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18 settembre 2019
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Il convitato di pietra

Luca Tentoni - 10.09.2016
Il convitato di pietra

Il piccolo test elettorale del 4 settembre in Meclemburgo-Pomerania è un tassello in un quadro generale di difficoltà dei sistemi partitici delle grandi democrazie europee. L'AfD è un soggetto politico molto diverso da altri gruppi di destra, così come si differenzia da partiti che altrove, in Europa, hanno una visione non legata a quelle delle tradizionali "famiglie politiche" (popolare-conservatrice, socialista-laburista, liberal-democratica) che hanno governato e in molti casi governano tuttora i maggiori paesi occidentali. Alcuni osservatori preferiscono concentrare la propria attenzione sulle caratteristiche "di schieramento" (la destra più forte nei paesi del centro-nord Europa, formazioni di sinistra come Syriza o Podemos più diffuse nell'area del Mediterraneo) ma si tratta di un'analisi che, sia pur legittima e talvolta ottimamente condotta, rischia di far confluire realtà, contesti sociali e idealità diverse nell'ambito di etichette troppo costrittive. Non possiamo, allo stato attuale, parlare di un'estrema destra europea come di un fenomeno unitario (possono esservi accordi al Parlamento europeo, più su base tecnica che ideale) ma non esiste e non esisterà nel breve-medio periodo un'"Internazionale di destra". La destra, anche quella estrema, ha molte gradazioni, come del resto è accaduto fin dall'Ottocento. Così come ci sono partiti non di destra che tuttavia non è facile inquadrare neppure nel campo della sinistra (il M5S, ad esempio). Queste realtà, prese nel loro insieme, possono avere caratteristiche comuni o similari: ad esempio, non amano l'Europa (o almeno lo status quo). Però, pur avendo programmi diversi fra loro, agendo in contesti sociali distanti, dotandosi o meno di leadership carismatiche, hanno tutte un punto in comune: sono "altro" rispetto non solo alle famiglie politiche tradizionali "di sistema" ma anche in confronto alle soluzioni che i partiti "classici" attuano o propongono per fronteggiare la crisi (non solo economica, non solo legata al flusso migratorio, non solo riguardante le istituzioni europee) che investe l'Europa. Questi "Altri", inoltre, hanno una grande capacità di conquistare consensi intaccando bacini elettorali tradizionalmente solidi e riuscendo a diffondersi in classi sociali normalmente molto "orientate" dal punto di vista politico-ideologico. Il calo di consensi delle famiglie politiche tradizionali avviene in tutti i paesi. Ci sono formazioni politiche che riescono a resistere meglio all'urto, come la stessa Cdu della Cancelliera Merkel, la quale, tuttavia, deve ora fare i conti con un elettorato che si va "fluidificando". È come se - in contesti storici sia pur mutati - si sia abbattuto sull'Europa occidentale il ciclone che travolse il primo sistema dei partiti italiano, nel 1992-'94. Nel nostro paese ci furono cause che resero il cambiamento più profondo e traumatico, ma l'ondata provocata dalla crisi economica avviata nel 2008 (aggravata da altri fenomeni sociali) è imponente e promette di abbattersi - come negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo - provocando pesanti conseguenze sui sistemi politici nazionali. In Germania è di nuovo al governo una "grande coalizione", con un raggruppamento democristiano (Cdu-Csu) ancora elettoralmente robusto ma insidiato da forze come, appunto, l'Afd; i socialisti della Spd, a livello nazionale, sono in condizioni molto meno floride dei loro alleati. I laburisti inglesi sono in una situazione anche peggiore, mentre i socialisti spagnoli non riescono a districarsi in una situazione nella quale (col Partito popolare di Rajoy più forte, ma a livelli lontani dai fasti di un tempo) si rischia di andare al voto per la terza volta, a Natale (verosimilmente con risultati non molto dissimili dalle precedenti elezioni). In Francia i socialisti attraversano notevoli difficoltà: la ricandidatura di Hollande potrebbe rappresentare per loro un problema in più, non un vantaggio. Dall'altra parte, i neogollisti cercano l'unità su un nome da proporre per la Presidenza della Repubblica, ma cominciano a veder crescere la forza di Marine Le Pen, che potrebbe essere irresistibile persino in un eventuale ballottaggio "repubblicano" per l'Eliseo. Accanto ai poli o ai partiti tradizionali (di solito due o tre) ne è comparso un altro (talvolta due, come in Spagna - Podemos e Ciudadanos - e Italia - la rinnovata "Lega lepenista" di Salvini e il M5S). Così, il dualismo che permetteva l'alternanza (e l'alternativa) fra popolari-conservatori e laburisti-socialisti in