Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Il cambiamento non si risolve in una notte

Paolo Pombeni - 29.05.2019
Salvini_Lega_primo_partito

Dunque finalmente le urne hanno parlato e dovremmo avere un quadro di cosa ci aspetta dopo mesi di battaglie fra i partiti senza esclusione di colpi. La realtà però è più sfuggente, se non vogliamo limitarci a registrare i successi che ci sono stati in questa lotta di tutti contro tutti.

Da questo punto di vista è semplice fare il quadro. Salvini ha stravinto, ma anche la Meloni con FdI ha avuto un risultato di gran lunga superiore alle previsioni. Il PD ha recuperato bene se si considera il trend non favorevole alle tradizionali forze socialiste, ha riconquistato città importanti come Milano e Roma, ma è lontano dalle cifre di quando era il dominus della politica italiana. Malissimo sono andati i Cinque Stelle che non hanno capito che non si vive solo di artifici verbali dopo che si è stati messi alla prova del governo. Sostanzialmente male è andato Berlusconi che ha dovuto constatare che la sua immagine non trascina più e di conseguenza FI è diventata un partito marginale.

Fuori di questi non c’è storia, a dimostrazione che se si mette una soglia di sbarramento ragionevole e si impediscono i giochetti delle finte coalizioni elettorali non c’è spazio per le ambizioni dei numerosi piccoli gruppi che non sanno rinunciare alla droga di avere un simbolo sulla scheda e un posticino nei talk show e telegiornali.

Per la verità da questo non trae insegnamenti nessuno. Ai grandi partiti vincitori fa tutto sommato gioco che la dispersione elettorale abbia spazio perché penalizza soprattutto il PD. Nel partito di Zingaretti però in troppi si ostinano a rincorrere la “coalizione plurale” senza capire che sono loro a dare spazio alle ambizioni di piccoli gruppi che disperdono solo voti.

La domanda che ci si pone è però quella che ha animato tutta l’aspettativa pre-elettorale: ma cambia davvero il sistema degli equilibri politici in Italia? La risposta non si può dare, perché le elezioni europee sono un grande sondaggio di opinione e sappiamo bene che per il passato i loro risultati non hanno mai fatto storia. Certo nel caso specifico esse erano accoppiate ad una tornata di amministrative che coinvolgeva quasi metà dell’elettorato, sicché la sostanziale replicabilità dei trend registrati alle europee nei vari contesti locali potrebbe certificare un sommovimento con radici più solide nel corpo del paese.

Va tuttavia precisato che in tempi di reazione al cambiamento generale così come viene percepito dalla collettività si registrano spesso fenomeni transitori: un elettorato in cerca di “scudi” contro un mutamento di condizioni fortemente temuto si affida ora a questo ora a quello, ma è disposto a cambiare idea in fretta se non vede subito i risultati che si aspetta. Questo i partiti lo sanno benissimo ed è per questo che c’è da aspettarsi una prosecuzione e anche una radicalizzazione dello scontro politico, specie fra i vincenti e i perdenti di questa tornata elettorale. Si tenga anche presente che i partiti hanno a disposizione non solo il risultato di immagine derivato dalle loro performance il 26 maggio, ma soprattutto gli strumenti di potere che hanno accumulato in quest’ultimo anno. Diciamolo in maniera più esplicita. I Cinque Stelle hanno la maggioranza parlamentare, la maggioranza dei ministri, l’appoggio discreto del presidente Conte (a meno che non ceda alla sirena di Salvini che gli fa capire di essere pronto a dargli uno strapuntino). Se non decidono di usare quelle armi si consegnano definitivamente nelle mani dell’alleato e accettano di divenire una forza scarsamente significativa. Dunque su quel versante possiamo aspettarci scintille.

Salvini per raccogliere i frutti del successo nel voto di domenica scorsa ha a disposizione prevalentemente il ricatto del ricorso ad elezioni anticipate. Un’arma atomica, ma anche non semplice da usare. Se punta ad uno scioglimento più o meno immediato corre il rischio di pagare un prezzo per lo choc che questo può provocare nell’elettorato, rinunciando a quella strategia di consolidamento lento della sua forza che gli ha fruttato il balzo vertiginoso in avanti. Se aspetta deve andare alla prova elettorale dopo la legge di bilancio, cioè facendosi carico di una legge finanziaria che sarà poco favorevole per le aspettative che ha suscitato (e lasciate perdere la leggenda che le “letterine” di Bruxelles non conteranno nulla perché nella UE è tutto cambiato: semplicemente non è vero).

Nel parlamento attuale, perché è con i numeri che sono presenti qui che bisogna fare i conti, non c’è spazio per una maggioranza politica alternativa a quella giallo-verde, né esiste alcun disegno politico che la contempli. Dunque finché sarà possibile si andrà avanti come prima, cioè spartendosi cariche, facendosi sgambetti, negoziando una legge per me e una per te dopo aver speso un po’ di retorica per mostrare che però nessuno ha ceduto. Può naturalmente darsi che invece i due azionisti di governo non reggano più un andazzo di questo tipo e che la situazione crolli con l’inevitabile sbocco della fine della legislatura.

È tutto ancora precario e la stabilizzazione non c’è. Ciò comporterà problemi di gestione del nostro quadro economico, tensioni con l’Europa dei poteri nazionali forti, ridislocazioni delle varie componenti del sistema dirigente della società italiana. Se volessimo usare una metafora bellica, diremmo che il 26 maggio alcune forze hanno vinto una battaglia importante, senza però annientare l’avversario, sicché la guerra continuerà e il suo esito è ancora aperto.