Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2021
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Il voto "dell'ultimo minuto"

Luca Tentoni - 03.02.2018
Ilvo Diamati - Un salto nel voto

C'è, da parecchi anni, un fattore in grado di cambiare rapporti di forza fra partiti e coalizioni consolidati per settimane e mesi. È il voto "dell'ultimo minuto", quello degli italiani che decidono di andare ai seggi e di scegliere un partito solo dopo la chiusura della campagna elettorale, cioè il sabato o, addirittura, la domenica. Non si tratta di una sparuta minoranza: secondo quanto stimato da Ilvo Diamanti in un suo libro del 2013 ("Un salto nel voto", pagine 24-27, Laterza) fra il 2006 e il 2013 la percentuale degli elettori che ha deciso il voto il sabato o la domenica è stata pari all'8,4% nel 2005, al 9,4% nel 2008, per salire al 13,2% del 2013. È vero: l'elettorato "di appartenenza", soprattutto dopo il 2008, si è drasticamente ridotto, anche se gli interpellati che ancora nel 2013 dicevano di non avere mai avuto dubbi su quale partito votare erano ancora il 54,1% (contro il 65,7-66,6% del 2006-2008). Il tutto, se rapportato (con una nostra rielaborazione) alle percentuali degli aventi diritto al voto, ci restituisce questo quadro: gli elettori "senza dubbi" costituivano nel 2013 il 40,7% del totale (2006-2008: 53,6-54,9%); quelli che hanno deciso almeno un mese prima sono stati fra l'8,7% (2008) e il 10,2% (2006; 9,6% nel 2013); i convinti dalla campagna elettorale, dunque (che hanno deciso nel periodo che va dalla presentazione delle liste al venerdì prima del voto) sono stati il 15% nel 2013 (11,5% 2006, 10,7% 2008). Infine, i votanti "last minute", che oscillano fra il 7% e il 10% dell'intero corpo elettorale (circa 3,3-4,7 milioni). Ciò - se confermato nel 2018 - vuol dire che, su 100 italiani che decidono fra l'inizio della campagna elettorale e il momento di entrare in cabina, ben il 25-29% lo fa solo dopo l'inizio del "silenzio elettorale". Questo dato potrebbe spiegare anche certe difformità fra i risultato dei sondaggi e l'esito del voto. Nonostante si possano effettuare degli studi per individuare la possibile "famiglia politica" dalla quale gli "estremi incerti" si sentono meno lontani, non è facile capire come si comporterà un elettorato che, di solito, è più o meno equamente diviso fra tre opzioni: votare/non votare; votare il partito meno lontano; votare un partito diverso da quello che sembrava meno sgradito. È probabile, ovviamente, che la decisione dell'ultimo minuto sia anche frutto della campagna elettorale, ma il fatto che giunga solo quando questa è conclusa fa pensare che una fascia di votanti scelga nonostante, se non in aperto contrasto, con quanto ha visto e sentito nel mese dedicato alla propaganda. Poiché c'è chi decide addirittura se andare al seggio oppure no, è abbastanza chiaro che questa fascia di "elettori intermittenti" mette sullo stesso piano la partecipazione e la non partecipazione, cioè reputa che andare alle urne non sia così importante e indispensabile per influire sull'andamento della politica nazionale. Fin quando eravamo in un sistema politico e avevamo meccanismi elettorali come quelli pre-1994, l'"elettore intermittente" poteva togliere o aggiungere qualche decimale di punto (o anche l'1-2%, chissà) ad un partito o ad un altro, ma il quadro politico era sostanzialmente impermeabile. Oggi non è affatto così, anzi: il nuovo sistema elettorale assegna 232 seggi col "plurality system" in altrettanti collegi uninominali della Camera (116 al Senato). In altre parole, solo chi arriva primo è eletto: basta un voto in più. Una recentissima rilevazione Ixè (28 gennaio) ipotizza che i collegi "contendibili" della Camera dei deputati siano 80 (il 34,5% del totale). Non pochi. Un collegio "contendibile" è quello nel quale spostamenti di voti non grandi (o afflussi di voti "last minute", soprattutto se massicciamente orientati su un candidato) possono determinare il risultato della competizione. Se c'è una quota fra il 7 e il 10% sugli aventi diritto e fra l'8 e il 13% dei votanti che sceglie fra il sabato e la domenica, la gara nei collegi "in bilico" diventa una lotteria, rafforzando l'aleatorietà dell'esito e della possibilità che nel Parlamento nazionale si formi una maggioranza di un "colore" o dell'altro (o, com'è più probabile, di più "colori"). Oltre che occuparsi degli italiani che - non essendo "elettori di appartenenza", ma neppure "last minute" - si convincono strada facendo durante la campagna elettorale (fra il 10 e il 15% degli aventi diritto, come si diceva), i partiti dovrebbero occuparsi e preoccuparsi non poco di chi non solo non sa se voterà, ma che è disposto ad esprimere - nel caso vada al seggio - il sentimento personale prevalente in quel momento (che spesso è di indifferenza, se non di rabbia). C'è un momento, nel gioco della roulette, nel quale la pallina rallenta e sembra in procinto di fermarsi su un numero, poi fa un piccolo balzo e si assesta su quello accanto. Alle elezioni, sono i votanti dell'ultimo minuto a determinare quel piccolo ma importante balzo.