Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2020
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Il Sultano è in difficoltà

Massimiliano Trentin * - 16.06.2015
Recep Tayyip Erdoğan e Ahmet Davutoğlu

Le elezioni parlamentari del 7 giugno in Turchia hanno determinato due risultati principali: da un lato, la vittoria del Partito della democrazia del popolo (HDP), di sinistra e filo-curdo; dall’altro lato, e conseguente, la perdita della maggioranza parlamentare da parte del Partito della Giustizia e della Libertà (AKP) del Presidente della Repubblica, Erdoğan.

La maggior parte delle analisi post-voto confermano come oltra a quelli di sinistra, l’HDP sia stato in grado di attrarre su di sé i voti dei conservatori e devoti musulmani curdi, che invece avevano sostenuto il Partito islamista di Erdoğan nelle precedenti tre tornate elettorali, attribuendogli la maggioranza assoluta dal 2002. Al di là dei flussi elettorali, il dato politico è sicuramente quello più interessante: in primo luogo, il Presidente Erdoğan non ha convinto i propri elettori della bontà dei suoi progetti di trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale, tagliata a propria misura, favorendo invece la pluralità delle forze politiche presenti nelle istituzioni, anche se questo comporta tempi lunghi per i negoziati e i compromessi necessari alla formazione di un nuovo governo. La Turchia sconterà forse minore “efficienza” e rapidità nel processo decisionale, ma sicuramente ne guadagnerà in termini di trasparenza e discussione pubblica su temi che dal 2002 sono stati di appannaggio pressoché esclusivo dei vertici dell’AKP.

Tra questi temi troviamo sicuramente la politica estera della Turchia. Il capo del Governo, Ahmet Davutoglu è il principale ideatore e fautore di quella che fu definita come la politica di “zero problemi con i vicini”. Secondo questa, la Turchia dove saper sfruttare la propria posizione geopolitica a cavallo tra Europa e Medio Oriente proseguendo la collaborazione stretta con l’Unione Europea e la Nato ma lavorando ed espandendo la propria presenza economica, politica e culturale verso il mondo arabo e musulmano. Da qui l’appellativo di politica “neo-ottomana”. Il processo di graduale ma continuo irrigidimento delle politiche di Erdoğan in senso conservatore-islamista sia in patria sia all’estero ha favorito prima l’avvicinamento della Turchia alle posizioni prima della monarchia del Golfo del Qatar e dei Fratelli Musulmani arabi, poi, a seguito della deposizione del Presidente islamista egiziano Mohammed Mursi, alle posizioni ultra-conservatrici dell’Arabia Saudita. La scelta di giocarsi il tutto per tutto sulla deposizione del Presidente siriano Bashar al Assad si è tradotta nel sostegno ai gruppi ribelli, preferibilmente islamisti, moderati e anche radicali. Senza il sostegno logistico di Ankara e finanziario di Ryad difficilmente i ribelli a guida salafita-jihadista avrebbero potuto conquistare posizioni strategiche nel nord della Siria dal 2005.

Queste scelte di politica estera non sono mai state realmente discusse dai vertici dell’AKP con le altre forze politiche del Paese, e forse neanche con i dissidenti, gli scettici o i critici all’interno del suo stesso Partito, che sono stati comunque marginalizzati fino ad oggi.

La perdita della maggioranza in parlamento, e dunque la necessità di negoziare in sede di Commissioni, si unisce alla vittoria di forze politiche che contestano in modo aperto la politica estera dell’AKP: sia per ragioni di “efficacia”, in quanto non ha portato finora ai risultati promessi bensì ha allungato i tempi del conflitto, destabilizzando il Sud del Paese con la presenza di circa un milione di rifugiati dalla Siria; sia per le alleanze regionali con le forze ultra-conservatrici che questa politica comporta. L’ambiguità nei confronti dell’organizzazione dello Stato islamico è criticata sia da sinistra, in quanto quest’ultimo è un movimento reazionario e genocidiario, sia dai liberali e dalla destra perché provoca problemi ufficiali e ufficiosi con gli alleati della Nato e i vicini Iran e Russia.

La vittoria straordinaria del Partito democratico, di sinistra e filo-curdo HDP come dei nazionalisti moderati o radicali imporrà se non un ripensamento quantomeno un freno alla politica estera del duetto Erdoğan -Davutoglu: prima, in quanto sarà oggetto di dibattito e critica in pubblico e nelle istituzioni; secondo, perché oggi la soluzione in termini democratici e pacifici della questione curda nell’est del Paese si lega alle posizioni assunte da Ankara nei confronti dei curdi in Siria e del progetto di autonomia e democrazia in corso nei cosiddetti cantoni della Rojava. Pur con tutte le differenze, la popolazione curda in Turchia non accetta che si parli di “dialogo” e pace tra Ankara e curdi in Turchia e poi Ankara contribuisca nei fatti alla sottomissione, o sterminio, dei curdi in Siria ad opera del sedicente Stato islamico o affini. Lo stesso vale per le altre comunità linguistiche e confessionali presenti nel Paese.

I risultati delle elezioni del 7 giugno aprono una fase che si preannuncia tanto difficile quanto ricca di opportunità per la Turchia. Le politiche di Erdoğan -Davutoglu hanno radicalizzato il conflitto politico perché cercano di governare in senso conservatore, e sempre più autoritario, una società complessa, plurale e comunque secolarizzata come quella della Turchia del boom economico post-2000. Per certi versi, si può pensare che l’AKP di Erdoğan fatichi ormai a governare le conseguenze di quei processi di trasformazione sociale e politica di cui loro stessi sono stati protagonisti a lungo tempo. Erdoğan, sia per personalità sia per progetto politico, lotterà duramente per riprendersi il potere; più volte ha dimostrato capacità tattiche e strategiche eccezionali; l’AKP ha comunque ottenuto il 40 % dei voti e mantiene un forte radicamento nel territorio. Ma deve fare i conti con forze di opposizione sempre più forti, con progetti politici alternativi più coesi e coerenti, e, altrettanto importante, la resistenza della società turca ad accettare l’egemonia di un solo uomo e di un solo progetto politico di società.

 

 

 

 

* Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Bologna