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18 settembre 2021
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Il voto nelle "sette capitali": un primo bilancio

Luca Tentoni - 11.06.2016
Giorgia Meloni e Alfio Marchini

Dopo molti interventi dedicati - su Mentepolitica - a descrivere le caratteristiche dei sette comuni capoluogo di regione chiamati alle urne, è ora di tracciare un primo bilancio, ripercorrendo i temi che abbiamo trattato e confrontando i dati del passato col voto del 5 giugno. Come avevamo sottolineato, le grandi città hanno una minor propensione all'affluenza rispetto alle altre. È stato così anche stavolta: quel 61,9% di votanti in 1274 comuni (esclusi quelli del Friuli-Venezia Giulia) è stato “appesantito” dal 55,9% dei capoluoghi. Non va dimenticato, infatti, che su 13 milioni e 316 mila aventi diritto al voto in tutta Italia ben 5 milioni e 474 mila erano elettori delle "metropoli". Così, nel turno amministrativo del 5 giugno si conferma che nei sette capoluoghi si vota meno che nel complesso del Paese: -0,8% alle politiche 2008%, -3,5% alle europee 2009, -0,6% alle politiche 2013, -4,6% alle europee 2014 e -6% alle comunali 2016. Si potrebbe ipotizzare (in attesa di indagini più approfondite) che nei grandi centri ci sia una sorta di "non voto d'opinione". In quelle città dove nella Prima Repubblica venivano premiati partiti che di volta in volta rappresentavano qualcosa di nuovo (il Pci nel 1976, i radicali nel 1979, il Pri nel 1983, i Verdi nel 1987) oggi potrebbe essere l'astensione ad essere scelta per mandare un segnale politico. Si attendeva, stavolta, un'affluenza bassa: se non si è raggiunto il record negativo il merito è di Roma, che andando in controtendenza ha avuto una percentuale di non voto pari al 43,8% contro il 48% delle europee e il 47,2% delle comunali 2013. Tuttavia, il dato globale delle sette città capoluogo di regione (affluenza al 55,9%) è più basso rispetto alle ultime regionali (62%), alle politiche (74,6%) e alle precedenti comunali (59,6%) mentre è di poco superiore a quello delle europee 2014 (54,1%). L'ondata del non voto, insomma, è stata meno forte del temuto, ma va rimarcato che a Torino l'astensione ha raggiunto il 42,8% (precedente record alle regionali 2014: 37,2%) e a Milano il 45,3% (record europee 2014: 40%). Rispetto alle scorse comunali il calo d'affluenza è del 3,7%, pari a 290mila elettori. Un altro elemento, stavolta del tutto nuovo, è la drastica diminuzione del voto ai soli candidati sindaci/presidenti di regione, che alle scorse comunali e alle regionali si era attestato fra il 7,3% e il 7,7%, ma stavolta si è fermato al 4,4% degli aventi diritto. Non è il segno di un ritorno di forza dei partiti o di una minore personalizzazione della competizione, quanto forse di una minore "appetibilità" delle candidature. Sta di fatto che le schede con i voti al solo sindaco (rispetto alle scorse comunali) sono passate dal 7,1% al 3,4% a Torino, dal 6,2% al 3,4% a Milano, dal 7% all'1,6% a Bologna, dal 7,8% al 5,1% a Roma, dal 6,9% al 3,4% a Napoli e dal 6,5% al 5,3% a Cagliari. Unica eccezione, Trieste, dove sono aumentate: dall'11,2% delle comunali 2011 all'11,7% del 2016. Si è poi detto, in passato, che le sette città capoluogo di regione hanno sempre dato la maggioranza (relativa o assoluta) dei voti al centrosinistra. Anche stavolta è stato così, ma mettendo insieme tutti i partiti dell'ex Unione (quindi comprendendo anche quelli di sinistra che oggi non sono al governo) si arriva appena al 41,6% dei voti contro il 48,1% delle regionali, il 51,9% delle europee, il 46,9% delle precedenti comunali. Solo alle politiche 2013 (36,9%) è andata peggio. In dettaglio, la lista del Pd ha ottenuto il 21,5% dei suffragi nei sette capoluoghi, contro il 30,5% delle regionali, il 44,1% delle europee, il 28,9% delle politiche, il 27,2% delle precedenti comunali. Aggregando l'area dei gruppi di centrosinistra (liste del sindaco/presidente, minori affini e alleati di governo, esclusi però quelli centristi come Ncd-Udc-Sc e verdiniani) abbiamo un totale del 29,7% (i centristi sono invece, complessivamente, al 5,4%) contro il 41,6% delle regionali (centristi: 4,4%), il 44,1% delle europee (centristi: 4,6%), il 29,2% delle politiche (centristi: 11,1%) e il 33,1% delle precedenti comunali (centristi: 7,5%). L'area di governo, insomma, o le liste che vi fanno riferimento, ha raccolto circa il 35% dei voti contro il 46 delle regionali, il 48 delle europee, il 40 delle politiche e delle precedenti comunali. Per quanto riguarda la "sinistra radicale", normalmente attestata fra il 6 e il 9%, il dato è molto vicino a quello delle scorse comunali grazie all'exploit napoletano delle liste facenti capo a De Magistris. Il M5S, invece, che partiva dal 24,3% delle politiche, dal 21,7% delle europee e dal 16,4% delle regionali (nonchè dal 7,4% delle comunali precedenti) ha ottenuto il 24,1%, frutto però di prestazioni molto diverse da città a città. A Torino, infatti, il 30% dei Cinquestelle supera di gran lunga il 25,6% delle