Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Il "miracolo" del 40%

Luca Tentoni - 27.01.2018
Sondaggio Ipsos 19 gennaio

Molti si chiedono se è tecnicamente possibile conquistare la maggioranza assoluta alla Camera dei deputati (minimo 316 seggi) e in Senato (minimo 158) ottenendo il 40% dei voti. In teoria, lo è. I posti in palio nell'uninominale sono 232 per Montecitorio e 116 per Palazzo Madama, dunque, per assurdo, basterebbe vincerli tutti (anche con un solo voto di margine) e aggiudicarsi appena 84 seggi proporzionali alla Camera e 42 al Senato (corrispondenti, all'incirca, ad un partito del 22% nazionale). Naturalmente il nostro è un paradosso, però il punto che occorre chiarire è un altro. Non è il 40% dei voti (soglia magica già propria dell'Italicum) che improvvisamente può proiettare una coalizione (o il M5S) verso il traguardo del governo e di una maggioranza autosufficiente, ma il distacco dal secondo classificato. Se avessimo due blocchi come i principali partiti del 2008 (Pdl 37,4%, Pd 33,2%) ci troveremmo di fronte ad un buon raccolto nel proporzionale: rispettivamente 145 e 129 seggi. Per arrivare a 316 bisognerebbe aggiudicarsene 171 in un caso e 187 nell'altro, ovvero fra il 74% e l'81% dei collegi uninominali. Con quel distacco di appena 4 punti e le subculture ancora forti in alcune regioni, nessuno vincerebbe. Se invece avessimo un raggruppamento al 40% e il secondo al 25-26% le cose cambierebbero parecchio. Ferme restando le specificità locali, moltissimi collegi in bilico passerebbero al blocco più forte. È per questo che Ipsos, il 19 gennaio, ha pubblicato sul Corriere uno studio che attribuisce al centrodestra 266 seggi (il 42,2%) col 35,9% dei voti, mentre il centrosinistra ne avrebbe 154 (24,4%) col 27,5% e il M5S 170 (il 27%) col 28,7% dei voti. In pratica, Ipsos calcola che il vantaggio della prima coalizione sulla seconda (7,2%) e sulla terza (8,4%) permetta al centrodestra di aggiudicarsi addirittura 131 dei 232 collegi uninominali (il 56,4%), contro i 53 del M5S (22,8%) e i 47 del centrosinistra (20,3%). È il vantaggio relativo che fa la differenza, regalando alla coalizione di Berlusconi - in questo sondaggio - un 20,5% di seggi in più (rispetto al peso proporzionale) nei collegi, a scapito di centrosinistra (-7,2%) e M5S (-5,9%). Il punto, dunque, in questo tipo di competizione, non è il solo risultato in termini di voti, ma lo scarto sulla concorrenza (nel 2006, alla Camera, finì 49,8% a 49,7% per l'Unione sulla CDL: in quel caso, chi avrebbe vinto? Certamente uno dei due, perché il terzo polo aveva lo 0,5% dei voti, ma ci sarebbe stato qualcuno che con molto più del 40% dei consensi avrebbe perso le elezioni). È vero: se la coalizione più votata ha il 36% dei voti (circa 135-140 seggi) e le altre intorno al 28-29% (110-120 seggi proporzionali) per arrivare a 316 bisogna vincere nel primo caso in almeno 176 collegi (il 76%) e negli altri due in 196 su 232 (84,5%). Un'enormità. Fra il 56% dei collegi oggi attribuito al centrodestra e il 76% potrebbe però bastare una quota intermedia, diciamo i due terzi (155-156) che porterebbero il "fabbisogno proporzionale" a 160 seggi (il 41,2% dei voti). Dunque, chi pensa al 40% per vincere è ottimista, ma potrebbe essere necessario alzare l'asticella per raggiungere l'obiettivo (sia pure con un margine minimo). È più facile guadagnare il 5% nella competizione proporzionale (compito non facile) oppure sperare che i competitori si indeboliscano a vicenda rendendo contendibili e acquisibili collegi ora più difficili da conquistare? Poiché il teatro della competizione sembra il Sud, una maggiore instabilità elettorale della zona può favorire questa evoluzione, che però resta difficile anche per una coalizione spesso "costruita per vincere" come quella di centrodestra. La "quota magica" del 40%, dunque, non dovrebbe bastare; uno smottamento totale di Pd e M5S non è plausibile, dunque avremo probabilmente un Parlamento senza una coalizione elettorale maggioritaria. Che poi si arrivi ad un governo con una qualche combinazione di gruppi, è possibile ma non scontato. La morale è che con una tripartizione dell'elettorato e un sistema elettorale che è già premiante (come si è visto dalla proiezione Ipsos) non si può pretendere troppo più di quanto si possa pensare ragionevolmente di ottenere.