Italia, Francia, Spagna, Grecia (ma anche, per certi versi, in Germania e Gran Bretagna) può oggi essere influenzato - se non stravolto - da altri fattori. In Italia il sistema è (al minimo) tripolare; in Spagna i soggetti rilevanti sono quattro (però i due nuovi hanno almeno intenzioni e capacità coalizionale); in Francia il FN può stravolgere equilibri anche istituzionali (paradossalmente, per la Le Pen è molto più facile conquistare la presidenza della Repubblica che la maggioranza dei seggi all'Assemblea Nazionale); in Grecia il vecchio Pasok è stato scalzato e surclassato da Syriza, alla quale si oppone ND (con fasi altalenanti di maggiore o minore competititività); in Germania è difficile pensare che se l'AfD raggiungesse il 10-12% su scala nazionale sarebbe possibile, nella prossima legislatura, dar vita ad un governo diverso dalla riedizione della "grande coalizione" Cdu-Csu-Spd (la quale, come tutte le "alleanze necessitate", fa perdere voti, alla lunga, a tutti i partiti che la compongono, attribuendo al maggior gruppo d'opposizione la palma di "unico baluardo dell'antisistema" e della protesta: una rendita elettorale non da poco, per l'AfD). Infine c'è la Gran Bretagna, dove l'UKIP non ha alcuna possibilità di avere un numero di seggi tale per andare al governo da solo o in coalizione, ma ha già ottenuto molto di più: il suo (ex) leader Farage ha promosso il referendum sulla Brexit, vincendolo (verosimilmente al di là delle stesse più rosee previsioni del fronte antieuropeista) e costringendo i Conservatori prima a dividersi e poi a dar vita ad un governo che condurrà il Regno Unito fuori dall'UE; il tutto, mentre i laburisti probabilmente non hanno più la forza né per essere realmente competitivi con il partito della May, né per restare compatti al loro interno. Nel frattempo, l'Austria potrebbe avere a breve il suo primo presidente di estrema destra e l'Ungheria chiudere definitivamente la porta alla cooperazione europea in materia di immigrazione. La situazione italiana è nota, col centrodestra ormai diviso fra l'ala che si rifà ai popolari europei e quella lepenista e con un M5S che ha dimostrato – alle scorse comunali - di poter trarre i maggiori vantaggi possibili da un ballottaggio "chiuso" drenando voti dall'area facente capo ai candidati o ai partiti esclusi (in particolare a destra, ma un pochino anche a sinistra). Come si accennava in precedenza, infatti, al pari di parecchi dei partiti “Altri” di tutta Europa, il M5S ha un vantaggio competitivo rispetto alle forze tradizionali: queste ultime non riescono a catturare consensi fra gli elettori di partiti anch’essi “storici”, mentre i gruppi o movimenti nuovi riescono a “pescare” ovunque, anche nell’area dell’astensionismo. Molti di questi partiti "altri" sono figli della crisi economica (anche se alcuni, come il FN o la Lega, sono nati decenni prima e hanno conosciuto stagioni diverse) ma oggi non possiamo non tenerne conto. L'era dei sistemi politici tradizionali, imperniati su democristiani, socialisti, liberali (e talvolta comunisti, come in Italia o gollisti come in Francia) sta gradualmente lasciando il posto ad un assetto “plurale” comprendente gli "Altri". I quali, tuttavia, non sempre hanno il desiderio di farsi includere - almeno nel sistema, al quale in genere si oppongono - e hanno capacità espansive e potenzialità (difficile dire se effettive o puri wishful thinking) che in taluni paesi potrebbero portarli a governare da soli o in posizione di preminenza. Le svariate questioni che i nuovi soggetti politici pongono, richiedono risposte che le istituzioni nazionali ed europee, così come in genere i partiti delle famiglie politiche tradizionali, non sempre sono in grado di dare. Il successo degli "Altri", infatti, non è che il termometro delle difficoltà che le classi dirigenti hanno avuto nell'affrontare la crisi nei suoi vari aspetti economici e sociali e della scarsa capacità di rassicurare gli elettori con politiche anzichè con azioni timide o limitate al marketing elettorale (sul quale, peraltro, gli "Altri" si dimostrano di solito più bravi dei "partiti di sistema"). Forse, per le famiglie politiche tradizionali europee, è il momento di una riflessione profonda, che investa anche il rapporto con l'opinione pubblica. Dire che gli "Altri" (di qualunque orientamento siano) sono "brutti, sporchi e cattivi" può essere efficace, ma non è affatto una soluzione. Gli elettorati ormai sono fluidi perchè giudicano le classi politiche in base a ciò che fanno, a come lo fanno, a quel che non fanno. I richiami identitari tradizionali, come confermano le recenti prove elettorali, servono a poco. Sono le decisioni politiche, invece, le uniche a poter cambiare il corso degli eventi.