politiche (precedente record); a Milano il 10,4% di queste comunali è inferiore all'11,2% delle regionali, al 14,2% delle europee, al 17% delle politiche; a Trieste il M5S ha avuto il 17,6% (regionali 18,3, europee 20, politiche 28,7); a Bologna il 16,6 dei pentastellati è il secondo miglior risultato dopo il 19,1% delle politiche; a Roma il 35,3% delle comunali di quest'anno supera dell'8% il record delle politiche 2013; a Napoli il dato è al di sotto del 10% (9,7%) contro il 24,6-26,5 ottenuto fra il 2013 e il 2015 (politiche, europee, regionali); a Cagliari l'8,8% è di gran lunga inferiore rispetto al 26,3-26,7% di politiche ed europee. In altre parole, il 24,1% di oggi non ha la stessa composizione del 24,3% delle politiche, perchè è il frutto di risultati estremamente diversi fra loro: un misto di grandi successi e clamorose battute d'arresto. Una notazione particolare va poi riservata alle "due anime" del centrodestra, quella "popolare" che fa riferimento al PPE e quella "lepenista" di Meloni e Salvini. La vecchia CDL partiva dal 35,1% di elezioni comunali lontane (tutte svolte nel 2011, tranne quelle di Roma) e dal predominio del partito di Berlusconi (21,7%) su Lega e destra (complessivamente 7%; c'era poi un 7% di liste miste di centrodestra che qui considereremo solo per confrontare i totali di schieramento ma non per i raffronti fra le due "anime"), però i punti di riferimento a nostro avviso più validi ed efficaci sono le elezioni politiche, regionali, europee. Lo scorso 5 giugno i partiti dell'ex CDL hanno avuto il 26,1% dei voti: 3 punti in meno rispetto alle regionali ma 4,4 in più sulle europee e uno in più delle politiche. Traslasciando le liste "di area" (6,1% 2016, 3,3% regionali, 0,7% politiche) concentriamoci su quelle tradizionali: Fi (ex Pdl) è ora all'8,5% contro il 15,8% delle regionali, il 14,4% delle europee e il 19,4% delle politiche, mentre Lega e FdI hanno insieme l'11,2% (non contando i voti di Storace) contro il 10% (che diventa 7,7 senza la lista Maroni presidente) delle regionali 2013-2015, il 7,3% delle europee 2014, il 4,9% delle politiche 2013, il 7% delle comunali precedenti, il 5,9% delle europee 2009, il 7,5% delle politiche 2008. È opportuno considerare che di solito il partito di Berlusconi è più debole alle comunali che alle politiche e che in questi sette capoluoghi ha sempre percentuali inferiori a quelle nazionali, ma è anche vero che nelle metropoli la Lega ha spesso la metà (o meno) della quota di voti che riscuote in tutto il Paese. Il discorso è diverso invece per FdI, che a Roma (come si è visto con la Meloni) ha una vera e propria roccaforte e che tuttavia il partito di destra è cresciuto gradualmente di un punto percentuale ad ogni occasione, dalle politiche alle europee, da queste alle regionali e infine alle comunali del 5 giugno (6,1%). È difficile dire chi abbia vinto il duello nel centrodestra: a livello di voti, l'ala lepenista sembra più forte, ma conteranno anche i risultati dei ballottaggi. Il dato politico "pesante" è che Forza Italia ha un discreto risultato solo a Milano (20% contro il 15,7% delle regionali, 16,6% delle europee e 20,5% delle politiche), forse perchè schiera Parisi. Ma altrove (tranne Trieste - 14,4% - dove però perde voti rispetto alle precedenti consultazioni) è in seria difficoltà: Torino 4,7% (minimo precedente: 12,2% regionali), Bologna 6,3% (regionali: 9,6%), Roma 4,2% (europee: 13,5%), Napoli 9,7% (regionali: 14,2%), Cagliari 8,2% (europee: 16,5%). La destra "lepenista", però, non "brilla" dappertutto: a Torino la Lega è al 5,8% contro il 3,6% delle regionali e il 4,2% delle europee, ma è sotto il 6,9% delle scorse comunali (FdI è all'1,5% contro il 3,9 di regionali ed europee); a Milano il Carroccio sale all'11,8% mentre FdI è al 2,4% (fra politiche, regionali ed europee è sempre stata intorno al 2-2,8%); a Trieste il Carroccio raggiunge il 9,8% contro il 3-5% di politiche, europee e regionali e il 6,7% delle scorse comunali, mentre FdI è al 4,3%; a Bologna la Lega si attesta su un 10,5% non lontano dal 10,7% delle scorse comunali, inferiore al 14,5% delle regionali ma superiore al 2-3% di politiche ed europee; a Roma il partito di Salvini è al 2,7% (precedente record: 1,4% alle europee) mentre FdI della Meloni è al 12,3% contro il 5,3% delle europee; a Napoli la destra non sfonda (FdI all'1,3%) e a Cagliari si ferma comunque sotto il 4% (Fdi: 3,7% contro il 4,2% delle europee). Un'osservazione sulle comunali di Roma: come abbiamo scritto in un precedente intervento su Mentepolitica, l'ex centrodestra poteva contare complessivamente sul 24% (il dato delle europee, che però andava considerato insieme al 31% alle regionali e al 33% alle politiche) che secondo i sondaggi poteva arrivare al 32-34%. Le liste a sostegno di Marchini e Meloni hanno raggiunto il 30,9%, mentre i due candidati sono arrivati al 31,6%, con la componente lepenista che ha il primo partito (FdI) oltre ad aver doppiato quella popolare sia nelle candidature (Meloni contro Marchini), sia nel voto di lista.