU), lo stesso Primo Ministro non ha mancato di fornire il suo punto di vista sull’azione politica, intesa come una forma di riequilibrio di una situazione ritenuta invece illiberale e che ruota tutta attorno alla figura di Soros. Secondo Orban, lo status “speciale” della CEU ha infatti consentito all’università di operare in maniera ingannevole in Ungheria, con l’emissione all’interno del Paese di diplomi statunitensi pur in assenza di un istituto americano di riferimento. Facendo l’occhiolino a quel populismo spicciolo che negli ultimi anni gli ha consentito di limitare le principali libertà civili e politiche dei cittadini in nome del rafforzamento della nazione e della sicurezza, Orban ha espresso l’intenzione di azzerare quel “privilegio” che sinora ha permesso al miliardario Soros di ergersi al di sopra della legge proprio in virtù dell’ingente patrimonio posseduto (e investito). È però al quotidiano filogovernativo “Magyar Idok” che Orban affida una sua intervista nella quale lancia senza mezzi termini l’accusa a Soros di mantenere un’opposizione attiva alla sua amministrazione politica, sia attraverso il finanziamento a “innumerevoli organizzazioni di lobby travestite da associazioni civiche”, sia mediante il mantenimento di “una propria rete, con i suoi portavoce, i suoi media, molte centinaia di persone, la sua università”; una intrusione dalla quale l’Ungheria deve proteggersi. Il Primo ministro ungherese non nega dunque affatto che l’intera vicenda poggi la sua ratio sulla volontà di colpire George Soros e la sua influenza sulla politica e sulla società ungherese.

Un atto molto grave, sul quale anche il filo-governativo commissario ungherese della Commissione europea, Tibor Navracsics, ha chiesto un ripensamento, e che senz’altro evidenzia il momento assai buio, democraticamente parlando, attraversato dall’Unione Europea.