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23 settembre 2020
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Il negoziato, forse

Massimiliano Trentin * - 19.03.2015
Bashar-al-Assad

A quattro anni e quattro giorni dall’inizio “ufficiale” delle rivolte e poi della guerra in Siria, il Segretario di stato USA, John Kerry, ha dichiarato alla CBS che “alla fine dobbiamo negoziare” con il Presidente siriano Bashar al Assad. Washington torna dunque sui suoi passi? Gli al Assad sono dunque riusciti a sopravvivere, per l’ennesima volta? E’ troppo presto per dirlo, anche perché alle dichiarazioni, spesso non seguono i fatti e le forze che si opporranno sono molte e ben determinate. Tuttavia, la notizia fa piacere a chi ha sempre sostenuto, come il sottoscritto, come fin dall’inizio non vi sia mai stata altra alternativa se non il negoziato politico tra tutte le forze in campo, pena la distruzione dell’intero Paese.

Per comprendere il significato della dichiarazione di John Kerry conviene collocarla nel suo tempo e nel suo spazio. Siamo appena entrati nel quinto anno di guerra in Siria. Le manifestazioni e poi rivolte a carattere non-violento, democratico e permeate da un forte senso civico si sono trasformate in un conflitto armato a seguito della repressione del regime, sempre più autoreferenziale e basato sui servizi di sicurezza più che strutture di rappresentanza e mobilitazione politica. L’ingerenza di Paesi e forze straniere ha trasformato un conflitto interno in una guerra regionale in cui si scontrano per procura i Paesi arabi del Golfo, la Turchia e i loro alleati occidentali contro il cosiddetto Asse della resistenza formato da Iran, Hizb’allah libanese e Siria, appunto. 

Secondo le Nazioni Unite, il risultato oggi è la peggior crisi umanitaria dai tempi della Seconda guerra mondiale: le stime più caute parlano di 220mila morti, ma è molto probabile che siano molte di più; quasi metà della popolazione (circa 21 milioni di persone) è rifugiata all’interno o all’esterno dei confini; mancano cibo e acqua, sono tornate a diffondersi malattie infettive debellate da decenni; milioni di studenti hanno perso anni di scuola; le infrastrutture del Paese sono gravemente danneggiate; è in corso un processo di spartizione geografica della società secondo le appartenenze etnico-confessionali in modo simile a quanto successo nella ex-Yugoslavia o nell’Europa post-1945. Organizzazioni internazionali stimano in un minimo di 10 o 15 anni il percorso di ricostruzione materiale del Paese.

In questi quattro anni, vi sono già stati altri tentativi di mediazione e di soluzione negoziata del conflitto: la missione congiunta dell’Onu e della Lega araba, Ginevra I e II, per non contare gli incontri più limitati tra regime e autorità locali. Tuttavia, approcci del tipo “vittoria o morte”, per cui si chiede l’abbattimento del regime, la resa incondizionata se non addirittura lo “scalpo” dell’avversario hanno prevalso fino ad oggi senza però essere accompagnati dalle risorse militari e umane sufficienti a vincere in modo definitivo. Questa discrepanza è in definitiva la causa essenziale del prolungamento del conflitto: prima da parte del regime, sicuro della propria forza militare, poi da parte dei ribelli, fiduciosi del vento rivoluzionario e del sostegno estero, più recentemente ancora da parte del regime grazie alla lenta riconquista di alcune città strategiche. L’esplosione del sedicente Stato islamico, poi, non fa altro che radicalizzare le posizioni in campo che, invece di modificarsi e trovare punti di convergenza, rimangono trincerate nelle loro strategie: vittoria assoluta, ad ogni costo, anche sfruttando l’autoproclamato califfo per contenere l’Iran e i suoi alleati oppure per fomentare le divisioni tra i ribelli.

La realtà del conflitto ha mostrato che nessuna delle parti in campo è in grado di prevalere dal punto di vista militare o politico: possono conquistare delle posizioni strategiche, come Qusayr, Homs o magari domani Aleppo, ma non l’intero Paese se non dopo averlo distrutto completamente. Il cosiddetto “zero-sum game” non ha funzionato, come non potrà funzionare la “creative destruction” applicata in Iraq nel 2003. Incapaci di vincere ma determinati a non cambiare strategia, le forze in campo si sono allora risolte nella “guerra di logoramento” il cui risultato più evidente è l’imbarbarimento delle relazioni sociali sui cui poi maturano il proprio successo movimenti radicali come il salafismo jihadista di Jabhat al Nusra (affiliati ad al Qaida) o dello Stato islamico.

Che cosa significano allora le parole di John Kerry? Essenzialmente che Washington intende perseguire fino in fondo le priorità che si è data in Medio Oriente: negoziare un buon accordo politico sul nucleare iraniano e combattere lo Stato islamico. I due dossier sono strettamente intrecciati e vedono la convergenza de facto degli interessi nazionali così come elaborati a Washington e a Teheran, e perseguiti con una buona dose di realpolitik da entrambe le parti. In Iraq, sul campo militare e politico si vince contro lo Stato islamico grazie all’Iran; domani in Siria, sarà necessario anche l’intervento dell’esercito nazionale siriano per sconfiggere il sedicente califfato, e la pressione di Teheran e Mosca per convincere Damasco ad aprire negoziati seri con le opposizioni; in Libano, serve l’intervento o il consenso di Hizb’allah per eliminare le sacche dei salafiti-jihadisti a ridosso dei confini con la Siria.

Gli apprendisti stregoni che hanno sostenuto le milizie salafite jihadiste per conquistare Damasco e contenere Teheran hanno fallito, tanto da far convergere sul campo rivali come Washington, Teheran, e vedremo se anche Damasco. Quello che potrebbe profilarsi all’orizzonte è la possibilità di costruire le condizioni politiche e diplomatiche affinché le parti in causa convergano sulla strategia del negoziato come unica soluzione che ne garantisca la sopravvivenza, e che sia praticabile, oggi. Paesi e diplomazie come quelle italiane o tedesche hanno lavorato sempre ai margini e mantengono ancora quella base di contatti su cui mettere all’opera le proprie capacità di mediazione. Le forze contrarie sono molte, e potenti, ad iniziare dalle monarchie arabe del Golfo e da Israele di Benjamin Netanyahu, allineati de facto nel giocare su discorso e fattori confessionali (sciiti vs. sunniti i primi, Islam = terrorismo i secondi) per legittimare le proprie strategie di conflitto e negazione del rivale. Speriamo non venga sprecata un’altra occasione, anzitutto per i siriani che entrano nel quinto anno di guerra.

 

 

 

 

* Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Bologna